Impatto Sonoro
Menu

Back In Time

“Naked City”, la città macabra di John Zorn

Louis Armstrong disse: “Se hai bisogno di chiedere cos’è il jazz, non lo saprai mai”. Questa sua citazione ci servirà per il disco di oggi che, nonostante sia una vera e propria meteora del jazz avanguardistico, viene ricordato solo dagli estimatori del jazz più visionario e incontrollabile. John Zorn, il fondatore del progetto, viene considerato tuttora una delle figure chiave della musica contemporanea, e anche per aver coniato la parola “jazzcore” che ha reso poi successivamente il genere più mainstream ma comunque ancora considerabile come nicchia del panorama.

John Zorn infatti, è stato uno dei musicisti più coraggiosi che ha voluto inserire elementi non convenzionali al genere come, il grind, l’heavy metal e il surf rock, dando ancora una volta l’esempio che il genere può essere malleabile senza troppe forzature. All’epoca, negli anni cinquanta, il jazz avanguardistico venne considerato una vera e propria sciocchezza nei confronti delle istituzioni musicali. Doveva essere per forza un genere elegante, formale e da club e non doveva sottostare a imprecisioni melodiche o ad altre forme che non erano considerabili accademiche. Soltanto negli anni ottanta la community musicale si è accorta di dischi tipo “Brilliant Corners” di Thelonious Monk, o “The Shape of Jazz To Come” di Ornette Coleman erano di alta tecnica ma anche materiale per conservatorio.

Di cui, John Zorn, con il progetto Naked City riprende la lezione dei mostri sacri e con il primo e omonimo album del 1990, verrà marchiato a fuoco quello che dovrà essere il progetto più imprevedibile del jazz della sua decade. In questo disco ci sono molti riferimenti alla musica da film, tipo il tema di Batman o quello di James Bond, suonate in maniera anacronistica. Oppure The Sicilian Clan, chiaro rifermento a Ennio Morricone. Ascoltando Naked City si sente fin da subito che c’è il divertimento, da brani velocissimi, a urla e canzoni molto corte che sfiorano i 50 secondi. Non esiste una concezione, esiste solo la voglia di varcare quella soglia di sperimentazione in un genere che già di per sé è sperimentale.

John Zorn aveva chiaro fin da subito di voler creare uno spaccato musicale, che all’inizio, ancora una volta, non venne colto. Tutto era necessario e Zorn volle spinsersi oltre inserendo ancora più stranezze, anche a livello visivo. Questo portò a pubblicare i suoi lavori solo in Giappone. L’esempio perfetto è il disco successivo Torture Garden, che ritrae una donna frustatrice asiatica, o Grand Guignol, nome preso dal noto teatro di Parigi, famoso per le sue performance estreme, aperto a fine ottocento è chiuso nel 1962.
Naked City“, una delle più grandi meteore che la musica avanguardistica abbia visto. John Zorn e company, in quegli anni, volevano rendere il jazz una danza macabra fatta di suoni asfissianti, molto vicina alla cultura industrial. Non a caso infatti i Naked City incontrarono anche il panorama cinematico, ricoprendo  numerose colonne sonore di film, inclusi lavori di Georges Delerue.

Questa però è un’altra questione, e con questo album il progetto Naked City spoglia la città e rivela le sue vergogne, i suoi intenti e le sue voglie. Da ora in poi il jazz non è mai stato così vicino alla morte.

Piaciuto l'articolo? Diffondi il verbo!

Articoli correlati