Tra I tanti gruppi indie rock, post-punk, dance-punk emersi negli anni Zero, The Horrors hanno avuto una storia ad oggi ventennale piuttosto anomala. Emersi di botto e giovanissimi come tante cose dell’epoca per il loro incofondibile punk horrorifico che citava esplicitamente i Ramones, potevano facilmente consolidarsi su quel taglio o diventare meteore. Invece col secondo e terzo disco, rispettivamente “Primary Colours” e “Skying”, spiazzarono il pubblico e conquistarono la critica, spostandosi verso un sound tra la psichedelia e lo shoegaze.
Poi, come spesso succede, arrivano i dischi che funzionano meno, gli anni che passano, fino alla pausa annunciata nel 2021. Passano otto anni dall’ultimo LP, ed ecco che si giunge a “Night Life”, il ritorno dei The Horrors con una formazione per la prima volta rinnovata nei componenti. Faris Badwan è ancora relativamente giovane, avendo ora neanche quarant’anni, e assieme al bassista Rhys Webb e al chitarrista Joshua Third ha deciso di accogliere nel gruppo due membri più giovani, il batterista Jordan Cobb (Telegram) e la tastierista Millie Kidd (The Ninth Wave) per rinnovare il suo sound.
Ad ascoltare “Night Life” (titolo riferito non alla vita notturna in senso lato quanto più in senso stretto), si direbbe che la commistione di freschezza ed esperienza funzioni: pur senza inventare niente è un bel disco, di quelli che ai tempi in cui si votava con severità le nuove uscite prendeva 6,5. C’è un sound chiaro, coerente con l’estetica della band (cosa che era un po’ venuta meno nelle ultime uscite), che però suona fresco e innovativo rispetto ai precedenti. Il primo pezzo Ariel è sufficientemente significativo di quello che accadrà: bassi di sottofondo potenti, drumming che va verso la drum’n’bass, interventi sintetici e di drum machine importanti. Il disco suona complessivamente poco rock, ma contiene pezzi acidi dotati di killer instinct (Silent Sister e Trial by Fire), notevoli sessioni trance (Lotus Eater) e qualche richiamo ai lavori meglio riusciti (More Than Life). L’unico pezzo che non convince è il finale LA Runaway, un po’ pacchiano e fuori contesto rispetto al resto (si concentra per l’appunto sul luogo di missaggio del disco).
Fa piacere che i The Horrors in occasione del ventennale ritrovino nuova linfa e stabilità. Sono stati anche meno convenzionali di alcuni dei loro coevi, ma a differenza di Arctic Monkeys, Franz Ferdinand e altri, non hanno fatto breccia nel mainstream pur avendo una propria proposta originale: non fare mai un disco uguale all’altro alle volte è motivo di successo, altre confonde. Ad ogni modo, bentornati.