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“The Good Son”, l’educazione sentimentale di Nick Cave

Difficile parlare di Nick Cave, e forse è proprio questo il punto. È come voler abbracciare una tempesta, o tenere in tasca una canzone. Non ci sta, non ci riesci. Resta sempre qualcosa che sfugge, che pulsa appena sotto la superficie del racconto. Eppure, in questo giorno che segna i 35 anni dall’uscita di “The Good Son“, il tentativo è doveroso. Perché ci sono anniversari che chiedono silenzio e altri che chiedono parole.

Il 17 aprile del 1990, Nick Cave and the Bad Seeds pubblicavano il loro sesto album in studio. Un album che, più che un disco, è una soglia. Non più l’oscurità barocca degli anni berlinesi, ma neanche la luce piena. Una mezza ombra. Un chiaroscuro malinconico e tremante, come certi tramonti brasiliani in cui il cielo sembra voler trattenere il giorno un minuto in più.

The Good Son” è, prima di tutto, un cambiamento. Ma non una frattura: una fioritura. Come se Cave, dopo essersi aggrovigliato nel dolore per anni, avesse deciso di cambiare semplicemente posizione, sedersi al pianoforte, aprire le finestre e lasciar entrare il mondo. Un mondo diverso, colorato, vivo: Rio de Janeiro, San Paolo, la musica popolare, l’amore.

Non è però una redenzione. Cave non si converte mai del tutto alla luce. È sempre l’uomo dei contrasti, della dolcezza che punge, dell’amore che morde. Ma in questo disco qualcosa si scioglie. Come se, per un istante, avesse trovato una tregua. La depressione e l’eroina restano lì, alle spalle. Ma anche se presenti, sono lontane. Berlino, con il suo grigio implacabile, è già un ricordo. In Brasile, Cave incontra Viviane Carneiro e insieme iniziano una nuova vita, in cui la musica torna a essere gesto d’amore prima che atto di disperazione.

Il titolo stesso, “The Good Son“, è una dichiarazione d’intenti. Un’invocazione, forse. Il figlio buono, e quale figlio non ha mai desiderato esserlo? È un’immagine che s’innesta direttamente nella mitologia di Cave: Caino e Abele, padre e figlio, colpa e redenzione. Ma è anche autobiografia nascosta tra le righe, confessione musicale, piccola preghiera laica. È un album che ha il coraggio di parlare di relazioni, affetti, perdite e miracoli quotidiani, senza vergognarsi della bellezza.

La musica si trasforma. Il pianoforte, per la prima volta, guida la scrittura. Gli arrangiamenti si fanno più ariosi, i Bad Seeds respirano insieme, come un corpo unico che ha smesso di tremare. Mick Harvey, musicista, cantautore, compositore, arrangiatore e produttore discografico australiano, arricchisce il suono con vibrafono e archi. Otto musicisti brasiliani portano la loro voce, la loro carne, il loro mondo. Non è world music, è Cave che si apre al mondo.

Brani come Foi Na Cruz e The Weeping Song raccontano la nuova geografia dell’anima caveiana: la prima, un brano popolare brasiliano che diventa elegia moderna; la seconda, un duetto padre-figlio con il musicista tedesco Blixa Bargeld, in cui si ride per non piangere o forse il contrario. Sorrow’s Child, The Hammer Song, The Witness Song: ogni pezzo è un tassello, un battito, un verso di poesia sospesa tra carne e spirito.

E poi c’è Lucy, ultima traccia. Una carezza d’addio. Una chiusura lieve e misteriosa, come se Cave ci dicesse che sì, anche nei racconti più cupi, c’è sempre spazio per un soffio di luce.

A trentacinque anni dalla sua uscita, “The Good Son” resta un disco in equilibrio instabile: tra dolore e grazia, tra il padre e il figlio, tra chi parte e chi resta. Ma soprattutto è un atto di fede nella possibilità che l’uomo, anche quello più ferito, possa ricominciare. Magari seduto a un pianoforte, magari sotto il sole di un altro emisfero.

E noi fan, quelli che Nick Cave ce lo portiamo nel sangue, tra le pieghe del cuore, non possiamo che ringraziarlo. Per ogni parola, ogni nota, ogni caduta e ogni risalita. E per questo disco, “The Good Son“, che ancora oggi, come allora, ci salva un po’.

Una fan irrimediabilmente coinvolta.

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