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Bdrmm – Microtonic

2025 - Rock Action Records
elettronica / shoegaze

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Tracklist

1. goit - goit (featuring Working Men’s Club)
2. John on the Ceiling
3. Infinity Peaking
4. Snares
5. In The Electric Field (featuring Olivesque)
6. Microtonic
7. Clarkycat
8. Sat in the Heat
9. Lake Disappointment
10. The Noose


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Un muro di sintetizzatori cupi e ipnotici battono martellanti come a scandire un tempo che scivola via dalle mani in maniera del tutto inconsapevole. “Distractions. Spasm. Terror. Death. It all happened”. Il timbro penetrante di Sydney Minsky-Sargeant, leader del quartetto britannico Working Men’s Club, ci accoglie fra le braccia della nuova creatura partorita dalla mente dei bdrmm.

“Microtonic”, terzo disco della band di Hull, si presenta al mondo con atmosfere rarefatte sì, ma non come potremmo pensare. L’etichetta “shoegaze” stavolta sta davvero stretta al nostro quartetto, che già con il precedente lavoro I Don’t Know, pur non conoscendo esattamente la direzione in cui stava andando, aveva creato un piccolo ma necessario solco tra il debutto del 2020, la loro luna di miele pre-pandemia, e ciò che si stava rincorrendo. Forse nulla, in realtà, perché i bdrmm sono sempre stati di poche pretese: testa bassa, cuffie, pellicole cinematografiche e scrittura. Li avevamo lasciati in tour per l’Europa con un bel groppone in gola, a causa dei problemi economici familiari a chiunque non sia attualmente un membro dei Fontaines D.C., (non so, immagino ormai fatturino abbastanza da potersi permettere un appartamento decente al centro di Londra) che avevano messo a rischio le date, salvo poi tirare un sospiro di sollievo e saltare di gran gioia nel veder realizzato finalmente il tour del penultimo disco.

Succede però che Ryan, Jordan, Joe e Conor non sanno dove andare a parare, se sono effettivamente ancora una band per intero o se c’è qualcosa che manca, che può essere sistemato o aggiunto. Poi, un flash. Nel dicembre 2022 il quartetto si ritrova a suonare con il DJ e produttore britannico Daniel Avery, figura di spicco della musica elettronica, che fa capire loro che non è poi così difficile inserire certi tipi di elementi tra un riff di chitarra e un giro di basso. Daniel ci aveva visto lungo, perché aveva certamente preso coscienza della predisposizione dei quattro verso quello che è il suo mondo, fatto di lucine a intermittenza e tavolozze dipinte da suoni talvolta minimali, talvolta sperimentali e selvaggi. Poi c’è il Field Day, festival di Victoria Park che celebra la musica alternativa indipendente. I Nostri vi partecipano in qualità di spettatori, anzi, più che spettatori, partecipano ad un rave all’interno del festival.

Non c’è più niente da fare, i bdrmm si sentono pronti a scrivere l’album che avrebbero sempre voluto veder nascere sotto le loro scalpitanti ali. Trovarsi, perdersi, cercarsi disperatamente e ossessivamente, per poi rincontrarsi su un rettilineo stracolmo di strumenti da sperimentare a proprio piacimento.

Mi sentivo molto costretto a scrivere un certo tipo di musica per adattarla al genere per cui eravamo conosciuti, ma qualcosa si è sollevato e mi sono sentito più libero di creare ciò che voglio

ammette Ryan. Per fortuna gli astri hanno voluto ancora una volta Alex Greaves alla produzione, che ha stimolato sin da subito la volontà dei quattro di spingersi verso territori ancora troppo poco esplorati. Le registrazioni, come per i precedenti lavori, hanno avuto luogo in una chiesa ristrutturata nella periferia di Leeds.

Se in “I Don’t Know” è la frammentazione a prevalere, sia in termini di idee che di influenze, in “Microtonic” si avverte una maggior coesione, complici gli ascolti di musica dance ed elettronica come minimo comun denominatore, ma anche un ritorno liberatorio alla scrittura, introspettivo e privo di artifizi. Da Bjork a Four Tet, dai Massive Attack a Trent Reznor, passando per il già citato Daniel Avery e per quelle atmosfere trip-hop che tanto sembrano metterli a proprio agio, continuando a seguire le orme di Thom Yorke e soci: i bdrmm possono definirsi in tutti i modi, rientrando in nessun sistema di classificazione al tempo stesso. Se nel precedente disco c’erano gli echi del cinema di David Cronenberg, (ne avevamo parlato nell’intervista dello scorso anno) qui è l’arte Lynchiana a prendere il sopravvento, con le sue contrapposizioni e le sue mille sfaccettature, passando dalla bellezza al terrore, dall’estasi al disagio, in un batter di ciglia che ha quasi (o del tutto) dell’assurdo.

La stessa title track Microtonic potrebbe tranquillamente inserirsi tra le battute finali di un thriller mozzafiato, quando il grilletto sta per essere premuto e il cattivo di turno sta per avere la meglio sul protagonista che ci aveva fatto innamorare per più di 2 ore e mezza. Brani come John on the Ceiling e Snares richiamano le atmosfere rarefatte che sono sempre in qualche modo state care alla band, ma con una diversa chiave nella serratura, che rende più scorrevole l’accesso al rinnovato universo sonoro dei bdrmm. Confusione, dubbio, desolazione, paranoia. Le persone possono mai veramente cambiare? Non lo so Ryan, io nella tua sensibilità mi ci ritrovo. Bisognerebbe forse parlare con qualcuno che non pensa, ogni tanto. Solo ogni tanto, per alleggerire il fardello sulle nostre spalle fatto di tutte le tematiche citate prima, di cui “Microtonic” è intriso.

Un brano come Clarkycat può essere considerato come la summa di tutta la vera essenza dell’album. Nuova pelle che si rigenera, in una trance psichica e fisica che lascia storditi e avvinti. Avvinti dallo stupore nel vedere che al quartetto britannico, questa veste calza a pennello. Il commovente featuring dalle tinte dreamy con la cantautrice e musicista Olivesque (direttamente dal trio Nightbus) In The Electric Field è l’ennesima camaleontica prova della band, il cui testo è stato pensato e scritto da Ryan Smith immaginando l’elettricità che si cela dietro i muri di una città e la potenza che questa sprigiona, generando una crescente sinfonia sognante e malinconica. La frenesia del singolo Lake Disappointment precede una fine dolceamara, radioheadiana, ipnotica, inafferrabile, che dilata tempo e spazio. Terzo disco: potremmo forse definirlo come il loro miglior lavoro? Assolutamente sì. Liberi e a proprio agio come mai prima, tra elettronica, IDM e ambient, all’interno di un sogno che parla di emozioni ed esistenza.

Facciamo i complimenti ai bdrmm per aver quanto meno osato decisamente più di molti loro colleghi, che piaccia o meno. La strada sembra essere quella giusta, ma anche se così non fosse, è quella che la band vuole intraprendere. Attendiamo i bdrmm in Italia per due date alla fine di marzo, occasione in cui ascolteremo finalmente “Microtonic” dal vivo.

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