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Interviste

La piacevole “sbagliatezza” di Torba

Photo Credit: Riccardo Michelazzo

Luigi Pianezzola ha 33 anni, ma è già passato attraverso almeno più vite musicali. Prima le band locali, poi il salto nei The Soft Moon, coi quali ha suonato fino alla tragica scomparsa di Luis Vazquez. E adesso, cominciando per gioco, ha provato sul serio a mettersi in proprio come Torba, uscendo il 10 gennaio con “II, disco che segue l’omonimo EP di esordio dell’anno scorso. Dalla presentazione del suo disco: “Era bello fare qualcosa di ‘sbagliato’, perché quando registri per qualcun altro devi lavorare con il suono più pulito possibile. Quando faccio le mie cose, cerco di spingermi al limite per fare tutto nel modo sbagliato.

Andiamo a conoscerlo meglio. 

Ciao Luigi, cominciamo l’intervista con quella domanda che si fa a un po’ tutti gli artisti ancora poco noti: come ti sei avvicinato alla musica in generale?

Ho iniziato a suonare quando ero super-piccolo il pianoforte, 6-7 anni, poi sono passato alla chitarra. Il primo gruppo interessante nel quale ho cominciato a sperimentare un pochettino sono gli I am Titor. Dopo abbiamo formato i Bruuno, un progetto un po’ più “aggressivo”, e nel frattempo mi sono ritrovato, completamente per caso, a suonare nei The Soft Moon, nei quali son finito perché avevano bisogno di un bassista e poi ci ho suonato fino alla fine, per quasi 10 anni. 

So che hai anche lavorato molto a livello di produzione, ti sei formato come sound engineer?

Ho fatto un Corso da Tecnico di Sala di Registrazione al Pollini, il Conservatorio di Padova, ma non era esattamente quello che mi aspettavo: era un corso specifico più adatto ad installazioni per musei e ambienti. Io invece era più interessato a mettere le mani in pasta, alla parte di composizione più banale. Di sicuro è stato interessante, mi ha aperto la mente su determinate cose anche tramite i corsi collegati, tipo Storia della Musica.

Vieni da un’area, quella tra Bassano del Grappa e Cittadella, molto florida e produttiva a livello musicale, anche più della vicina Padova. 

Beh sì, è un’area piena di musicisti bravissimi della mia età, con tanti progetti interessanti, e c’è sempre stato un ricambio e uno scambio di progetti interessanti tra qui, Padova e l’Alto Vicentino: ultimamente stanno venendo fuori cose davvero interessanti, come i Delicatoni che hanno fatto un disco pazzesco, o Giorgia Pietribiasi – Lamante. Aggiungo i TARE, che stanno per uscire con un disco che ho prodotto io: sono super-strani, tra il jazz e l’elettronica, pazzeschi…

…Ti aggiungo io i Mont Baud, visto che con uno di loro (Cantona) hai collaborato nel tuo disco.

Riccardo è bravissimo, con lui come produttore mi sono trovato molto bene. Di solito i pezzi me li faccio da solo, poi vado da Maurizio Baggio alla Distilleria. Avevo questo pezzo, Dare, sul quale avevo un testo e qualche idea però non sapevo dove farlo andare a parare: girava un po’ club, un po’ col sound loro, perciò ho registrato alcune demo e ci siamo trovati allo studio di Dodi Pelizzari e l’abbiamo fatto insieme in un paio di giorni.
È una roba che vorrei fare anche più spesso, quella di abbozzare dei pezzi e poi finirli con qualcun altro.

È una cosa che faceva spesso l’apripista di questa scena, Bob Rifo. Ha avuto davvero un’influenza sulla tua scena o il fatto che sia bassanese è solo una coincidenza?

Bob Rifo appartiene ad un’altra generazione, io l’ho incrociato solo una volta senza averci a che fare. Lo conosco poco, i Bloody Beetrots sicuramente non mi dispiacciono ma non sono tra le mie principali influenze.

Immagino che per te un posto di riferimento sarà stato il Vinile di Rosà, un vero indie club. Per te che hai girato sia in Italia che all’estero, ce ne sono ancora di posti simili in giro o stanno sparendo?

Sicuramente Il Vinile ha un fascino particolare e un respiro internazionale. Entri in questo piccolo parcheggio, fai le scale e poi vai sottoterra, è tutto scuro e c’è ancora la stanzetta dove puoi fumare dentro. Confermo che in Italia posti così sono rari, sicuramente più all’estero, certo è una fortuna avere in zona un posto così figo. Ultimamente sta virando più verso i Dj e la Techno con delle serate al venerdì, ed è un’ottima programmazione con dj molto fighi.

Sarei curioso di sapere i dettagli di come sia avvenuto l’incontro con Luis Vasquez.

Era la fine del 2014. È successo nel periodo che mi ero un po’ stufato del corso in conservatorio a Padova e in cui facevo prove con un’altra band in vista del loro imminente tour, ma la cosa non si concretizzò e ci rimasi male. Raccontai questa storia a Maurizio, che allora aveva l’Hate Studio a Vicenza, chiedendogli se avesse qualcosa da propormi. Fatalità in studio da lui c’erano The Soft Moon che stavano provando per il loro tour che sarebbe partito 3 settimane dopo negli Stati Uniti: dopo una settimana mi ha scritto il loro manager, dicendomi che il bassista li aveva mollati e gli serviva uno. Pensavo fosse uno scherzo: Fino a quel momento non avevo mai suonato fuori dal Veneto! Ma Maurizio mi confermava tutto. Tra l’altro quel weekend dovevo andare a Berlino a trovare il mio migliore amico, e dovevamo trovarci per le prove da Luis, che viveva lì: casa sua, manco a farlo apposta, era a 100 metri da dove viveva il mio amico.  L’ho preso come un segno del destino. Dovevamo fare a quel punto solo 3 mesi di tour, uno negli Stati Uniti ed il resto in Europa, ma poi mi hanno confermato: dopo ho capito un po’ come funzionava, era un po’ un periodo di prova. Alla fine non gli serviva solo qualcuno che suonasse bene, ma più qualcuno che non ti venga voglia di uccidere mentre viaggi in furgone. 

Ecco, abbiamo parlato di Maurizio Baggio, e del suo studio di registrazione, la Distilleria. Entro in questo posto e cosa trovi?

Trovi lui seduto lì che lavora. Lavora sempre. Ultimamente sta diventando un polo di registrazione a livello mondiale, sta facendo progetti anche negli Stati Uniti e in Europa. Lui per The Soft Moon faceva il fonico, quindi se prima che entrassi nella band ci conoscevamo già, andando in Tour insieme ci siamo conosciuti molto meglio.  Per me è stato naturale andare là a preparare il disco, scremare le demo e finalizzare, già col primo EP. Lui mi aiuta molto, è diretto: se una roba gli fa schifo me lo dice subito, ma anche viceversa: spesso mi aiuta a far chiarezza quando non riesco a capire se la roba che ho in mano è valida, è quell’orecchio esterno che mi aiuta a decidere quando per me emotivamente è tutto uguale. 

Photo Credit: Riccardo Michelazzo

Arriviamo alla tua musica: il disco si chiama II, però sarebbe il primo LP.

Si, perché il primo EP si chiama Torba, e a questo dovevo dare un altro nome. Però “II “ mi gasa, anche perché è un po’ un disco diviso in due. La pigrizia di trovare nomi alla fine fa il giro e trova una quadra lo stesso: faccio un po’ fatica a dare i nomi e a descrivere le cose. 

Effettivamente una cosa che si nota ultimamente è che va perdendosi la distinzione tra EP ed LP. Tornando ai Mont Baud, “Contro il Giorno” da qualche parte viene presentato in un modo, altrove in un altro, complice anche che non è uscito in formato fisico. 

Ormai, secondo me, è difficile distinguere, per come esce la musica. Io spero sempre che un album lo si ascolti dall’inizio alla fine, perché la musica per me è quella cosa là, ma quando paghi ogni tanto un tot e hai tutta la musica non è che ci sia tutta questa necessità di dare un senso dall’inizio alla fine a un disco.  Personalmente quando devo far uscire qualcosa non bado tanto alla quantità di musica che ho messo insieme: se penso sia il momento la faccio uscire.

A proposito, II resterà solo digitale o uscirà anche fisico?

Si, per ora resta solo digitale.

Nel tuo disco ho sentito molti riferimenti all’industrial, e a dirla tutta, non tanto quello degli anni ’90 dei Nine Inch Nails quanto quello più storico degli anni ’80 tipo Clock DVA. E’ così?

Guarda, non conosco neanche i Clock DVA! [ride, ndr] Per me l’industrial è una tipologia di suono che mi gasa, ma non ascolto più di tanto la musica di genere. Inizialmente nella mia testa, quello che volevo venisse fuori era qualcosa che suonasse alla Holy Fuck o alla Suuns, e invece dopo alla fine mi venivano suoni molto più secchi e riverberati. Alla fine non cerco una sonorità specifica, mi faccio un po’ portare dalla canzone.

In vari pezzi il suono è pesantemente stratificato, ma i loop vengono nascosti molto bene. Personalmente me ne sono accorto solo per caso, mandando avanti i pezzi.

Lavorando tanto da solo è normale per me cercare il tema che spinga attraverso il loop. Magari mi faccio una jam da solo su un loop, finché non diventa un pastrocchio che cerco di distendere lungo la durata del pezzo per mettere insieme gli elementi nel modo giusto. I pezzi nella seconda parte sono effettivamente dei loop che si stratificano uno sull’altro, sui quali ho messo sopra una linea molto distinta che faccia da cantabile. Infatti poi non hanno niente di vocale perché la linea melodica è già data da una chitarra devastata o da un synth. 

Leggo anche che usi strumenti scordati, di questo invece non me ne sono accorto.

Eh sì, è tutto un po’ a caso: alle volte mi dimentico di accordare e poi quando entro col synth mi rendo conto che sono giù di un quarto di tono. E poi vado giù di rotellina di bend a rimettere tutto in linea.

Dal vivo invece non sarai da solo.

No, siamo in 3: ho un batterista con pad e trigger, a me piace visivamente anche se poi sull’impianto di suoni veri ci sono solo timpano e piatti. Poi c’è un bassista che suona parti di synth, io ci sono con chitarra e voce, magari aggiungendo parti di chitarra che non sono nel disco. Mi piace che dal vivo abbia un impatto più da band che elettronico, altrimenti sarebbe una via di mezzo con un dj set che non funzionerebbe. Mi sono programmato anche un po’ di luci e altre robe, sono super-nerd nel programmare il live in modo che sia bello fluido, mi gasa che sia una roba diversa dalla solita band chitarra-basso-batteria. 

E per quanto riguarda le date?

Il release party è a Schio, al Cso.Arcadia: per le prossime date ci stiamo lavorando assieme al booking, ne abbiamo alcune distanti che vorremmo abbinare ad altre.

Photo Credit: Riccardo Michelazzo

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