Il 2024 è stato un anno di grandi sorprese, ma soprattutto di reunion. Una su tutte, e forse quella più inaspettata, è stata quella de Il Teatro Degli Orrori, che ritorna a 10 anni di distanza dall’ultimo album in studio. Si tratta per ora solo di un nuovo tour composto da nove date che inizierà proprio questo mese (qui la nostra news con tutti i dettagli del caso). Abbiamo incontrato il frontman Pierpaolo Capovilla e il bassista Giulio “Ragno” Favero per farci raccontare il dietro le quinte del loro ritorno.
Ciao ragazzi! come state voi e tutta la band?
Pierpaolo Capovilla: Non c’è male
Giulio Ragno Favero: Io adesso sto bene ma prima stavo benissimo! Questa in realtà è una risposta rubata a Nino Frassica. A parte gli scherzi, non ci lamentiamo: c’è della carica, ci stiamo impegnando molto nonostante siamo invecchiati parecchio.
Alla fine se si fa rock non conta tanto l’estetica, ma l’energia che si ha dentro, no?
Favero: Sì, esteticamente non ti senti più quello di una volta, però possiamo anche dire che c’è di peggio. L’importante è che ci siamo ritrovati ancora con la stessa forza che c’era all’epoca.
Come stanno andando i preparativi per il tour? Io sarò presente alla data di Firenze il 25 Febbraio. Non fatico a pensare che saranno 9 concerti di fuoco.
Capovilla: Giulio, Gionata e Franz stanno provando da tempo, io li raggiungerò a breve. E certo, saranno concerti infuocati, ci puoi scommettere.
Favero: Sta andando tutto liscio. In questo periodo stiamo lavorando in maniera un po’ particolare: innanzitutto, dovevamo rimettere in piedi la macchina a partire dalla parte strumentale riarrangiando i brani, perché questa volta saremo in quattro. Se ti ricordi, otto anni fa Il Teatro Degli Orrori era composto da sei persone di conseguenza dobbiamo rivedere molte cose, e lo stiamo facendo sia in sala prove che in preallestimento . Tra l’altro abbiamo scelto una via sonora abbastanza particolare: nell’ultimo tour avevamo eliminato gli amplificatori, e avevamo solo pedaliere e casse; ora abbiamo tolto anche quelle e abbiamo affinato la parte che riguarda il processamento del segnale. Abbiamo un sistema relativamente particolare pensato per dare più definizione possibile, e Dio volendo, ancora più aggressività rispetto al passato, aumentando l’intelligibilità dei brani. Tutto questo ha un prezzo da pagare molto alto: dobbiamo suonare molto meglio rispetto a prima, e non è per niente semplice (ride, ndr).
La domanda delle domande: com’è nata la decisione della reunion?
Capovilla: Abbiamo ricevuto delle proposte da più di un’agenzia, e ci siamo detti “al diavolo l’orgoglio”, proviamoci, e vediamo che succede. Questa tournée è anche una sfida a noi stessi.
Favero: È stata tutta una commistione di eventi. Negli otto anni da “desaparecidos” sostanzialmente abbiamo incontrato continuamente tanta gente che diceva “noooooo ma perché vi siete sciolti bla bla bla” oppure “fate pace e tornate insieme”. Voci di persone che ti vogliono bene e con insistenza chiedono il tuo ritorno sulle scene. Quando l’anno scorso abbiamo ristampato il vinile di “Dell’impero delle tenebre” c’è stata un’ondata che ha risvegliato un po’ di coscienze, ma soprattutto sono arrivati tanti messaggi di persone che ci hanno proposto di lavorare con noi, se mai avessimo considerato una reunion. Da lì ci sono state presentate anche delle offerte economiche che ci hanno fatto alzare il culo della sedia, ovviamente. Non stiamo parlando di grosse cifre, siamo pagati poco di più degli Oasis, ma poco.
Ma io penso che questa reunion sia molto più bella di quella degli Oasis. Ora, non so se voi li ascoltate o siete fan, non vorrei offendere nessuno…
Favero:
No no, mai ascoltati. Però, guarda, io ci vedo del buono anche in quella degli Oasis. Per il semplice fatto che loro hanno le chitarre e hanno finito i biglietti in qualche ora, se non sbaglio. Probabilmente la stessa cosa l’avrà fatta pure Taylor Swiftma mi piace pensare che ste benedette chitarre e sto benedetto rock ( per quanto il loro sia più tranquillo e accomodante) alla gente comunque piaccia ancora: “Ste chitarre non sono rotte, anzi, funzionano ancora benissimo!”. Tornando a noi, abbiamo trovato in Magellano Concerti un’offerta che ci ha convinto e abbiamo deciso di rimetterci in corsa, appianando ovviamente quello che erano le asperità e le divergenze. La cosa interessante, è stata il ritrovarsi in sala prove e risuonare la nostra musica dopo tutti questi anni, ed è stato molto bello e appagante, e probabilmente inevitabile. Insomma, in qualche modo non siamo stati noi a cercare la reunion, ma è stata la reunion a cercare noi.
Avete o avevate paura per delle possibili critiche sul vostro ritorno?
Capovilla: No. Perché mai dovremmo?
Favero: Siamo sinceri, a noi non ce ne frega un cazzo di quello che pensano le persone. O meglio, ci frega solo di chi è dalla nostra parte. Noi siamo dei vecchietti alla fine e abbiamo le spalle larghe. Tu puoi dirmi tutto quello che ti passa per quella testaccia, che tanto noi faremo sempre quello che vogliamo. Pensa, noi siamo stati tra i primi ad essere odiati in modo massiccio sui social, credo, quando uscì la canzone Io Cerco Te. Ci fu tanta indignazione per via del testo e del sound “morbido”. Da lì abbiamo subodorato tutto quello che sarebbe successo poi negli anni a venire, e ci siamo creati le nostre difese. Qualsiasi cosa tu dica può essere criticata o distrutta per un’opinione. Ora, io non so se siamo immuni a questa cosa, ma di sicuro ce ne frega veramente poco. Se tu pensi che “noi torniamo per i soldi e perché dobbiamo pagare le bollette”, fallo tranquillamente, l’importante è che venga al concerto a dirmelo. Così paghi anche il biglietto e metto i soldi in tasca (ride, ndr). Questa realtà dell’opinione altrui non richiesta ci tocca fino a un certo punto. La cosa bella di essere vecchi é che puoi dire e fare tutto quello che vuoi, perché tanto sei vecchio, e nessuno ci bada più. Anzi, se devo essere ancor più sincero, non ci abbiamo neanche pensato.
Sì, ma alla fine si tratta di gente che scrive su una tastiera. Poi quando ti vede sono i primi a nascondersi…
Favero: Posso dirti questa? Ci sono state un paio di persone, di cui ovviamente non farò il nome, ma comunque “noti”, che si sono sentiti in dovere di fare dei commenti pubblici su di noi. Come dire, chi lo ha fatto si è descritto da solo.
Quando è stato dato l’annuncio del vostro scioglimento era poco chiara la motivazione. Che cosa era successo tra voi? Se posso chiedervelo.
Capovilla: La band era scoppiata e sono scoppiato io, non ce la facevo più, troppe incomprensioni.
Favero: : Eravamo arrivati alla fine di un percorso. C’erano mille pressioni e credo che nessuno sopportasse più nessuno. Sicuramente, io e Pierpaolo eravamo i più graffianti e graffiati in merito. Eravamo un arrivati. Pierpaolo poi ha reso pubblica la cosa dopo tre quasi anni che era accaduta, e avrebbe avuto più senso fare un post comune ma era un momento in cui nessuno si parlava. Che poi un gruppo che arriva dal nulla può anche sparire dal nulla. Poi nel mondo in cui viviamo oggi scrivere roba sui social è come se fosse quasi una responsabilità anche se alla fine sei solo un ingranaggio che fa parte di una grande azienda e di conseguenza si finisce in una strana bolla di odio, e di tutte queste informazioni delle quali non si capisce più cosa sia vero o non vero, e tutto questo non porta a nulla e che prima o poi esploderà, nonostante nel frattempo abbia fatto arricchire un sacco di gente che ha usato la buona fede della gente per meri scopi veniali.
Sì, credo che abbiamo perso un po’ di libertà…
Favero: Ma neanche quello. Peggio ancora. Cioè, siamo liberi di usare una cosa che non serve a niente, ma in realtà siamo convinti che serva. Siamo tutti su Facebook, Instagram e Tiktok, stiamo lì a guardare quello che fanno gli altri e a mostrare quello che facciamo noi per apparire più fighi possibile, per fare delle follie o sembrare più matti. Gente che fa l’influencer porta a casa anche dei soldi, ma tutti gli altri che commentano sotto non portano a casa niente. È una strana situazione. Io ho fiducia che le generazioni nuove possano fare accadere qualcosa, e possano smarcarsi da questo rimbambimento. Magari una rottura o un ritorno ad una nuova era analogica.
Nel mentre come sono continuate le vostre vite?
Capovilla: Personalmente ne ho passate di tutti i colori. La pandemia, poi, è stata fra i periodi più angoscianti della mia vita. In questo momento sono a Napoli, a registrare i nuovi pezzi de I Cattivi Maestri.
Favero: Nel mentre Franz ha messo su una famiglia ed è diventato anche insegnante in una scuola di musica, e continua ad essere impegnato con Buñuel, con Xabier Iriondo degli Afterhours edEugene S. Robinson degli Oxbow. Anche lui a breve partirà per un tour. Gionata ha fatto anche altri lavori paralleli alla musica, però ha sempre continuato a suonare. Io invece ho continuato a fare produzione musicale e poi da dopo il Covid ho cominciato anche a lavorare in teatro, non quello degli orrori, ma il luogo (ride, ndr) e ho fatto un bel po’ di spettacoli con il regista Fabrizio Arcuri. Sto ancora continuando questo percorso che mi riempie di linfa vitale. Il teatro è una disciplina magnifica e unica nella sua serietà. Sa nutrire moltissimo.
Questo te lo posso dire con certezza perché anche io ho lavorato in teatro.
Favero: Ecco, vedi che ci capiamo? E’ incredibile far funzionare questa macchina grandiosa che è la messa in scena: siamo in x persone con un ruolo e con un obiettivo e quando tutto funziona è una sensazione indescrivibile. La pressione è molto diversa dai concerti perché il pubblico a teatro ha un livello di attenzione elevatissimo
Tra l’altro siete tornati in un momento storico importante. tra guerre che scoppiano e situazioni sociali ancor più complesse. In qualche modo questo ritorno è arrivato in tempo perché le vostre canzoni, se riportate all’attualità, si arricchiscono ancora di più di importanza.
Capovilla: Penso che le canzoni de Il Teatro degli Orrori rispecchino il tempo storico in cui stiamo vivendo, e che siano tristemente attuali. Non poteva essere altrimenti.
Favero: Viviamo in un momento in cui la musica innocua la fa da padrona e nessuno sembra avere più niente di necessario da dire, se non per se stesso o per l’ascoltatore, che si riconoscerà in lui quando parla “di quando si è lasciato con la fidanzata a Bologna” e queste cose qua. Difficilmente si affrontano temi dove si fanno anche nomi e cognomi. Io credo sia importante dare testimonianza di un pensiero, ma non sono esattamente convinto che la musica possa cambiare le cose. Il presente è figlio di un passato, e se nel passato abbiamo lottato per cercare di svegliare le coscienze, comunque siamo finiti nel decadentismo oggi. Non è un ritornare al punto di partenza, però è un pantano molto particolare. Per esempio: a me piacerebbe vedere in parlamento figure che, diciamo, riescano ad arrivare ad un’opposizione molto più radicale, soprattutto a sinistra; per quanto si ripeta la solita frasetta comoda “i politici sono tutti uguali bla bla bla” non è così, e non è mai stato così. La gente che non vota perchè nessuno li rappresenta e finisce rappresentata dalla destra, anche estrema, che è al governo. Giusto? E quindi? È meglio così? O era meglio votare il meno peggio? Perché ad oggi siamo tutti qui che ci lamentiamo di quello che sta succedendo, però abbiamo avuto la possibilità di sceglierlo. E qua mi sa che forse uno dei problemi più grossi del nostro periodo storico, e che siamo lontani dalle conquiste necessarie che son state fatte, perdendo di vista il valore incalcolabile che hanno avuto. A me mancano figure come Berlinguer, nitidamente radicale e chirurgicamente efficace. Oggi invece abbiamo i Beppe Grillo si che si inventano la rivoluzione, diciamo, “prêt-à-porter” e che fanno la fine di tutti gli altri: una volta varcate le porte del parlamento, si dimenticano quello che dicevamo e lasciano cadere nel nulla quella parte di ideologia che li ha portati li.
Per quanto riguarda il repertorio invece? Cosa porterete dal vivo?
Capovilla: Ci saranno canzoni estratte da tutti gli album pubblicati. Suoneremo in quartetto, chitarra, basso, batteria e voce, quindi prediligeremo quelle più smaccatamente rock.
Favero: Sì, in sostanza faremo una panoramica di tutti i nostri quattro dischi chiaramente, anche se infine stiamo privilegiando i primi due. Questo perché gli ultimi due sono un po’ più complicati da suonare in quattro. Gli ultimi due “Il Mondo Nuovo” e il “Self Titled” sono molto più arrangiati. Addirittura quest’ultimo è stato scritto in sei. Non essendoci Kolë e Marcello abbiamo fatto una selezione di quello che poteva venir bene. Intanto questo.
Tra l’altro proprio quest’anno cade l’anniversario del vostro omonimo album.
Capovilla: Certissimamente!
Favero: Certo! Ma cade anche il fatto che è il ventesimo anniversario del Teatro Degli Orrori. Però sì, porteremo anche qualcosa dell’ultimo disco. Non avendo le tastiere e due chitarre abbiamo dovuto fare delle scelte.
Come mai non saranno presenti Marcello e Kolë?
Favero: Un po’ perché in questo periodo di pausa ci sono stati degli scontri di un certo livello. E abbiamo pensato che, visto che i responsabili della cosa siamo sostanzialmente noi quattro e Marcello e Kolë sono arrivati dopo, riprendiamo in mano la cosa noi. E poi se dovesse riscoppiare qualcosa almeno non ri-coinvolgiamo altre persone. Ma mi piace pensare che in futuro ci sia della malleabilità e la trovo una cosa intelligente e interessante. Noi siamo un gruppo rock, ma in realtà possiamo anche essere molto altro. All’inizio eravamo un gruppo di rottura e molta gente fu stranita dal nostro linguaggio. La cosa che mi è sempre piaciuta di noi e che siamo sempre stati un qualcosa di diverso rispetto a quello che c’è fuori. Non mi dispiacerebbe un giorno dare notizia che il prossimo lavoro de Il Teatro Degli Orrori sia uno spettacolo teatrale. Oppure un film. Un qualcosa in cui possiamo esprimere sempre la nostra arte, ma con più dimensioni e più sfaccettature. La musica è sempre quella ed è la stessa per certi versi, e sarebbe bello vedere un’evoluzione di noi autori, aldilà della vera interpretazione musicale di un concerto, che porti ad una visione diversa o ad un coinvolgimento diverso.
Mentre preparavo questa intervista continuavo a pensare a questa domanda da farvi: che cosa ne pensate della scena rock attuale? Dal 2015 ad oggi le cose sono cambiate. Io, da giornalista, mi imbatto in diverse uscite discografiche, anche mainstream, e devo dire che sta diventando tutto quanto stantio, uno specchietto per le allodole. Ora che siete ritornati magari potete dare uno scossone.
Capovilla: Ricordo con piacere una chiacchierata che ebbi, tempo fa, con Carlo Casale (quello che compare alla fine del video di Direzioni Diverse, nell’abbraccio finale). Carlo era il cantante dei Frigidaire Tango, una band new wave degli anni Ottanta. Mi disse: in quel periodo facevamo a gara ad essere tutti diversi, a proporre qualcosa di originale rispetto a tutti gli altri, ma contemporaneamente ci sentivamo tutti parte di un movimento, di una comunità, nel segno di una comunione d’intenti che sentivamo fra di noi. Oggi avviene l’esatto contrario: tutti fanno a gara a fare la stessa cosa, nel segno della competizione, del tutti contro tutti. Non posso che essere d’accordo con questa visione delle cose. E certo, i testi de Il Teatro degli Orrori hanno sempre avuto l’ambizione di scuotere le coscienze, altrimenti, per come la vedo io, scrivere e cantare canzoni non sarebbe che un esercizio di stile fine a se stesso.
Favero: Non lo so, perché io della scena rock attuale ne so veramente poco. Se stiamo parlando di gente come IDLES, Fontaines D.C. o i Måneskin, che cos’è la scena rock attuale? Non ne ho idea. Io da produttore lavoro per diverse scene, anche piccole, che son quelle con cui preferisco lavorare perché spesso non esiste l’ambizione di finire su un palcoscenico grosso e ma c’è solo la voglia di esprimere se stessi nel modo più diretto possibile. Io personalmente sono molto legato a questa cosa. Lavorare nel modo più unico e riconoscibile possibile. Se da una parte riconosco la bravura di gente come IDLES e Fontaines D.C., dall’alto dei miei maledetti 50 anni posso dire che non ne rimango poi così colpito. Non è giusto fare dei paragoni col passato, perchè i linguaggi cambiano in una qualche misura, però se una roba mi colpisce mi colpisce. Se sento gli IDLES non dico “wow”, se sento gli IDLES dico “figo”. Ma comunque ben venga, eh. Per quanto sia molto attento ai testi, lascio Comunque dare nel vuoto la mia opinione in merito, perché come son stati scritti capolavori pazzeschi, son altresì stati scritti testi di merda si sono sempre scritti. Non è una roba di oggi. Ci sono sempre state delle persone che hanno scritto cose atroci nella storia della musica. Ma la cosa che trovo inquietante è questa: se togli i testi, togli il timbro e lasci solo le note, il risultato è che scrivono quasi tutti la stessa canzone. Questa è una cosa aberrante. La musica degli anni 80 e 90 aveva una scrittura e una composizione molto più elevata e più vai indietro negli anni ti accorgi che la musica ha un importanza e una complessità centrale. Magari per il blues si può fare un discorso a parte, come per la musica popolare che sono un cuore che pulsa che ti sta raccontando una storia di vita. Oggi questa standardizzazione armonica è inquietante, perchè la musica è la prima cosa che arriva all’orecchio e al cuore, perchè è una forma di comunicazione che ha le sue origini nell’inconscio. Se il testo ti colpisce a livello razionale, la musica tocca delle corde che sono molto più a fondo. Se tutti sentono di dover usare le stesse note per comunicare sensazioni diverse, allora qualcosa è successo, e io penso sia qualcosa di grave. E questo mi spaventa molto di più della gente che scrive le porcate. Mi permetto poi di dire questo: io ripenso a Paolo Benvegnù. Abbiamo perso una delle voci più umane che aveva questo paese dal punto di vista della scrittura, ma anche dell’umanità. Una persona veramente incredibile, che si è sempre fatta in quattro e aveva sempre un pezzo di cuore e di orecchio per chiunque. Con la gentilezza ne aveva fatto un’arma e a me piacerebbe tantissimo che quest’eredità non finisse, e che non rimanesse solo nelle sue canzoni. Bisogna darsi una mano e non rifiutare di darla. È bello che il suo nome sia girato molto in questo mese, ma allo stesso tempo mi ha dato fastidio che così tanta gente ne abbia parlato tantissimo anche se non ha mai avuto a che fare con lui. E soprattutto, dov’era questa gente quando doveva essere riconosciuto il suo valore? Paolo doveva essere miliardario per le cose che scriveva.
Vi ho fatto questa domanda perché voi siete una band che a livello testuale non ha mai girato intorno alle cose. Anzi, siete andati sempre dritti al punto.
Favero: Eh sì, non so perché la gente non lo faccia più. Ci sono i dissing, ci si affronta, ma qualcuno che dica che “il ministro delle infrastrutture fa ridere” non c’è. Noi Teatro Degli Orrori lo abbiamo urlato da sempre. La nostra musica è sempre stata veicolo per fare critica sociale, poi se tu lo accetti a me non interessa, io te lo dico urlando, non voglio dirtelo sottovoce. Io non voglio parlarti. Io mi sono rotto le palle e 10 anni fa, forse un po’ di più, sembrava che tutti quanti si fossero rotti le palle.
Questa domanda si collega alla precedente: quanto conta dire la propria nel 2025 in musica? Vedo che è un rischio che quasi tutti hanno ormai paura di prendersi.
Capovilla: Rischio? Quale rischio? Hai ragione, c’è in giro una specie di auto-censura, della serie “meglio non correre il rischio di incorrere in fraintendimenti”. Non è mai stato né sarà mai il nostro caso.
Favero: Posso dirti? Per me non conta nulla. Cosa cambia in un mondo dove continuamente diciamo la nostra? Comunicando continuamente abbiamo annullato la possibilità di comunicare. L’opinione di un artista oggigiorno non vale più nulla. O perlomeno vale per lui. Ma poi finisce lì e vai al bar a bere lo spritz. Il problema è che noi stiamo troppo bene. Siamo infelici di stare bene.
Per concludere, cosa ci possiamo aspettare dal Teatro Degli Orrori in futuro?
Capovilla: Non lo so. Ma so che da cosa nasce cosa. Mai dire mai.
Favero: Qualsiasi cosa e in qualsiasi sua forma, come ti dicevo prima. Un disco nuovo forse. Io in realtà sono apertissimo, ma come tutti noi. Certo, adesso non saprei bene cosa dirti. Ora come ora ci sono tanti impegni per i preparativi del tour, e devi capire che adesso il Teatro Degli Orrori è un cavallo impazzito.
Grazie di cuore per il vostro tempo. Ci vediamo il 25 Febbraio!
TDO: Grazie a te, a presto!