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Squid – Cowards

2025 - Warp
progressive art rock / post punk

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Tracklist

1. Crispy Skin
2. Building 650
3. Blood On the Boulders
4. Fieldworks I
5. Fieldworks II
6. Cro-Magnon Man
7. Cowards
8. Showtime!
9. Well Met (Fingers Through the Fence)


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Il feticista della produzione che alberga in me, da ormai svariati decenni, prima ancora di mettere su un disco e perdervisi dentro, è rimasto allucinato dalla squadra scelta dagli Squid per la loro terza fatica sulla lunga distanza: Marta Salogni (colei che sta forgiando un nuovo suono, che lavori con i Depeche Mode, i black midi o il nuovo progetto di Sharon Van Etten, la sua mente è fucina di futuro), Grace Banks, Chiara Ferracuti, il veterano di casa Dan Carey e, infine, John McEntire a mixare (e se non vi suona un campanello, forse dovete ripassare almeno almeno la discografia dei suoi Tortoise).

Per costruire un palazzo, d’altronde, non è sufficiente una sola mente, benché collettiva come può essere quella di una band, con le sue celle distinte a formare un insieme (un alveare), men che meno una costruzione come “Cowards”. Il quintetto di Brighton ha deciso di portare la propria evoluzione oltre i confini del presente e del passato comunemente intesi, il giusto mix futuribile può costare caro. Gli Squid, però, giocano in un altro campionato, è evidente. Non ho ancora capito bene quale, perché sono davvero altri rispetto ai loro contemporanei. Mi è capitato solo due volte, oltre a loro, gli Still House Plants. Non è più un segreto che, piaccia o no (e spesso non mi piace) il domani della musica passi nuovamente dal Regno Unito.

Cowards”, lo possiamo definire un disco “diretto”, come si dice di norma? Più diretto dell’intrico progressivo di “O Monolith”? Possiamo, ma con riserva. Sono apparenze, c’è da scavare nel cemento melodico, trovare le plurime anime che sorreggono l’apparato e, infine, in somma ricomporre tutto. C’è una volontà di canzone, volontà forte, si sente, è roba da singoli forti, a collante duraturo. Essere sperduti in un Paese che ha alienato qualsiasi occidentale vi abbia messo piede, il Giappone, in anni alienanti, vicini e ancora troppo annegati nella Pandemia, da lì può nascere qualcosa, quel qualcosa è Building 650, Ollie Judge guarda” Lost in Translation” dov’è giusto vederlo e poi la penna va da sé, c’è una dualità morale, che serpeggia in giro per tutto il disco (“Frank’s my friend / We are friends / There’s a murder sometimes but he’s a real nice guy”) e che si abbarbica alla grandeur pompata dal Ruisi Quartet (tutto archi), illumina tutto e gonfia ritornelli e versi, tra ottoni e voglia di pompa magna, sempre più grande e spinta.

Che se sei distratto e parte Crispy Skin, con quei synth a contraerea, sembra di essere finiti nel reame dei Battles, e c’è quel ritorno di moralità vaga, si parla di un racconto distopico in cui il cannibalismo fa da padrone, il sangue fluisce con facilità e anche eliminare una persona è la norma, tutto dritto, come il post-punk gangoffouriano, anche incattivito, ci sono domande e risposte, “Am I the bad one? Yep, yes I am”, il basso che passa da parte a parte, è un treno. E incattivito è anche il verso di Cro-Magnon Man, sembra un treno proiettile, parole drogate al midollo corrono sul filo del rasoio, iniezione di benzina turbo, aggressività altissima anche quando appare uno spettro doowoppante, è la goccia di miele nel veleno. Lo fa ancor meglio e più ancora d’assalto Showtime!, affondo fatale, assurda, che pare figlia di This Heat, Ween e i King Crimson di “Beat”, connubio pestifero. Math stellare e Fieldworks II (con la I a fare da apertura “opertistica”) prende il passo di marcia ininterrotta su sezione ritmica clockwork, voce e sei corde a incrocio, amarezza salata su ferita aperta, dolcezza melodiosa e lacrimevole, apertura al cosmo di un chorus che piega, “Getting lost in between / Who I was and what I am / There’s no water in the lake”, ancora una volta massimalismo “pop” che tutto permea, al decollo.

Pedale sul freno, Blood on the Boulders, “All the houses in this country are built like shit”, un sole californiano che annienta (triste realtà) transizione percussiva tra basso e pelli, utopia doom senza esplosioni steroidali, ma è illusoria pacatezza, parte la lama, sono le sei corde come lame circolari che fanno da trampolino per frasi ripetute alla nausea, ipnosi punk, voracità elettrica che torna all’oblio. A doppia voce (con Clarissa Connelly), Well Met (Fingers Through Fences) porta in un dipinto romantico, tra Byron e il rumorismo throbbinggristleiano, sfondato da aperture orchestrali e il minuetto, la tromba di Laurie Nankivell prende e si invola mentre i timpani fanno rombo di tuono, elettrificati, in crescendo verso la tempesta.

Cosa hanno tirato fuori gli Squid

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