Vent’anni fa, nel 2005, usciva “Deadwing” l’ottavo disco dei Porcupine Tree. Proprio in quegli anni di inizio secolo, la band ha raggiunto il suo top. “Deadwing” è l’opera di mezzo in una trilogia ideale che comprende il predecessore “In Absentia” (2002) e il successore “Fear of a Blank Planet” (2007). Una trilogia eccezionale nella quale Steven Wilson è al massimo della creatività e dell’originalità e lo stesso si può dire per la chimica tra lui e gli altri membri della band (Richard Barbieri ex Japan alle tastiere; Colin Edwin al basso; Gavin Harrison alla batteria). Probabilmente la miccia che consentì di arrivare a questi picchi fu l’ingresso, con “In Absentia”, di Gavin Harrison al posto del pur ottimo Chris Maitland. Ma Harrison è di un altro pianeta. Fino ad allora quotatissimo session man internazionale che aveva lavorato anche in Italia per pezzi grossi del pop nostrano, quali Claudio Baglioni e Franco Battiato. Con il suo arrivo nei Porcupine Tree, Harrison trova il suo proprio stile e la sua voce dopo essersi dovuto per anni adattare alle esigenze di chi lo scritturava come session men. Ed il mondo si accorge di lui. Il successivo approdo nel 2008 ai King Crimson, numi tutelari del rock di alta qualità, ne sancirà definitivamente la fama che da diversi lustri si mantiene intatta. E che lo designa possibilmente come il migliore batterista al mondo, al livello di leggende della precedente generazione, quali John Bonham o Jeff Porcaro (di cui peraltro Gavin è un grande fan).
“In Absentia” doveva essere il disco della svolta commerciale per i Porcupine Tree finalmente sostenuti da una major come Universal, tramite la sussidiaria Lava. Il grande successo, per la frustrazione di Wilson, non venne, ma il disco entrò comunque in qualche classifica in Europa, allargando la nicchia che seguiva la band. “Deadwing” l’avrebbe allargata ulteriormente. Il disco entrò negli USA nella Billboard 200 e si stabilì come il disco più venduto della band, primato che a sua volta sarebbe poi stato superato da “Fear of a Blank Planet”. Insomma, è con questi dischi e in questi anni che Wilson inizia a costruirsi la fama sulla base della quale, vent’anni dopo, la sua ultima prova solista “The Overview” è giunta ai vertici delle classifiche di mezza Europa. Risultato straordinario per un album di quella fattura, come l’abbiamo descritta qui.
Ma torniamo a vent’anni fa. “Deadwing” si presenta come un’opera a metà strada tra il prog metal di band dei due precedenti decenni come i Queensryche o gli Opeth e riferimenti più antichi come i Pink Floyd e altre band del prog classico anni ’70. Deadwing, posta all’inizio dell’album, si presenta subito con uno spettacolare riff metallaro di chitarra che però, accompagnato dalle tastiere di Barbieri, assume un sapore molto più etereo e digeribile. A continuazione, è sempre un riff di chitarra che introduce Shallow e qui il pensiero va ai Soundgarden. Barbieri avrebbe espresso la sua insoddisfazione con la traccia, a suo parere “fuori contesto”. E Wilson avrebbe ammesso le pressioni della casa discografica perché l’album includesse una traccia “radio friendly” che trascinasse commercialmente l’album. Al netto di una qualche scontatezza, il pezzo ha però un suo tiro e una sua dignità. Tutt’altra cosa è Lazarus. Alla fine ed in realtà, è questo il vero pezzo “radio friendly” dei Porcupine Tree, una ballad densa di atmosfera sognante. Al punto che qualcuno mi assicura che negli anni ‘00 la sentiva suonare dagli altoparlanti della Conad. La canzone ha una grana melodica che ipnotizza, a metà tra i Pink Floyd e i Sigur Ros e caratterizzata da una forte presenza del pianoforte. Definitivamente uno dei pezzi meglio riusciti della carriera di Steven Wilson. Buona sia per la Conad che per essere cantata a squarciagola se ubriachi e colti da nostalgia per qualcosa che urla dentro di noi. Il fill di Harrison a 3:25 è una pennellata che colpisce dritta al cuore, mentre incornicia una canzone perfetta.
Ben altra l’atmosfera di Halo: traccia prog metal che in concerto scatena il pubblico a cantarla con il pugno rivolto al cielo, mentre la sezione ritmica lo fa ondeggiare. Siamo nel pieno del disco, nel suo corpo centrale e pulsante. Wilson è ispiratissimo. Harrison pure: la sua soluzione ritmica in 17/16 caratterizza il pezzo, mentre Edwin lo segue rapito e Barbieri sembra invaso dallo spirito di Richard Wright. L’assolo di chitarra è affidato ad Adrian Belew dei King Crimson, che già si era fatto sentire nella title-track. La traccia è accreditata all’intera band che non a caso qui suona coesa come non mai. Arriving Somewhere but not Here invece è un esercizio fondato nel prog classico della durata di 12 minuti. Una lunga intro di tastiere cede il passo ad un arpeggio di chitarra e quindi alla voce filtrata di Wilson accompagnato da cori, dal mellotron e poi dalla chitarra acustica: per un momento sembrano gli Yes. Poi entra la batteria, intorno a 3:20 e Wilson si esibisce nel primo assolo di chitarra. Il secondo invece è a cura di Mikael Akerfeldt degli Opeth e arriva con una progressione metallara dominata dalle chitarre elettriche. Il ritmo accelera, prima di decadere di nuovo. Un saliscendi che rappresenta una summa di tutto il mondo wilsoniano in una delle sue migliori rappresentazioni. Alcune decadi di musica prog sono qui racchiuse. Un’anticipazione anche, di ciò che che due anni dopo sarà “Fear of a Blank Planet”: opera ancora più sopraffina di questa della quale magari parleremo tra due anni, in occasione di quel ventennale.
Rimanendo all’oggetto di questo anniversario, il disco prosegue con Mellotron Scratch. Brano dall’andamento lento e sognante. “La traccia più rilassata del disco – dice al riguardo Wilson – “Molte armonie sovrapposte e diverse linee vocali in tre parti che si intrecciano contemporaneamente dentro e fuori l’una dall’altra.”. Open Car torna al metal con il suo riff pesante di chitarra: qui siamo in territorio Opeth, anche se i Porcupine Tree hanno e dimostrano ben altra versatilità. La traccia è bellissima con i suoi stop and go e i suoi chorus epici. Nella continua alternanza del disco tra la durezza metallara e cose più rilassate e atmosferiche, The Start of Something Beautiful pende verso queste ultime. Sostenuta da un giro di basso ispirato dalla soluzione ritmica di Harrison che anche qui fa la parte del leone e compare nei crediti di composizione. Un’altra prova in cui il batterista comincia a indicare la sua centralità nel sound del gruppo e la sua crescita da session man di lusso a protagonista della musica in cui suona, ruolo che affinerà poi nei Pineapple Thief e nei King Crimson a tre batteristi. Ascoltatelo a 4:45 come rientra nella musica, dando direzione al pianoforte e al resto della band. Un’altra traccia commovente nella sua perfezione e originalità. Glass Arm Shattering è posta non a caso alla fine con la sua epicità floydiana. Che però i Porcupine Tree sanno reinterpretare con una leggerezza che talora mancava al “fluido rosa” (soprattutto nel periodo in cui dominava Waters).
Nove tracce in totale, cui si aggiungono diversi altri outtake che compaiono in differenti edizioni più o meno deluxe ma che però nulla aggiungono alla grandezza del disco. “Deadwing” è un esperimento pienamente riuscito e davvero sorprendente. Che Steven Wilson possegga un orecchio musicale a 360 gradi non è una novità per chi lo segue e lo ama. Ma forse la prima completa dimostrazione di ciò l’aveva data in quel 2005, con questo disco che contempera sensibilità e anime così diverse: il metal che il nostro aveva frequentato producendo tre dischi degli Opeth negli anni precedenti, la melodia e il prog classico. Per un risultato complessivo che ancora oggi sbalordisce coloro che amano la musica davvero “progressiva”, ossia che non smette mai di esplorare opzioni e contaminazioni.