Per l’occasione di questo articolo, ho rispolverato il mio vecchio vinile di “Rock’n’Roll” e la memoria è andata a quegli anni adolescenti in cui avevo sviluppato una passione per tutto ciò che fosse Lennon. E ai pomeriggi passati con questo e altri suoi album. Poi, mi sono ricordato di una rivista che due anni fa in edicola titolava “The Beatles – Dove nacque tutto”, con riferimento al sessantesimo anniversario di “Please Please Me”, il primo album dei Fab Four. Ne avevo già parlato di questa copertina, in un altro articolo di due anni fa. Ne avevo parlato in occasione della ristampa di un classico del blues elettrico, per fare sommessamente notare a chi ancora crede che i Beatles abbiano “inventato tutto” che prima di loro un paio di cosette c’erano state. Di ciò, “Rock’n’Roll” è la prova provata.
La genesi dell’album e il suo travagliato parto fanno ormai parte della leggenda del rock classico. Tutto cominciò quando Morris Levy, un imprenditore musicale, querela Lennon per plagio: la sua famosa beatlesiana Come Together è in effetti ripresa da You Can’t Catch Me, una traccia del 1955, scritta ed eseguita da Chuck Berry e di proprietà di Levy. La questione venne risolta in via extra-giudiziale, con l’accordo che Lennon avrebbe registrato tre canzoni di proprietà di Levy nel suo prossimo album, tra cui la stessa You Can’t Catch Me, quel che avrebbe portato un sicuro profitto all’imprenditore. L’accordo venne accolto con entusiasmo da Lennon che decise di inserire le tre canzoni in un intero album di cover di vecchie hit a lui care.
John si mise subito al lavoro nell’ottobre 1973 al Record Plant studio di New York, ma ebbe la cattiva idea di affidare la produzione a Phil Spector, il mitico produttore statunitense che aveva segnato una intera epoca della musica con il suo “wall of sound” e con il quale lavorava dai tempi di “Let It Be”. Il problema è che Spector non ci stava più tanto di capoccia. Un giorno venne in studio vestito da chirurgo con una pistola in mano e sparò un colpo sul soffitto danneggiando i timpani del nostro John. Successivamente scomparve con i master delle registrazioni, impedendo che il lavoro proseguisse. Passa qualche tempo e chiama Lennon per dirgli di essere in possesso dei “John Dean Tapes”, le registrazioni del famoso scandalo Watergate che affossò in quegli anni il Presidente Nixon. Dopodiché, nel marzo 1974, ha un incidente di auto ed entra in coma. Esasperato, John si mette a lavorare sul suo nuovo album solista che uscirà con il titolo di “Walls and Bridges” a settembre e nel quale inserisce una cover di una canzone di proprietà di Morris Levy: Ya Ya. “Walls and Bridges” è un gran disco e forse servì a dimostrare a John che non aveva bisogno di Spector e che il“wall of sound” lo dominava anche lui.
Difatti, quando Levy minaccia di tornare in tribunale, Lennon lo rassicura che l’album di cover si sarebbe fatto. Recuperati in qualche modo i master di Spector, torna in studio ad ottobre e completa l’opera. Ebbe però la cattiva idea di mandare i mix grezzi a Levy. A questo punto, va specificato che “l’imprenditore” era un farabutto. La sua carriera sarebbe finita nel 1990, condannato per estorsione a seguito di un’indagine dell’FBI sull’infiltrazione del crimine organizzato nell’industria musicale. Ma questo fu solo il culmine di una carriera passata a turlupinare musicisti ingenui defraudandoli dei loro diritti d’autore, quel che gli aveva consentito di accumulare un così vasto catalogo a suo nome. Fedele al suo stile, Levy rilasciò i nastri con i mix grezzi su un vinile che chiamò “Roots: John Lennon Sings the Great Rock & Roll Hits”. La casa discografica di Lennon lo portò in tribunale ed ebbe facilmente la meglio: il disco fu ritirato dal mercato e Levydovette pagare i danni.
Arriviamo al febbraio 1975, quando finalmente “Rock’n Roll” esce nella sua versione ufficiale e definitiva che comprende quattro delle tracce registrate con Spector. La bella copertina ritrae John in una foto dei mitici anni amburghesi degli inizi dei Beatles. La foto era stata recuperata da May Pang, assistente nonché amante del nostro in quel periodo di separazione da Yoko e lo ritrae in posa davanti ad una porta in una strada di Amburgo con tre figure sfocate che gli passano davanti in primo piano. Le figure sono gli altri Beatles (all’epoca c’era Stuart Sutcliffe invece che Ringo) e Lennon sfoggia un perfetto outfit da rockabilly. La copertina preannuncia il viaggio nel tempo contenuto nei solchi del disco. Tredici tracce interpretate con passione filologica e arrangiate in maniera simile agli originali (tranne Do You Want To Dance). E una volta poggiata la puntina sui solchi, tutta la storia che riguarda Levy e Spector svanisce. Rimane solo un ragazzo della “working class” di Liverpool innamorato della musica della sua adolescenza. E capisci perché la prospettiva di incidere un disco di cover di questo materiale lo avesse facilmente entusiasmato.
Ricordo le vecchie canzoni rock meglio di quanto ricordi le mie canzoni. Se mi sedessi in una stanza e iniziassi a suonare, se avessi una chitarra ora e stessimo ammazzando il tempo cantando, canterei tutta la roba dei primi anni ’50 e della metà degli anni ’50 – Buddy Holly e tutto il resto. Li ricordo. Non ricordo gli accordi o i testi o qualsiasi altra roba dei Beatles. Quindi il mio repertorio è quello
John Lennon, 1980
Le tredici tracce di “Rock’n’Roll” sono materiale originalmente rilasciato tra il 1955 e il 1962, esattamente gli anni della formazione musicale dei Beatles, fino alle porte del loro esordio e successo discografico. Questo periodo della storia della musica viene ricordato, appunto, come il periodo del “rock’n’oll” o del “rockabilly”. Termine quest’ultimo che ha finito per riferirsi ora agli stadi iniziali del genere, prima del successo enorme riscosso da artisti rockabillly, come Elvis Presley, Johnny Cash, Jerry Lee Lewis e Buddy Holly (sull’argomento potreste leggere Rockabilly di Stefano I. Bianchi). Di questa musica si era abbeverato John Lennon da ragazzo. Nel Regno Unito di quegli anni era, per i giovani delle periferie, la musica della ribellione. Già Paul Mc Cartney, che veniva da una famiglia con più mezzi, economici e culturali, aveva una formazione musicale radicata nel jazz e nel pop tradizionale preesistente all’avvento del rockabilly. E non a caso, quando Paul, nel 2012 si cimenta in un album di vecchie cover, “Kisses on the Bottom”, è a quella tradizione che attinge. Perciò si dice comunemente che Paul fosse l’anima melodica dei Beatles e John quella “rock”. La fusione tra questi due diversi background avrebbe portato alla formula magica del loro formidabile sodalizio. A questo punto, direi che possiamo archiviare la favoletta che ancora ci raccontano le riviste tradizionali della critica rock dei quattro ragazzi di Liverpool che, dal nulla, inventarono tutta la musica pop/rock dei decenni successivi. La storia che ogni boomer che si rispetti ha imparato a memoria.
Va detto che prima dell’internet e dello streaming, la storia della musica veniva vista come una linea continua caratterizzata da fasi. Prima che lo streaming ci calasse in una realtà in cui tutto accade contemporaneamente. In cui con un click si passa da Chuck Berry a John Lennon a Maluma e Karol G e i più giovani non sanno più bene a quali differenti epoche le differenti musiche appartengono. Lo stesso concetto di genere non ha più tanta rilevanza. Non so se questo sia un bene o un male. So solo che io ci tengo ancora, al concetto di genere e alla idea di una storia della musica che va evolvendosi e forse a queste cose ci tengono anche coloro che sono ancora interessati a leggersi un articolo così lungo su un magazine/webzine musicale. Nel nostro mondo, definitivamente e una volta per tutte va detto: non nacque “tutto” con i Beatles. Anche io lo pensavo, poi da piccolo mi ritrovai tra le mani “Rock’n’Roll” e capii che le cose erano più complesse. Lo capii anche perché John Lennon non mi era mai sembrato così a suo agio nel cantare qualcosa.
“Rock’n’Roll” sarà il suo ultimo disco solista e, a posteriori, la perfetta conclusione di una breve e meravigliosa traiettoria. Una dichiarazione di amore verso quella musica a cui John doveva tutto: la fama, il successo e soprattutto l’ispirazione e la motivazione con cui fece tutto quel che di grandioso fece con la sua breve vita.