Siamo abituati ad ascoltare la musica collegandola a dei luoghi, a delle sensazioni e anche forse a dei colori. Giocando un po’ con questa premessa, si potrebbero associare i colori ai vari generi musicali: un profondissimo blu oceano al jazz, un bianco da parete fresca di pittura al pop, oppure un grigio pellicola da cinematografo al post-punk, soprattutto quello recente, diversamente giovane e ormai già vecchio. Non sempre però è tutto così catalogabile come sopra, fortunatamente i colori si mischiano per crearne dei nuovi, nuove sensazioni e nuovi luoghi.
Esiste una strana tonalità di grigio, fuori dalle palette di Pantone, capace di riempire alcuni vuoti e crearne degli altri, ed è proprio quella ottenuta da The Murder Capital con l’ultimo album “Blindness”, uscito lo scorso 21 febbraio per la Human Season Records. I ritmi tormentati degli albori con “When I Have Fears” e la consapevolezza del lavoro precedente di “Gigi’s Recoverys”, si uniscono alla versatilità di questo ultimo album, che sulla tavolozza immaginaria crea un tono dalle sfumature interessanti.
Moonshot potrebbe avere il proposito di aprire le porte ad un disco pieno di citofonatissimi bangeroni alternative post-punk, ma forse è solo uno specchio per le allodole per le solite prime impressioni superficiali. Word Lost Meaning è il primo singolo che troviamo nell’album, dove un accordo di basso cantilenante accompagna un triste tripudio alle parole “ti amo”, cui utilizzo inflazionato rende vano il significato intenso e solidale intrinseco, finendo per dividere e non più unire. Remote chitarre laceranti introducono l’esplosività di Can’t Pretend Now, un pezzo che fa breccia nella nostalgia dell’infanzia e alla forma che ha dato questa all’individuo una volta cresciuto, perché in fondo siamo dei piccoli eroi che affrontano la quotidianità indolente dell’essere adulti.
L’apice catartico del disco però si raggiunge con la lenta e intensa Love for Country: arpeggi distorti di chitarra accompagnano la voce tormentata di James McGovern in un raccoglimento riflessivo sull’odio verso il prossimo, in cui falsi sentimentalismi patriottici e nazionalisti vengono strumentalizzati per la causa contro il diverso. L’introspezione decade con i suoni quadrati e sincopati di Death Of A Giant, forse il pezzo più interessante di questo disco sul piano prettamente tecnico e sonoro, soprattutto grazie all’incastro perfetto fra chitarra e batteria, veri protagonisti della traccia.
“Blindness” al primo ascolto non arriva alle vette consapevoli toccate col precedente lavoro e, spoiler, probabilmente non le raggiungerà nemmeno nei successivi. È un disco figlio di un’urgenza espressiva incontenibile, registrato frettolosamente a Los Angeles in meno di un mese e purtroppo si sente. Alcuni pezzi, come That Feeling o The Fall, strizzano ancora troppo l’occhio a delle sonorità superate, le stesse che hanno portato la band a poterli definire i precursori del proprio genere ma che forse oggi sarebbe meglio svecchiare. Rimane comunque un ottimo lavoro, con degli spunti intriganti da cui ripartire e guadagnarsi novamente quella fama che li ha resi grandi. Ci sarà pur un motivo per cui Pantone, alla fine, non ha inserito questo colore nelle proprie palette.