Se siete qui a leggere questa particolare recensione, non è un caso. Per voi lo scorso anno, che ha visto riapparire il nome Acid Bath usciti dall’oblio che li ha inghiottiti pochi anni prima del termine dello scorso millennio, sarà stato quello dei miracoli. Se non già sufficientemente appagati, anche il nome di Dax Riggs, che di quella band è ugola mortale (e questo è per chi invece è qui per puro caso o curiosità), è tornato, benché da solo e dopo “soli” quindici anni di stop, dopo svariati altri di attività tutt’altro che sparsa, prima di stancarsi di tutto il meccanismo e facendo del titolo del suo secondo solista (“Goodnight to the World”) qualcosa più di una promessa.
Se non sappiamo le ragioni tali per cui gli autori di due degli album più influenti e di culto usciti negli ultimi trenta e fischia anni siano tornati in attività, Riggs ci svela il suo, di perché. A Revolver ha infatti detto: “Mi sono solo accorto che il mondo stava finendo.”, forse il migliore motivo per fare musica, nel 2025, tanto più che quando “mala tempora currunt” (cioè più o meno sempre da quando esiste l’essere umano) l’arte dà il suo meglio, non sempre, va da sé, ma in certi casi…
Prima ancora di mettere su quello che è il terzo solista di Riggs, già sapevo che l’imminente fine del mondo non avrebbe fatto altro che gettare benzina su un fuoco tutto tranne che estinto. Quindi anni di silenzio possono cambiare tante cose, vale per chiunque, ma se qualcosa qui è restato inalterato è proprio la classe superiore dell’artista di Evansville, Indiana. A mutare è il modo di dipingere l’irreale realtà cui ci si confronta quando si ha a che fare con lui. Basta l’opener deceiver per capire che l’album registrato in uno studio fatiscente sperduto nella Louisiana del sud ha preso una strada altra. Chitarre “chiuse” e compresse, come fuoco sotto le ceneri, viaggiano con incedere lento, oppressivo, mentre Riggs sfodera ancora una volta la sua voce d’angelo (caduto, se volete). “Now I now how the Son of Sam is feeling”. Rievoca un personaggio diventato icona del male, lo fa come se stesse suonando dei calici di cristallo.
Su synth di morbido grigiore intona “Jesus never laughs, Lucifer don’t cry”, entrano gli strumenti e sono un colpo al basso ventre dato con guanti di velluto, si sente l’apocalisse incedere a passi strascicati mentre Sunshine Felt the Darkness Smile va srotolandosi, una tortura lenta, dolcissima. Il grunge innestato nel DNA di Pagan Moon e Ain’t That Darkness fa il solco e continua a scavare e, se già in passato ha dimostrato di poter scrivere pezzi che potevano rivaleggiare con l’alternative rock più in auge ai tempi d’oro del genere, Dax mette il sigillo su tale capacità con Even the Stars Fall, ma lo fa in un momento in cui nessuno riesce più a scrivere pezzi di questo tipo, e per di più filtrato attraverso un sound intriso di fango elettrico, il perfetto punto a metà strada tra “Sea Change” di Beck e “Gargoyle” di Mark Lanegan (e se sono nomi che qui vi suonano di bestemmia a me interessa meno di niente).
Proprio il fantasma più blue di San Mark si incarna in Blues for You Know Who, con l’”anima intrappolata in una canzone” e una trivella elettrica che si pianta nel cuore per non uscire mai più. I giri salgono solo mentre il disco va chiudendosi, lo fanno con la lercissima Graveyard Soul che tira fuori l’anima roll dal torbido e spezza le ossa piantandole nel terreno come pietre miliari verso lidi osceni.
Non me la sono sentita di lasciare fuori alcuna delle canzoni di “7 Songs for Spiders” perché avrei commesso uno di quei peccati che più mortali non si potrebbe. Album come questo, con cuore di diamante e anima intrisa di fuliggine, che raccontano storie di mondi appena appena oltre il velo della realtà non escono tutti i giorni. Per fortuna o meno sta a voi deciderlo. Intanto Riggs piazza il suo personale capolavoro.
Lo so, è una parola spesso abusata. Non qui.