1. Oh, Girl
2. In the Dark
3. (I'm) looking (for) Life
4. Quello che (Outside)
5. Life is Short
6. Occhi
7. Ogni cosa
8. Please
9. Sailor (for fin)
10. When my eyes (bonus track)
Se siete provvisti di buona memoria, ricorderete di aver già incontrato Giulia Impache da queste parti il mese scorso, quando abbiamo inserito In Iterpo Elo dei Pietra Tonale in una delle nostre rubriche. E se, oltre alla memoria di buono avete anche le orecchie, la sua voce vi sarà rimasta impigliata tra le sinapsi. Questo è almeno quel che mi auguro, prima ancora di immergervi in “IN:titolo”.
Un primo album solista vuol sempre dire un salto nel vuoto, un gesto che il vuoto fa anche nello stomaco, sia per chi lo compone/suona/vive che chi, come noi, ascoltiamo e/o scriviamo. Viviamo a nostra volta, benché di “riflesso”, le emozioni che ci vengono mostrate. Allora speriamo che ci coinvolgano e portino via, in mondi altri. Mondi che qui ritrovo, per perdermi. È quello che cerco e sogno ogni volta che metto su un disco nuovo, stufo delle solite minestre riscaldate e i rimandi a questa o quella scena. La sfida in fondo è non sapere come cazzo riempire il campo dedicato ai generi. Impache mi viene in aiuto, non so da che parte girarmi. Prodotto da Jacopo Acquafresca e Andrea Marazzi, “IN:titolo” è un labirinto di neon, specchi e cristallo in cui perdita e ritrovamento si inseguono, guardano in direzioni infinite creando una via altra.
Impache si dice “da sempre affascinata dal mondo della fantascienza, mischiato agli anime giapponesi e alla passione per l’epoca medievale e la musica antica”. Sono elementi che qui trovano casa e rifugio, in un sostrato alchemico che mette in funzione il tutto e lo sospinge. Mentre si muove Quello che (Outside), vedo “Akira” galleggiare tra pulsioni meccaniche e chitarre antiche, sintesi spaventose e arie vocali da sogno. Aria dispersa nel tempo è Occhi, linee vocali e sezione elettronica sembrano dover prendere strade differenti, invece si trovano a mezz’aria in una carezza. In the dark è retro-futuro incarnato, un germe “jazz” che cresce attraverso movimenti allucinati, tempi disgregati. A Life is Short bastano pochi secondi per crescere rigogliosa, come canzone a tutti gli effetti, è respiro ampio, abbraccia una modalità pop a presa rapida senza perdere le coordinate, tra suoni alieni e sogni a occhi aperti, con Impache a cantare una verità assoluta, ché la vita è breve e lo fa in un soffio che rimane impresso.
Cambia tutto in Ogni cosa, si fa avanguardia techno, picchia più duro possibile, ipnotizza, immette un soffio vitale cibernetico, ricombina gli elementi e com’è arrivata se ne va. La lenta mareggiata che abbraccia Sailor (for fin) porta con sé una wave spaziale, un mondo altro, sospesa all’infinito, sentimento sottomarino che diventa suono, sensazione che ascende, sospinta dalla voce, ben oltre il mondo materiale.
Erano anni che non mi imbattevo in un esordio così impressionante. Semplice e complesso, fuorviante e rassicurante. Impossibile da accostare.