Quanti brani ogni giorno, ogni settimana, ogni mese vengono pubblicati, ascoltati distrattamente e poi finiscono sepolti sotto un mare di altre uscite, a sgomitare per emergere e troppe volte divorati da pesci più grossi e più importanti? Questa è una delle tante domande esistenziali che ci poniamo ogni giorno in redazione, e a cui dopo alcuni tentennamenti e tentativi falliti abbiamo cercato di formulare una risposta.
Hidden Tracks vi accompagnerà periodicamente con i nostri brevi consigli riguardanti alcuni brani pubblicati in queste settimane e che riteniamo interessanti. Progetti da tenere d’occhio, di cui forse sentirete parlare nei prossimi tempi, provenienti in tutti i casi da quell’universo sommerso che più ci sta a cuore e che pensiamo sia giusto e stimolante seguire dal principio. In poche parole, la musica di cui non tutti parlano.
Partiamo dal video: casa di riposo, la band, gli SKLOSS, vengono segnati sulla lavagna degli eventi, vicino al bingo. Gli anziani ospiti portati al loro cospetto, mentre Imagine 100 Dads cresce, reagiscono in modi differenti, qualcuno apprezza, altri si coprono le orecchie, ma più il pezzo va srotolandosi più il pubblico si fa catturare dalla spirale elettrica fino a sfociare in una festa di luci e colori. Karen Skloss e il marito Sandy Carson creano una spirale elettrica devastante, ipnotica, circolare, in cui batteria rituale, chitarra spazialmente dronica e voce (poca) diafana diventano un caterpillar psichico. Primo singolo dell’album “The Pattern Speaks” in uscita a marzo per Fuzz Club. Se è tutto così, mi unisco ai vecchietti.
Jules Reidy, dall’Australia a Berlino, dove risiedono, hanno viaggiato attraverso alcune tra le etichette più importanti per quel che concerne la musica veramente obliqua, anche oggi, come Editions Mego, fino a Thrill Jockey e collaborato con mostri del calibro di Oren Ambarchi e Andrea Belfi. Per la label di Chicago pubblicheranno il nuovo album “Ghost/Spirit“, in quel di febbraio. Breaks è uno splendido apripista, lucente, in cui arpeggi di chitarra si fondono a synth sboccianti, la voce di Reidy, soffusa, ci passa attraverso, appoggiandosi delicatamente sulla musica, il cui tempo ondivago rende il tutto più straniante che mai.
Appena tre anni fa, The Infinity Ring pubblicavano un disco collaborativo con Jarboe. Come prima pietra discografica è utile a fondare qualcosa di significativo, e non è un caso se proprio lei si è interessata al gruppo del New England. La band, i cui membri sono cresciuti artisticamente nell’underground bostoniano, si dimostra capace di una fortissima intensità. Lo si può sentire bene in Elysium, singolo apripista dell’album “ATARAXIA” (in uscita a marzo per Profound Lore). Cinque minuti e rotti di folk apocalittico tinto di epicità, sospinto dal basso dal baritono del frontman Cameron Moretti, il brano è un’aria che sa di luoghi alieni e antichi, luoghi dell’anima. Mi riportano alla mente certi Current 93, e questo non può che essere un bene.
La Francia, si sa, ha una cultura hip hop che nulla ha da inviare alle grandi roccaforti del rap. Pare proprio che Sam Pillay, frontwoman dei parigini Point Mort, abbia studiato a fondo queste basi (e non solo, dato che ammette di essere stata influenzata nientemeno che dai clipping.) e lo dimostra su Le point de non-retour barra dopo barra, che presto si tramutano in linee vocali tra pop e soul e, infine, mentre gli strumenti fanno saltare il tappo post-hardcore, in grida ferali iperaggressive. Nulla di innovativo, sia chiaro, ma una bella badilata ben assestata. Il brano è la title track del nuovo album in uscita ad aprile per Almost Famous.
Baton Strikes è il singolo d’esordio dei Lit Up Fuse. Si definiscono nu techno punk, e già qui mi avevano convinto. Ascoltando il brano hanno finito col conquistarmi. Lotta sociale, sin dal titolo (colpi di manganello), prendono posizione sulla barricata anti-violenza, soprattutto quella che abbiamo visto somministrare dalla polizia nelle piazze del nostro Paese (le cui immagini passano in rassegna nel videoclip), contro tutto e tutti. Mattonate electroclash, techno feroce vicina al digital hardcore dei padri fondatori Atari Teenage Riot, interpolazioni krs-oneiane, mentre la cantante Alice Bosco distribuisce anthem a tutto spiano, in bilico tra soundsystem e il più feroce pogo punk: “Forte con i deboli, debole con i forti“. Inutile dire che concordiamo su tutta la linea. La lotta deve tornare a passare dalla musica. Ne vogliamo ancora.
La definizione di melting pot è tra le più abusate in ambito musicale, è vero, ma con Katherine Kyu Hyeon Lim e Joey Chang casca a pennello. Esponenti della scena sperimentale newyorchese – violinista e compositrice la prima, pianista e produttore il secondo, i due hanno riunito un ensemble di musicisti di ogni provenienza, rappresentanti delle comunità afro, asiatiche e latine della metropoli statunitense. Il risultato è “Muzosynth Orchestra: Vol. 1“, album in uscita a febbraio che vuole essere un inno alla libertà creativa, culturale e sociale oltre che un’espressione di autodeterminazione. Le coordinate sono quelle del free jazz e il primo estratto, 판 [Pahn], fa proprio al caso di chi nella musica e nella vita non cerca mai la traiettoria più semplice.
Basta la partecipazione di Sufjan Stevens a decretare la qualità di questo pezzo di Denison Witmer, vecchio amico dello stesso cantautore statunitense, che ha prodotto il nuovo album “Anything at All“, in uscita a febbraio su Ashtmatic Kitty (etichetta del buon Sufjan, appunto). In Focus Ring, che è il primo estratto dall’album, insomma c’è tutto quello che vi aspettate: un folk sottile ma anche un po’ psichedelico, intimista ma corale, pop ma dall’arrangiamento non certo banale. Per tutti gli amanti di questo tipo di sonorità, più in generale per gli amanti della bella musica.