Per tre anni, dall’uscita di “Close”, i Messa sono rimasti sulle labbra di chiunque, non solo da queste parti, anzi, soprattutto altrove. Tanti ce ne sono voluti perché “The Spin” prendesse forma definitiva e si librasse in aria, ché è lì che rimarrà per i prossimi tempi a venire, in attesa che il quartetto dia alle stampe il suo successore. È una certezza, non sono di sicuro un indovino, e non c’è bisogno io lo sia.
Se le modalità di composizione sono cambiate, a non essere cambiata in alcun modo è l’anima pervasiva delle melodie, intrise di un liquore proveniente da tempi lontani, che altri tentano semplicemente di ricalcare (senza successo sentimentale alcuno), ma che i Messa innervano in un meccanismo in, evidente, continua evoluzione. Come l’uroboro a opera di Nico Vascellari in copertina, “The Spin” è un eterno ritorno di bellezza, catarsi infinita di sensazioni che si incidono a fondo nell’anima.
Se ogni strumento è in comunione, è la voce di Sara Bianchin a rendere ogni tassello di questo mosaico un’immagine a sé stante, una miniatura, fotografia di un mondo interiore ed esteriore che si fondono. Condizioni umane che trasmigrano in scene che fanno grondare il cuore. Si apre al cielo, “Biting like a horse at races / Every stare weighs on my severed head”, mentre le chitarre fanno da rete metallica che gronda luce al neon, At Races è massimale minimalismo, scheletro luminescente, dolore che si abbatte, in una corsa forzosa, fatta di veloci lentezze che stritolano. Languore e atterrimento, Immolation, una ballata per piano e voce che detona in un’onda anomala di elettricità travolgente, sanguina immensità, “Which part of me will I sacrifice today”, domande che si rincorrono, certezze che pesano sul cuore.The Dress è un gigante doom tanto fragile quanto resistente come diamante, nero grezzo, avvelenato e infestato da demoni che non lasciano vivere, che ci intrappolano, laddove la dolcezza notturna si incarna nella tromba di Michele Tedesco, in dialoghi speculari con Little Albert e la sua sei corde tesa come un arco, a creare un ambiente fumoso che fa perdere in dedali infiniti, sintetici, psicoticamente pervasi di romanticismo spettrale.
Il disco ha tante anime differenti, si specchiano in Fire on the Roof, intelaiature elettroniche, assenze ritmiche che mutano in deragliamenti a sedici ottani di riff e sezione ritmica elefantina, soulness implosiva mentre tutto esplode, il titolo che si innalza fino a sfondare il soffitto, riflessi e baluginii western demonio, il sabba funesto di Reveal che divora con violenza metallizzata, “The end, the end, is Hell”, un branco di coyote a passo spedito verso la preda. Ma è la stregonesca A Thicker Blood a racchiudere tutto in uno scrigno nero come il pozzo più profondo di tutti, nei suoi quasi nove minuti di detonazione onirica, pesante come una montagna di incubi, dolce come il bacio più crudele. Sta tutto qui lo spirito di un disco che non se ne andrà tanto in fretta.