Impatto Sonoro
Menu

Back In Time

40 anni di “Meat is Murder”: gli Smiths preannunciano la morte della Regina

La parabola discografica e mediatica degli Smiths è paragonabile a un’opera di ingegneria, nel senso che tutto il loro universo fatto di testi, musiche, immagini e dichiarazioni è definito con precisione scientifica. A partire dal nome della band, che in corpo ha anche la sua missione: raccontare la realtà quotidiana con gli occhi (e il cognome) di una normale famiglia inglese. I due protagonisti principali di questa epopea sono Steven Patrick Morrissey, cantante, e John Martin Mahrer, in arte Marr, un chitarrista che quasi da subito si porta appresso il suo amico di corde Andy Rourke. Dopo una concitata sessione di provini, il primo embrione della band scedglie di affidare la batteria all’esuberante Mike Joyce.

Morrissey e Marr sono del tutto complementari: uno scrive, l’altro compone musica, vivono entrambi a Manchester e tutti e due sono figli della working class emigrata dall’Irlanda. Inoltre, dal punto di vista strettamente musicale, sono osservatori privilegiati della post-rivoluzione settantasettina in terra d’Albione – loro stessi si resero protagonisti di una leggendaria serata all’Hacienda, nel 1983 – qualcosa che a inizio anni ‘80 dà alla luce i più disparati eredi che prendono contemporaneamente sembianze new wave, gotiche, danzerecce e (anche) commerciali. Sul piano pratico, il microcosmo al quale appartengono gli Smiths prende forma definitivamente con l’omonimo album del 1984, al quale segue “Hatful of Hollow” , una raccolta delle successive sessioni concesse alla BBC.

È lì che Morrissey si rende conto in modo immediato e definitivo della potenza evocata dai suoi messaggi, tanto che oltre all’empatia scatenata nei fans musicali della prima ora, capisce che il suo verbo può essere diffuso anche sotto forma di citazioni, aforismi o semplici punti di vista sul mondo circostante. Risale al 12 ottobre del 1984 uno dei momenti più cruenti dei Troubles, il conflitto tra unionisti e repubblicani irlandesi durato quasi 40 anni: al Grand Hotel di Brighton, i separatisti dell’IRA fecero esplodere un ordigno con l’intento di uccidere Margaret Thatcher. La Lady di ferro ne uscì illesa, ma nell’attentato morirono cinque persone e più di 30 rimasero ferite. Morrissey commentò laconicamente:

La cosa peggiore dell’attentato dell’IRA a Brighton è che la Thatcher ne è uscita illesa.

Il salto di qualità comunicativo è totale. La band crea divisione nell’opinione pubblica, ma dalla sua ha una fan-base già strutturata, mentre sul piano della critica musicale funziona la scelta di liberarsi da orpelli strumentali ed eccessivi giri di parole. Si va dritti al sodo, insomma, e si viaggia dritti nel futuro: rispetto all’esordio di appena qualche mese prima, “Meat is Murder” appare già dieci anni avanti dal punto di vista musicale. Le linee di basso semplici e pulite, unite alla batteria che solo raramente si concede fronzoli, fanno da sfondo a riff di chitarra più decisi – come nella frenetica What she Said – che si alternano in modo meticoloso agli sfoghi acustici estremamente efficaci, ad esempio, di Rusholme Ruffians. La rockeggiante Nowhere Fast fa il paio perfetto con la scioglievole Well I Wonder. E poi c’è Morrissey, che in poco più di quaranta minuti esplora una quantità indefinita di registri vocali senza mai alterare il suo timbro naturale. 

L’aspetto però più rilevante è il messaggio che gli Smiths hanno intenzione di comunicare. La tipica famiglia inglese vive e commenta il quotidiano, ma ciò non significa che siano stupidi o semplici amanti del gossip. Gli obiettivi delle invettive sono, a vario titolo, il sistema scolastico (The Headmaster Ritual), la violenza domestica (Barbarism Begins at Home), un certo tipo di giornalismo che quasi lo deride per i suo stile di vita solitario e “infelice” (That Joke Isn’t Funny Anymore) e, ovviamente, il commercio di animali allo scopo di farne cibo per gli esseri umani della title track. Il dado è tratto.

L’enorme qualità della musica e l’efficace semplicità dei testi spingono per la prima volta la band di Machester al numero uno della Official Uk Chart, circostanza che rende ghiotta ai giornalisti l’occasione per chiedere finalmente a Morrissey qualcosa tipo: “Con chi ce l’hai?”. E la risposta non si fa attendere. Secondo Steven l’amministrazione politica orchestrata da Thatcher è totalmente fallimentare: è colpa sua, oltre che dei reali, se il paese va a rotoli. Non vengono risparmiati neanche i suoi colleghi musicisti, su tutti Bob Geldof e la sua Band Aid, allestita a scopo di beneficenza: l’idea più ipocrita di sempre nella musica pop, ad opera di un personaggio nauseante. 

Pare quindi che di carburante ce ne sia un bel po’. La macchina è avviata, il tour è dietro l’angolo, occasione per farsi conoscere anche dall’altra parte dell’oceano. Tuttavia, qualcosa inizia a scricchiolare negli equilibri tra i componenti e tra la band e i discografici. Da un lato, Rourke e Joyce si sentono messi da parte, relegati al ruolo di riempitivo soprattutto dal punto di vista degli introiti. Dall’altro, i quattro entrano in polemica con la Rough Trade più o meno per gli stessi motivi.

Dopo una serie di vicissitudini culminate con l’allontanamento di diversi manager, il comando delle operazioni viene preso in modo pressoché totale dal produttore Stephen Street, che aveva collaborato a “Meat is Murder” anche se non in veste di responsabile. Con il nuovo assetto e in poco più di un anno, il lavoro sfocia in quel capolavoro di “The Queen is Dead” , che attraverso la metafora di Sua Maestà farà a pezzi il moderno ordine costituito composto da politica, religione e società civile. Susciterà altrettante polemiche, fatto sta che nella discografia mondiale anni ‘80 è difficile trovare un disco migliore.

Piaciuto l'articolo? Diffondi il verbo!

Articoli correlati