In occasione del ventesimo anniversario di “Socialismo tascabile“, abbiamo avuto il piacere di parlare con Max Collini, voce narrante degli Offlaga Disco Pax. L’album, che ha segnato un’epoca e un approccio unico nel raccontare le realtà sociali e politiche italiane, continua a suscitare interesse e discussioni, molte delle date del tour appena annunciato sono già sold out.
Tra ricordi, riflessioni sul passato e uno sguardo critico verso il presente, Max ci porta dietro le quinte di un lavoro che non ha smesso di dialogare con i tempi, riflettendo su come sia cambiato il modo di fare musica e vivere l’arte in Italia.
Volevo partire proprio da questi vent’anni di Socialismo tascabile. Con il senno di poi, pensi che il disco sia invecchiato bene? Oppure, riascoltandolo in vista dei live, hai trovato qualcosa di nuovo, qualche aspetto che ti ha sorpreso?
Era un po’ di anni che non lo ascoltavo. All’inizio, quando abbiamo pubblicato il disco, lo riascoltavo spesso, anche perché dovevo imparare bene i brani a memoria per i live. Poi ho smesso. Ora, preparandomi per questo tour, l’ho ripreso in mano e mi sono chiesto: “Ma davvero lo abbiamo fatto noi?”. Vent’anni dopo, mi sembra un disco migliore di quello che ricordavo. All’epoca mi sembrava un lavoro un po’ ingenuo, naif, perché non avevamo piena consapevolezza di ciò che stavamo facendo. Riascoltandolo ora, invece, lo trovo più strutturato, più compatto e con un’identità precisa. Credo che sia invecchiato bene, o forse semplicemente le mie aspettative su me stesso si sono abbassate! (ride)
C’è qualcosa che oggi faresti diversamente? Qualche aspetto che avresti voluto approfondire di più?
Il lavoro di Enrico e Daniele mi sembra molto a fuoco, quindi non posso parlare per loro, ma posso dirti qualcosa su di me. In quel disco il mio modo di recitare era molto monocorde. Non avevo mai registrato nulla in studio prima di allora, avevo un po’ il timore del microfono, non ero abituato a questo tipo di esperienza. Ero un esordiente tardivo, e questo ha preservato la mia spontaneità, ma allo stesso tempo si sente che avevo meno controllo sulla voce. Oggi sicuramente avrei una maggiore profondità espressiva, una consapevolezza diversa nell’uso del timbro. Se si ascolta Gioco di società, il nostro ultimo disco, si nota una voce più matura, più sicura. Un po’ come guardare una foto di vent’anni fa: avevo più capelli, ero più magro, forse anche più bellino… ma alla fine mi sembra che sia invecchiato meglio il disco di me! (ride)
“Socialismo tascabile” è anche un disco legato a luoghi e memorie collettive, in particolare a Reggio Emilia e alla storia della sinistra italiana. Pensi che oggi un progetto come Offlaga Disco Pax potrebbe avere lo stesso impatto? La musica può ancora problematizzare i cambiamenti politici e sociali degli ultimi vent’anni?
Domanda facile, eh? (ride) La verità è che in questi vent’anni l’espressione collettiva nella musica è andata sempre più scemando. L’ultima grande esperienza collettiva che ha portato temi sociali e politici nel pop è stata Lo Stato Sociale, ma loro hanno esordito nel 2012… e ormai sono passati più di dieci anni. Negli anni ‘90 e 2000 c’erano ancora cantautori impegnati, oggi invece il panorama musicale riflette il mondo in cui viviamo: un mondo individualista, frammentato. Negli anni ‘70 si cantava con una coscienza di classe, con strumenti di analisi politica condivisi. Oggi le canzoni parlano quasi esclusivamente di sé, della propria relazione sentimentale, della propria crew. La dimensione collettiva è scomparsa, salvo rare eccezioni.
Non è un caso se artisti come Lucio Corsi o Brunori Sas riescono a spiazzare il pubblico: quando emerge qualcosa di autentico, viene riconosciuto, perché il resto è deserto. Se offri qualcosa di bello, la gente lo riconosce e lo premia. Lo abbiamo visto anche a Sanremo, dove hanno vinto tre brani scritti dai loro interpreti, mentre i pezzi costruiti dall’industria discografica hanno raccolto risultati mediocri. Il problema è che viviamo in una società cinica, e quando la società è cinica, anche gli artisti finiscono per esserlo. Però qualcosa può ancora passare, se si riesce a evitare la retorica, che è la cosa più difficile.
A proposito di risposta del pubblico, il vostro tour sta registrando numeri incredibili. A Bologna avete già quattro date tutte sold out.
Sì, sono quattro: 8 marzo, 18 marzo, 4 aprile e 8 aprile. Tutto esaurito in poche ore. Una follia. Anche questo è un segnale: quando mancano i contenuti, e qualcuno li propone, il pubblico risponde. Forse c’è ancora voglia di ascoltare qualcosa di diverso, qualcosa che lasci un segno.
Il titolo “Socialismo tascabile” è provocatorio e affettuoso allo stesso tempo. Oggi avremmo ancora bisogno di un socialismo tascabile?
No, avremmo bisogno di socialismo, e basta. Di una visione collettiva della società. Invece ci siamo abituati a pensare che l’unica cosa che conta siano i nostri interessi personali, il nostro piccolo clan, la nostra famiglia. Ma non è così che si vive meglio. Ci hanno convinto che da soli ce la facciamo, ma non è vero. Abbiamo un ascensore sociale bloccato, un mondo del lavoro sempre più precario, eppure accettiamo tutto questo come inevitabile. Se un ferroviere sciopera, la gente si arrabbia invece di chiedersi perché lo sta facendo. Poi scopri che guadagna 1200 euro al mese e ha una famiglia da mantenere, magari in una grande città. Possibile che ci sia così poca empatia? Non serve chissà quale spirito rivoluzionario, basterebbe l’applicazione di alcuni principi costituzionali. Non sogno più la dittatura del proletariato, mi accontenterei della Costituzione italiana, che oggi è la cosa meno di moda che esista.
Guardando alle nuove generazioni, ci sono artisti che secondo te hanno raccolto il testimone del vostro linguaggio?
In questi anni mi sono affezionato a diversi progetti. Ho amato molto il primo disco di Motta, che cercava di mettere dei contenuti nella sua musica. Mi piace il cantautorato moderno di Calcutta, anche se ormai è diventato un fenomeno gigantesco e non ha certo bisogno di me per essere scoperto. Sono sempre stato un appassionato di sonorità wave, ma in Italia negli ultimi anni c’è stato poco in questo senso. Ad esempio, mi piacevano molto i Be Forest, che però oggi non ci sono più. Però ti dico una cosa: a 57 anni, non credo sia il mio ruolo dire ai giovani cosa ascoltare. Anzi, il problema è che oggi c’è poca curiosità musicale. È tutto troppo a portata di mano, e questo paradossalmente porta a meno ricerca. La critica musicale non ha più peso, la gente si informa solo sui social, e alla fine si ascolta sempre la stessa roba. Ma avete tutta la musica del mondo a disposizione! Io, da ragazzo, dovevo comprarmi un disco al mese e sceglierlo con cura. Oggi potete ascoltare qualsiasi cosa: fatelo. Non fermatevi a quello che vi propone la radio o la TV. C’è un mondo là fuori.
Ultima domanda: questo tour sarà solo una celebrazione o può esserci un futuro per gli Offlaga Disco Pax?
Me lo stanno chiedendo in tanti, ma la verità è che in questo momento non ho neanche il tempo di pensarci. Il tour ha preso una dimensione che non ci aspettavamo, i numeri ci hanno travolto. Per ora, vogliamo solo suonare queste canzoni dopo tanto tempo. Poi, se scatterà una scintilla, lo scopriremo solo vivendo. Ma per ora, la mia unica preoccupazione è suonare bene. Fra dieci giorni parte il tour, e del futuro me ne frego! (ride)