Quando si parla di progressive e di supergruppi di un certo calibro, vengono in mente progetti come Transatlantic, Sons of Apollo e pochi altri. In realtà, non è così scontato, perché spesso si tende a dare più importanza all’immagine che al comparto musicale, e il risultato non è altro che un fuoco di paglia, destinato a lasciare ben poco di interessante.
Non è il caso degli O.R.k., che non sono nuovi ai nostri canali. Questa super band, composta da Lorenzo Esposito Fornasari alla voce, Carmelo Pipitone (Marta Sui Tubi) alla chitarra, Pat Mastelotto (King Crimson) alla batteria e Colin Edwin (Porcupine Tree) al basso, arriva al quinto album, “Firehose of Falsehoods“, con un sound più diretto e una matrice alternative. Un lavoro meno intricato, ma ricco di sostanza, che segna un passo meno rischioso per la band, ma comunque solido. L’album nasce nei ritagli di tempo, tra gli impegni dei vari membri, e si distingue per una forte componente tematica, offrendo una riflessione sulle complicanze del nostro periodo storico. Il vocalist LEF spiega:
Viviamo in un mondo in cui è sempre più difficile conoscere la verità, quindi intitolare l’album “Firehose of Falsehoods” (un fiume di falsità) voleva essere un riferimento intenzionale a qualcosa di completamente opposto alla sincerità che cerchiamo di esprimere, sia nella nostra musica che nei nostri testi.
L’album si apre in modo dinamico con Blast of Silence, un brano costruito in modo particolare che unisce alternative metal, folk e orchestrazioni, risultando al tempo stesso avvincente e radiofonico. Si prosegue con Hello Mother e The Other Side, che mantengono il filo conduttore dell’ascolto, formando un trittico energico e coinvolgente.
La parte centrale dell’album, composta da 16,000 Days, PUTFP e Seven Arms, regala momenti di ampio respiro per l’ascoltatore. Colpisce particolarmente la prova vocale di LEF, che continua a scrivere parti vocali significative e impegnative, evocando a tratti l’energia e l’espressività di Chris Cornell. Un altro aspetto degno di nota è il lato grafico del disco: l’artwork, realizzato da Denis Rodier (fumettista per Marvel e DC), prende il testimone da Adam Jones (Tool) e riesce a rappresentare visivamente i temi centrali di “Firehose of Falsehoods” in modo efficace.
All’interno della tracklist merita una menzione speciale il brano Mask Become the Face, in cui il chitarrista ospite John Wesley (Porcupine Tree) offre la performance più intensa dell’intero album. La chiusura è affidata a Dive In, un epico finale di 13 minuti che trasporta l’ascoltatore in una dimensione musicale grandiosa, tributando il miglior prog degli ultimi 25 anni.
Tirando le somme, “Firehose of Falsehoods” è il lavoro più diretto degli O.R.k., ma ciò non significa che sia stato realizzato in fretta o con superficialità. Al contrario, la band si dimostra ancora una volta ispirata e attenta ai minimi dettagli, riuscendo a coinvolgere alcuni dei migliori ospiti sia sul piano musicale che su quello visivo.