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Iperrealtà post-umane: “Hyperpop. Il pop nell’era del capitalismo digitale” di Julie Ackermann e lo sguardo oltre il tempo passato

Sono giunto a quell’età in cui interiorizzare seriamente presente e futuro mi riesce difficile. In un lavoro come il nostro, ossia quello di scribacchini che, fatta eccezioni per quel gradiente retromaniaco che, in qualche modo, finisce per toccarci, se non lambirci, però, è un deficit non da poco.

Dinnanzi a determinati nuovi modi di intendere la musica mi sono sentito come mia madre quando, da ragazzino, portavo a casa dischi per lei mostruosi che non riusciva a comprendere e li suonavo a volume allucinogeno (tanto che, quando una volta ho messo sul piatto i Wham!, pensava mi fossi completamente rincoglionito, anziché rinsavito) e, giuro, fino a qualche giorno fa non sapevo a che santo votarmi per uscire da questo pantano di anzianità micidiale. Non che apprezzi i generi della cui chiave di lettura andavo alla ricerca però, insomma, non sopportavo di non capirne né origine, né svolgimento.

Poi ho comprato “Hyperpop. Il pop nell’era del capitalismo digitale” di Julie Ackermann e, finalmente, ho visto la luce in fondo al tunnel dell’ottusità che mi stava lambendo. Lungi da me dall’esagerare, è stato esattamente ciò che ho provato pagina dopo pagina. Edito da Nero, casa editrice che racchiude nelle proprie spire tutta una serie di titoli fortemente legati all’oggi e a un domani ancora incerto, il libro di Ackermann, editrice, traduttrice e critica cresciuta vicino a Metz, in Lorena, è davvero qualcosa che trascende le attuali pubblicazioni in materia musicale e sociale, proprio perché, molto spesso, di società i suddetti libri hanno smesso di parlare o, peggio ancora, ne parlano sempre e solo al passato, mitizzato al punto da squalificare quasi in toto il presente, figurarsi il futuro.

Ackermann parte dalla propria vita, esperienza necessaria, dall’infatuazione in adolescenza e poi in seguito del mondo sfavillante del pop, baluginio a cui tutti tendiamo, forse tranne i più ottusamente oltranzisti, e già da questo punto di vista fa di “Hyperpop” un libro straniante nel contesto della saggistica più “incorporea”, in cui l’autore non è in grado di rendere la propria vita parte integrante dell’oggetto del proprio studio, quantomeno non all’interno dei propri mattoni. Chi lo fa, per ora, è assurto all’Olimpo della critica, luogo in cui mi sento di inserire Ackermann e anche a pieno titolo. Partendo dall’assunto del proprio amore per il lavoro di artistə come SOPHIE e A.G. Cook e della sua etichetta PC Music, va a scavare nel genere che dà il titolo al libro, ossia l’hyperpop. Ne eviscera le componenti e le motivazioni, il perché questa sorta di pop “sperimentale”, creato per esasperare quello già preesistente (pre anni Duemiladieci, per intenderci), incorporandone le vestigia ma tirandole così tanto alle estreme conseguenze da trasfigurarne regole e modalità.

Ackermann introduce l’argomento con una breve, sintetica ma piena storia del movimento (ché di questo si tratta), ancora giovane e in ascesa, forse anche a un passo dall’essere divorato dal mostro del pop “vero e proprio”. Passa a esaminare con perizia il luogo in cui lə artistə hyperpop si muovono nel grande calderone scintillante del capitalismo, di come lo accettano senza farlo, lo vivono e sovvertono, amandolo e “contrastandolo”, dal di dentro, cavalcando un’idea altra di accelerazionismo, e le pietre fondanti del proprio essere, l’estrema corporeità scevra, però, di ogni imperfezione, iper-esistenti, iperrealiste ma di certo non realmente umane, eppure vive, al contrario dell’hauntology e alla vaporwave, qui prese in esame e contrapposta all’hyperpop, coi loro “fantasmi nella macchina”, positiva e di spinta in avanti, come dice l’autrice, incarnazione della post-umanità. La queerness come punto focale e punto di partenza (e di cui si parla ancora sempre troppo poco), confine che divide questo pop dal pop degli anni Duemila, etero-diretto, sessualizzato. Contestualizza il tutto passando attraverso lenti di studiosi di ogni sorta, dal sempre presente Jean Baudrillard, Gilles Deleuze e Felix Guattari, ma anche e soprattutto José Esteban Munoz e lo fa introiettando il proprio pensiero tutto tranne che collaterale, presente, calibrato e, come dicevo, intriso di passione sincera, in una parola: centrato.

Si prende anche un bel rischio, ponendosi in qualche modo, non in antitesi, bensì in alternativo ai pensieri di Mark Fisher e Simon Reynolds, dandone una lettura altra, adesa a questo genere, forse l’unico di spicco in questi anni retromaniaci (parlando di Reynolds…), superando a ma includendo, in fondo, i concetti di base del “realismo capitalista” fisheriano. E il rischio paga, eccome se paga.

Più leggevo, più in qualche modo mi rendevo conto che hyperpop e l’industrial delle origini (soprattutto nella figura di Genesis P-Orridge, ma anche dei Coil) si somiglino più di quel che non paia approcciandoli frontalmente, per le idee, il modo di esporle e portarle avanti, abbracciando lo strano l’”orrido” (qui esposto come cringe, la cui definizione, grazie al capitolo “I Am cringe but I am free”, mi è ora del tutto chiara) e facendone un vessillo e non e infatti in qualche modo mi è spiaciuto che le due realtà non siano state messe a confronto, nel libro.

Ma non importa. È tutto così chiaro, passionale e ben esposto che non ho bisogno di altro per dire che Ackermann fa qualcosa di davvero importante con “Hyperpop”: parla al presente e al futuro. Spezza la routine letteraria musicale e pubblica un saggio fondativo. Forse, come me, non vi metterete ad ascoltare a tutto spiano 100 gecs o altri baluardi hyperpop, ma capirete. Oppure vi appassionerete e vi perderete in questo dedalo di plastica post-umana. Se non l’avete già fatto impazzendo con “Brat” di Charlie XCX la cui grafica, non a caso, è stata ripresa sulla copertina dell’edizione italiana del libro.

Autrice: Julie Ackermann
Traduzione: Akoi 1
Uscita: 29/01/2025
Editore: Nero Editions
Pagine: 164
Prezzo: € 15,00

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