La storia si ripete. Quanto accaduto agli Alcest, che con “Shelter” finirono su un altro pianeta, quello shoegaze, e in seguito, paro paro, ai Deafheaven con “Infinite Granite”, ha avuto risvolti in tutto e per tutto simili appena un disco più tardi. Parlare di ritorno alle origini, però, in questi casi è un errore ben grave. È qui che la storia si ripete. Quando una cosa che si credeva viene disattesa e, al suo posto, appare qualcosa di simile a un evento unico, perché, come detto da Michael Nelson sulle pagine di Pitchfork, ogni album dei Deafheaven è un evento.
Non siamo tornati a “Roads to Judah”, nemmeno a “Sunbather” o “New Bermuda”, come nessuno di quei dischi era una riproposizione di quanto avvenuto fino a quel momento. Il salto quantico si fa solo in avanti. O in direzioni diverse. Altre. Superiori. Nemmeno il passaggio su una delle etichette madre del panorama metal tutto. Non che il metal, di per sé, non c’entri. C’entra eccome, c’è sempre stato e sempre ci sarà. La sua lavorazione, la trasformazione, è il lavoro di George Clarke e Kerry McCoy, anzi, la missione. Il primo singolo che abbiamo sentito, Magnolia, è solo un ponte, una rampa di lancio, racchiude il momento, che è questo e questo soltanto. La violenza black che risorge, rinata, come in pochi, negli ultimi 15 anni, sono riusciti a fare.
L’estetica dei Deafheaven permea ogni lavoro. Il colore scelto è quello che trasuda da ogni brano di ogni album. Ne è la spina dorsale. Estetica intrinseca, DNA artistico che si fa forma visuale. Le foto tonalità pastello sono l’odore di ogni pezzo. Immobili, incastrate nel tempo, potrebbero essere state scattate venti, trenta o quarant’anni fa. Le canzoni no, quelle sono oggi, piantate nel cemento. Il black metal si infiltra, attecchisce, amplifica ogni singola sensazione, non è la base, è tappa imperativa, propulsione verso lidi alieni. Tutti i passaggi sono tappe necessarie, capitoli di un racconto di per sé enorme. Quando partono riff alternative rock Novantiano si percepisce un calore intenso che non ci abbandona più, spazzati da ululati agghiaccianti, la perfetta crasi tra Silver Jews e Mayhem, impossibile da trovare altrove, si introietta poi più benzina shoegaze possibile, i suoni del predecessore qui mutano a loro volta, a servizio di nuovi muscoli, più possenti che mai, fatti di spettacolari picchiate death e groove metal innestate quando e dove giusto che stiano.
Le pulsazioni melodiche, che scaturiscono dalle chitarre sezionano tutto come pennelli le cui setole sono state forgiate grazie ai metalli più fini e pregiati, portano a pensare che il cuore dia la sensazione di doversi squagliare da un momento all’altro. Progressioni elettroniche si fanno apocalissi private, implosive, terrificanti, spaventose oltre ogni limite. Tutto è in simbiosi tremenda, in crescendo che tende all’infinito. Silenzi viscerali che si specchiano in scoppi di assoluta brutalità, vuoti e pieni che convivono alimentandosi vicendevolmente, in un turbine emotivo morboso che fa terra bruciata tutt’attorno per poi ricostruire pezzo pezzo ogni singola parte dell’insieme per dare vita a una smagliante tetraggine.
Ogni volta penso di aver trovato il picco creativo dei Deafheaven, e ogni volta capisco di essermi soltanto illuso, perché poi tornano e mi mostrano un’altra vetta scalata.