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Vennero, videro, spaccarono: 25 anni di “Veni Vidi Vicious” dei The Hives

Vennero, videro, aggredirono. All’alba del secolo, cinque ragazzi svedesi vestiti di bianco e nero e poco più che ventenni pubblicavano “Veni Vidi Vicious”, giocando con le parole attribuite a Giulio Cesare dopo la vittoria-lampo nella battaglia di Zela, nell’attuale Turchia: parliamo degli Hives, nel 25° anniversario del loro lavoro più riuscito e riconoscibile.

Howlin’ Pelle Almqvist e compagni si presentano al mondo nel 1997 con “Barely Legal” e raccolgono già qualche parere favorevole, ma è con “Veni Vidi Vicious” che deflagra la bomba: mezz’ora scarsa di rock dritto, sporco, ruvido e aggressivo come da manuale del garage, ma anche rapido e urgente come dovrebbe sempre essere il punk. Ad onor del vero, gli stessi protagonisti descrivono l’album come un guanto di velluto con un tirapugni di ottone, un’immagine pienamente calzante se si tengono in considerazione le sfumature più hardcore del passato. Se il vostro primo approccio agli svedesi coincidesse con questo disco potreste pensare alla seconda immagine senza la prima, ma “Veni Vidi Vicious” riflette davvero una reale esigenza di (lieve) rallentamento e ragionamento, quasi a voler incanalare la sfuriata garage in un solco più ordinato, fruibile, d’impatto immediato, senza però perdere un grammo di quello spirito caciarone che si esalta nel bollore di un piccolo locale tenuto in vita dal pogo e da ettolitri di sudore.

E, coerentemente con questo spirito, gli Hives dei primi novanta secondi dichiarano guerra nucleare a loro modo (The Hives – Declare Guerre Nucleaire), prima della sarcastica dichiarazione d’intenti di Die, All Right! (“Heavy morals seem so light / but when it comes to cash I’m gonna die, all right”) e di svelare il metodo definitivo per aggirare l’insostenibile pesantezza della routine (The Hives – Introduce the Metric System in Time). Lo schema di “Veni Vidi Vicious” rimane sempre piuttosto simile a sé stesso, ma si consuma in un tempo talmente breve da non annoiare né stancare, anche perché la formula conserva tutta la sua freschezza dall’alba al tramonto: l’unica reale variazione sul tema è incarnata da Find Another Girl, quando i nostri sembrano voler giocare a fare i Kinks, nonostante un animo molto più Stooges e le tracce di Ramones disseminate qua e là. L’altra ragione per cui la mezz’oretta scarsa in compagnia degli svedesi scivola via in maniera così fluida risiede nei singoli, due in particolare: Main Offender e Hate to Say I Told You So. Potreste conoscerli senza conoscere gli Hives, potreste averli cantati senza sapere chi li avesse scritti, potreste averli urlati senza aver nemmeno completato un ascolto intero, perché sono due instant classic nel senso più puro del termine, nonché i due episodi ancora oggi più riconoscibili di un’intera discografia.

Veni Vidi Vicious” resta l’espressione migliore – forse insuperabile anche perché estremamente simbolica – nella discografia degli Hives: un disco genuinamente spassoso e da consumare in compagnia, talmente carico di energia e vitalità da dover essere sudato a furia di spallate. Senza la pretesa di essere un capolavoro, ma con l’unico vero obiettivo di dover incarnare nella maniera più accessibile e pura l’essenza stessa del garage punk.

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