Il cemento ha sepolto la storia. Sentiamo di essere girovaghi smemorati, ideologhi impostori, figli arresi di patrie matrigne. In noi è defunta l’illusione di quei ruoli che soggiogarono i nostri predecessori, senza i quali la menzogna della modernità si manifesta in tutta la sua volgarità.
Le arti istituzionali sono ridotte al loro nome, avulse dal mondo, volgare giocattolo per studenti annoiati e omuncoli in cerca di occasioni di lucro. Intanto nel sottobosco proliferano le rivoluzioni, per quanto in superficie non si scorgano più segni di vita da un pezzo.
Richard Skelton è senza alcun dubbio uno degli artisti più radicali ed essenziali di oggi. La sua figura è complessa e ampiamente sfaccettata: egli è compositore, scrittore, folklorista, ricercatore, editore e molto altro. Le sue opere sono strettamente legate alle sue ricerche in ambito di geologia, archeologia e antropologia, e sono inscindibili dalle sue innumerevoli pratiche di studio. Si veda, ad esempio, la registrazione “Inter-Disinter (for Violin)”, del 2014, in cui l’autore ha sotterrato un violino a Ouseburne, Newcastle, lasciando che il legno dello strumento interagisse con la terra, con gli insetti e con le piogge per un mese, prima di dissotterrarlo e usarlo per la composizione.
Oppure il recentissimo “Bearer”, una serie di stratificazioni sonore che si sviluppano a partire dal rumore delle acque torbide che scorrono attraverso la costiera paludosa di Connemara, nell’Irlanda occidentale, un lavoro legato anche a una specifica ricerca etimologica e ambientale (che si può approfondire sul suo sito web). Tra le sue innumerevoli opere vi sono anche sperimentazioni sonore sullo scioglimento dei ghiacciai (“Front Variations”, del 2018), meditazioni sulla profanazione di corpi antichi (“Belated Movements for an Unsanctioned Exhumation, August 1st 1984”, 2015) ed esplorazioni sulle pratiche magiche e mediche della tradizione anglosassone per la fertilità del terreno (“These Charms May Be Sung Over a Wound”, 2020).
Senza dimenticare la ricerca letteraria e poetica svolta parallelamente insieme all’artista e compagna di vita Autumn Richardson, attraverso la loro etichetta e casa editrice Corbel Stone Press. Una prolificità, insomma, che non ha nulla a che vedere con la mercificatoria produttività, e che è invece un tutt’uno con l’atavica fertilità. Nelle opere di Richard Skelton ravvisiamo l’unico futuro possibile, quello in cui ci accorgeremo che le arti, la scienza, la cultura, l’ambientalismo, l’animalismo e le lotte di uguaglianza sono tutte sezioni trasversali di un unico corpo, ad oggi morente, che deve rinascere dalla terra.
La nostra umanità affonda le radici nella nostra storia animale. Il concetto di cura appartiene alla nostra natura più profonda. L’empatia ci porta a chiederci: se anche sopravvivrò, cosa accadrà agli altri che ci stanno accanto?
Alterity/One, Salla Tuomivaara, Richard Skelton
Bentrovato, Richard. Ho saputo che c’è stata una tempesta dove vivi e che hai dovuto momentaneamente rifugiarti in un’altra città. Come state adesso?
Sì, a quanto pare Eowyn è il ciclone più violento che abbia colpito l’Irlanda negli ultimi cinquant’anni. Siamo senza corrente dal 24 gennaio (oggi, mentre scrivo, è il 7 febbraio). La regione in cui vivo, il Connemara, è stata colpita gravemente, molti alberi sono caduti sui tralicci della corrente in zone particolarmente ostiche da raggiungere. È un momento difficile, ma bisogna andare avanti lo stesso. Dato che siamo senza corrente, ho ripreso a scrivere con la cara vecchia carta e penna.
A novembre tu e Autumn Richardson avete pubblicato una splendida raccolta (“Works, 2010-2016”), che comprende le opere da voi pubblicate sotto il nome *AR. Salta subito all’occhio la vostra prolificità come musicisti, poeti, ricercatori e scrittori. Come funziona il vostro processo creativo?
La maggior parte di queste registrazioni provengono da un periodo di cinque anni in cui abbiamo vissuto in una piccola villetta negli altopiani della Cumbria, nell’Inghilterra del nord. È una landa spoglia ma assolutamente meravigliosa. Appena trasferiti abbiamo iniziato a fare ricerche sulla storia di quel posto e abbiamo scoperto che in origine era pieno di boschi, e che erano presenti numerose specie animali, come orsi, linci e lupi. Poi la maggior parte degli alberi sono stati tagliati e tantissimi animali sono stati spazzati via man mano che la popolazione umana aumentava. Il nostro primo album, “Wolf Notes”, è una sorta di elegia per quelle specie perdute. Il nostro disco successivo, “Succession”, invece, si concentra più ampiamente sui cicli di proliferazione naturale che si verificano quando una terra è lasciata in pace. L’effetto umano sull’ecologia è stato relativamente repentino e violento, ma c’è ancora speranza di recupero. 15000 anni fa, ad esempio, la maggior parte della Gran Bretagna era coperta di ghiaccio — una tipo di devastazione poco raccontata — ma nei millenni a seguire è man mano tornata a essere una terra fertile e ricca di biodiversità.
Seguo i tuoi lavori da quando avevo 17 anni, cioè dal 2017. Mi sono subito innamorato del progetto “Landings” e dell’universo letterario e musicale che lo circonda. Da dove nasce la necessità di catalogare, raccontare e musicare le terre del Lancashire?
Per farla breve, io sono cresciuto al confine dei Monti Pennini occidentali e ho sempre avuto il desiderio di raccontare la loro storia, pur attraverso la mia esperienza personale. “Landings” iniziò come un diario personale fatto di parole e di musica. Il perché è complesso da spiegare, ma istintivamente volevo esplorare la connessione tra il suono e la terra. La musica è un qualcosa di caduco, amorfo, effimero, mentre la terra è vasta ed eterna, o almeno sembra; eppure, nonostante questa apparente incongruenza, percepivo una profonda connessione latente tra le due. So che molti fonici da campo direbbero che i paesaggi producono una loro musica concreta, ma io me la sono sempre vissuta in termini più esoterici; un ibrido tra l’idea di ‘magia contagiosa’ e il fenomeno della ‘risonanza simpatica’. Ero convinto che un artista potesse essere una corda simpatica, che vibrasse in consonanza con la musica non percepibile di un luogo specifico. L’atto di suonare, secondo questa visione, è dunque il processo di tradurre l’inaudibile in udibile.
Raccontaci qualcosa del progetto “Imperial Valley”, che rappresenta una tematica anomala nel tuo repertorio.
Hai assolutamente ragione. La maggior parte dei miei lavori è il risultato di una diretta e prolungata immersione in determinati paesaggi. La Valle Imperiale è una regione della California del sud, vicino al confine col Messico. Non ci sono mai stato di persona, ma circa cinque anni fa ho scoperto le opere fotografiche di Dorothea Lange. Lei documentò le vite delle famiglie rurali che furono costrette ad abbandonare le proprie case durante le grandi carestie dovute alle conche di polvere degli anni Trenta.
Alcuni di loro si trasferirono in campi di lavoro siti nella Valle Imperiale. Ho avuto così l’idea di creare una sorta di corrispettivo sonoro delle immagini di Lange, a partire da registrazioni di dominio pubblico di quel periodo, da programmi televisivi e radiofonici a documentari e racconti di testimoni. Ho poi iniziato a modificare questo materiale ritrovato, unendolo alle mie personali registrazioni di violoncello e clarinetto. Credo si sia verificato un qualcosa di alchemico mescolando in questo modo il vecchio e il nuovo. Allo stesso modo, ho iniziato a modificare anche le fotografie di Lange, con una serie di tecniche atte a stravolgerle e stratificarle. Credo sia stato questo processo a trasformare il progetto in qualcosa di nuovo e sostenibile. L’anno scorso è uscito il quinto album della serie “Imperial Valley”, pubblicato in concomitanza con le elezioni americane. Contiene estratti di documentari degli anni Quaranta sui pericoli del dispotismo. Ora che questa sorta di novello dittatore è al governo, l’incubo che il disco descriveva si è avverato…
Mi approccio a te da molto lontano. I nostri due paesi, l’Italia e l’Irlanda, hanno una ricca cultura rurale che, almeno nel nostro caso, sta essendo inesorabilmente sostituita da un nuovo paradigma iconoclasta. Qui nel centro Italia, nella cosiddetta Tuscia, zona di Etruschi e Falisci, le antiche rovine e le riserve naturali stanno essendo tramutate in zone industriali, i borghi antichi vandalizzati dalle catene multinazionali, il patrimonio storico cancellato. Come ci si può collocare in armonia con il mondo quando tutto ciò che ci ha partorito viene distrutto?
Ciò che sta accadendo in Italia è terribile. Credo stia accadendo ovunque, in alcuni luoghi più che in altri, e io non ho risposte concrete. È la questione del nostro Tempo. Forse la chiave è assicurarsi che le generazioni più giovani siano coinvolte nella faccenda ambientalistica, attraverso l’istruzione. Mi sono chiesto spesso se c’è qualcosa di più costruttivo che potrei fare con la mia vita. Negli ultimi quindici anni io e Autumn abbiamo vissuto in aree rurali relativamente isolate, dove ci sono poche occasioni di volontariato, quindi è difficile sentire di avere un impatto ambientale positivo. Facciamo quel che possiamo con Corbel Stone Press, ma è come se non bastasse mai.
Raccontaci del tuo periodo in Islanda e del progetto “Towards a Frontier”.
“Towards a Frontier” è stato il mio personale contributo a un progetto più ampio chiamato Frontiers in Retreat. L’idea generale di questo progetto era domandarsi in che modo gli artisti, individualmente o collettivamente, potessero contribuire al dibattito sul cambiamento climatico. Io sono stato invitato assieme ad altre due artiste, Kati Gausmann e Ráðhildur Ingadóttir a Skaftfell, sito nei fiordi orientali in Islanda. Nel tempo che ho passato lì ho prodotto una serie di film, un libro di fotografia e diverse composizioni, tutte incentrate sulla geomitologia dell’Islanda. Ero particolarmente interessato ai ghiacciai islandesi — abbiamo dati che risalgono a cent’anni fa, ed è assolutamente evidente che si stiano ritirando. Una particolare sperimentazione musicale intitolata Front Variations è stata realizzata sottoponendo onde sinusoidali a quantità crescenti di feedback, in modo da simulare il cosiddetto ‘feedback dell’albedo del ghiaccio’, ovvero il processo in cui l’effetto dello scioglimento dei ghiacciai riduce l’area ghiacciata complessiva del pianeta, riducendo quindi la quantità di radiazione solare che i ghiacciai riflettono, che porta a sua volta a un aumento delle temperature globali, che in cambio provocano un ulteriore scioglimento dei ghiacciai e così via.
Ho letto che siete in procinto di pubblicare un altro disco. Cosa dobbiamo aspettarci? E quali saranno i tuoi prossimi progetti musicali e letterari?
Ho un nuovo disco della serie Imperial Valley, “American Memory”, che verrà pubblicato a marzo. Nel disco sono presenti delle parti di batteria vera e propria, per la prima volta in un mio progetto, assieme a delle chitarre elettriche e al rumore dei treni che rimbomba lontano. L’idea del disco è che il mio alter ego, CF Moore, vada errando per il confine messicano nel sud della California, documentando la musica del deserto. Mentre visita le colline di sabbia di Acolita, registra involontariamente le melodie distanti di una banda sulla sponda di un fossato che suona solitaria una specie di blues della prateria. La musica è estremamente lenta e rada, ma è forse la cosa più simile alla forma canzone che abbia mai prodotto, in termini di arrangiamento e strumentazione. Sarà curioso vedere la reazione della gente. Sarebbe sicuramente fantastico riuscire a suonarla dal vivo…
Come fai a portare dal vivo il tuo repertorio? E ti vedremo presto in Italia?
Dipende da che tipo di musica porto. Per il prossimo disco della serie Imperial Valley, mi piacerebbe suonare con un batterista e un chitarrista. Un paio di anni fa ho suonato insieme a Ian Mikyska, che suona la viola da gamba, ma in genere preferisco suonare in solo con vari strumenti elettronici. A dire il vero, ho suonato a Milano lo scorso aprile, all’Auditorium San Fedele, per la rassegna Inner Spaces, curata dal carissimo Don Antonio Pileggi. È stato il mio primo concerto in Italia, e mi piacerebbe molto tornarci. Da quando, nel 2005, ho iniziato a pubblicare dischi con la mia etichetta, ho sempre avuto il riscontro più accorato, sincero e generoso dagli ascoltatori italiani. Sogno di organizzare un piccolo tour per visitare alcuni dei paesaggi, dei musei e delle gallerie d’Italia.
Ti ringrazio per il tempo dedicatoci. Una domanda che faccio sempre: quali dischi ascolti in questo periodo? A te l’ultima parola.
Quando lavoro ai miei artwork mi piace aprire Radio Garden e ascoltare una radio a caso in giro per il mondo. È strabiliante ascoltare certe cose, e spesso scopro musica che non avevo mai sentito prima. Di recente ho ascoltato per la prima volta Give Out di Sharon Van Etten ed è un pezzo che potrei facilmente ascoltare a ripetizione per ore. Un altro pezzo che ascolto a ripetizione è Being Held di The For Carnation, un gruppo composto praticamente da metà degli Slint (almeno su quel brano). Britt Walford è un batterista davvero incredibile. Un altro dei miei gruppi preferiti sono gli X or Size, ovvero il progetto di Josiah Wolfson — una versione stordita e barcollante della musica house.