Il supergruppo O.R.k., composto da Lorenzo Esposito Fornaciari, Carmelo Pipitone, Colin Edwin e Pat Mastelotto, è tornato con il suo quinto album, “Firehose of Falsehoods” (in uscita oggi per Kscope, qui la nostra recensione). La band, che vanta membri provenienti da band storiche come Porcupine Tree, King Crimson e Marta Sui Tubi, ha saputo evolversi, portando avanti un suono unico e distintivo. Abbiamo avuto il piacere di incontrare Carmelo Pipitone, chitarrista della band, per parlare della loro storia, delle dinamiche creative dietro l’album e del tour che li vedrà protagonisti in Europa.
Prima di parlare dell’album, ci tenevo ad affrontare il vostro excursus. Il progetto O.R.k. l’ho sempre trovato molto interessante perché i musicisti che ne fanno parte, se ci pensi, provengono da esperienze diametralmente opposte. Tu, Carmelo, vieni dai Marta Sui Tubi, Colin dai Porcupine Tree, Pat Mastelotto dai King Crimson, che non ha certo bisogno di presentazioni. Infine, Lorenzo ha lavorato con artisti incredibili come Ben Harper e Serj Tankian dei System of a Down. Com’è nata l’idea di formare la band e da chi è partita?
L’idea è nata proprio da Lorenzo. Sono passati un po’ di anni, ma credo fosse il 2013. Lorenzo mi chiamò, ma in quei giorni ero in Sicilia a trovare i miei genitori. Tu immagina: ero in una fase molto “wild”, senza scarpe da una settimana (ride, ndr), e Lorenzo mi parla di un progetto con gente che ha suonato nei Porcupine Tree e nei King Crimson. A quel punto lo mandai a quel paese e chiusi il telefono (ride, ndr). Poco dopo, mi scrisse un messaggio: “Oh, pirla! Questa è una cosa seria!” Da lì è nato tutto. Abbiamo iniziato a scrivere i primi pezzi, poi è entrato Colin nella fase compositiva e infine Pat. È successo tutto in un attimo. Era interessante perché anche Colin suggeriva cambi di accordi e Pat, pur essendo un batterista, dava consigli a livello armonico. Siamo una band che lavora a 360 gradi. Ma è vero, come dici tu, che proveniamo da esperienze musicali molto diverse. In questi casi, però, è fondamentale fare prima di tutto un percorso umano. Siamo tutti persone aperte a qualsiasi tipo di sperimentazione.
La cosa interessante è che, ascoltando la vostra musica, non si percepisce l’influenza dei vostri lavori indipendenti passati. Anzi, avete trovato un’identità ben definita. È stato difficile all’inizio?
Sarò sincero, all’inizio era tutto un gioco, ed è proprio questo il bello di suonare in una band. Uno lancia la palla e tutti gli altri corrono dietro. Credo sia la metafora giusta, perché davvero volevamo solo divertirci. Se ci fai caso, il primo disco è costruito proprio così: ognuno ha portato il proprio stile e lo ha fuso con quello degli altri. Con il secondo e il terzo album, invece, abbiamo cercato di capirci meglio, di ascoltare le idee di ciascuno e di studiare il nostro suono. Ognuno di noi ha messo da parte il proprio ego per rimettersi in gioco. È importante farlo, altrimenti si rischia di annoiarsi di se stessi.
Nel corso del tempo avete realizzato collaborazioni importanti, come quella con Serj Tankian in Black Blooms ed Elisa in Consequence. Vi aspettavate questa crescita e queste opportunità?
In realtà no. All’inizio abbiamo solo provato a fare musica insieme, senza grandi aspettative. Poi le cose sono arrivate naturalmente. Pensa che ogni tanto con Serj ci scambiamo ancora qualche like. All’epoca fu incredibile scoprire che un artista del suo calibro apprezzasse il nostro progetto, così abbiamo tentato. E la cosa è andata in porto in modo molto naturale.
Parliamo del nuovo album, “Firehose of Falsehoods“. Questo è il vostro quinto lavoro e ho avuto il piacere di ascoltarlo in anteprima. Vista la vostra attività frenetica, com’è nato il disco?
Il disco è nato nei ritagli di tempo. Ma attenzione, perché i ritagli di tempo, a dispetto di quello che si potrebbe pensare, sono tantissimi. Non sto scherzando: non siamo sempre in tour. Essere musicisti significa stare costantemente a contatto con la musica, ma non ti pesa quando, dopo qualche settimana di concerti in giro per l’Europa, puoi tornare a casa a rilassarti. Un giorno sei in pantofole a fare zapping, e quello dopo sei davanti al computer a suonare e registrare. Stranamente funziona così. A volte ti segni un’idea e la sviluppi più avanti. Il disco è nato proprio in questo modo, cercando di rispettare i tempi di tutti. Ma ogni volta che registriamo con gli O.R.k. è un’esperienza bellissima, anzi, spesso ci chiediamo: “Quando registriamo un altro disco?” Lavoriamo a una velocità incredibile. Cerchiamo di mantenere un intervallo di circa un anno e mezzo tra un album e l’altro: chiudiamo un disco, facciamo il tour, una breve pausa e poi si ricomincia.
L’album è pieno di idee, ha un forte impatto e allo stesso tempo lascia spazio alla sperimentazione. Le tematiche mi hanno colpito particolarmente. Ti va di raccontarmi la storia dietro “Firehose of Falsehoods“?
Per quanto riguarda i testi, è tutto merito di Lorenzo e Colin. Il fulcro del disco è quella sorta di incubo sognante che ci portiamo dietro già dai nostri lavori precedenti. Io non mi occupo dei testi, ma in questo caso abbiamo cercato di elaborare il concetto di verità e menzogna, riflettendo sulle difficoltà del nostro periodo storico. È sicuramente un album molto tematico.
Ho apprezzato molto anche la collaborazione con John Wesley dei Porcupine Tree in Mask Becomes the Face. Come è nata?
Mi fa piacere che tu lo conosca! Anche qui, ovviamente, il contatto è arrivato tramite Colin. La collaborazione è nata da amicizia e rispetto reciproco, in maniera molto spontanea. C’è persino una gag su YouTube in cui Colin e John parlano di come sia nata questa collaborazione. Semplicemente gli abbiamo chiesto se gli andava di partecipare, e lui ha accettato con entusiasmo dicendo: “Spero di esserne all’altezza.” Cavolo, se non è in grado lui! (ride, ndr).
Le sorprese non finiscono qui: le vostre copertine sono state curate da Adam Jones dei Tool, mentre questa volta avete scelto Denis Rodier, fumettista di Marvel e DC. Come mai questo cambiamento?
Anche tu sei un nerd, Haron! (ride, ndr). Devi sapere che in questa band sono tutti nerd, tranne me. Anche questa collaborazione è nata da un contatto, in questo caso di LEF. Ma è successo anche perché siamo tutti grandi appassionati di fumetti.
Da “Inflamed Rides” a oggi, quante cose sono cambiate?
Tantissime. Siamo cresciuti, abbiamo passato ore in studio e suonando dal vivo. Ognuno di noi è cambiato, sia musicalmente che personalmente. Abbiamo prospettive diverse rispetto a prima. Ad esempio, immagina Pat, che viene dagli Stati Uniti, e quanto possa essere influenzato dal clima politico attuale. Alla fine, quello che vivi quotidianamente si riflette nella musica.
Il 29 maggio sarete a Milano. Dopo come proseguirà il tour? Suonerete anche all’estero?
Abbiamo già diverse date all’estero. Suoneremo in alcuni luoghi storici di Londra, poi a Vienna e in Olanda. In sostanza, saremo più in giro per l’Europa che in Italia. E altre date sono in arrivo.
Bene, arrivati a questo punto: cosa vi aspettate da questo disco e dal pubblico?
Che la gente venga ai concerti! All’estero funziona benissimo questa cultura della collettività, del comprare dischi e vinili, del supportare la musica dal vivo. In Italia, purtroppo, questa abitudine si sta perdendo. Ma all’estero ci aspettiamo un mare di gente ai nostri concerti.
Grazie mille, Carmelo. In bocca al lupo per il disco e il tour!
Grazie a te e a tutta la redazione! A presto!