Scopro i Quade e il loro fenomenale album di debutto “Nacre” criminalmente in ritardo solo lo scorso anno (il lavoro è del 2023). Direi che li scovo per caso, ma quando si trova qualcosa in un negozio di dischi (in questo caso Backdoor), non si può parlare di caso fortuito, in quanto spulciare/parlare/ascoltare fanno parte di quello che non mi vergognerò mai di chiamare rituale che, si spera, non finirà mai nel terribile dimenticatoio di quei gesti tanto importanti quanto vergognosamente accantonati. Ma sto divagando.
Quade, quartetto di base a Bristol (ma pensa un po’…), giovane, composto da Barney Matthews, Leo Fini, Matt Griffiths e Tom Connolly, per dare vita, e titolo, al proprio secondo lavoro, quello più difficile nella vita di un artista (sì, ho citato Caparezza), si rintanano molto al di là di quella che viene comunemente intesa come “società”, in un vecchio fienile piantato in una remota valle gallese, su cui svetta la Foel Tower, “una struttura in pietra riempita di valvole e cilindri che possono alzare e abbassare il livello del bacino per estrarre l’acqua”. A guardare le foto di questo posto che pare uscito da “La Torre Nera” di Stephen King, se Stephen King fosse stato inglese e il suo Pistolero si fosse mosso tra Galles, Scozia e chissà quale altro posto. Sto divagando ancora.
Ma non è King il riferimento letterario a cui guardano i quattro bristolians con “The Foel Tower”, bensì un filamento che collega Cormac McCarthy (in fin dei conti la Frontiera in qualche modo c’entra), Ursula K. Le Guin e Yeats. E ancora più a fondo l’idea di luogo. Potrebbe essere altrimenti? No. Molti sono gli esempi di artisti che, per dare un suono e un’anima (le due cose sono poi tanto diverse?) hanno scelto specifici luoghi, con una ambience e un riverbero unici, che so, Tom Waits un pollaio, Pauline Oliveros una cisterna. Scegliere il posto è necessario quanto quello che si suona. I Quade ragionano sui luoghi di ritiro dal caos, ambienti eletti.“Un tema chiave dell’album è collegato al perché ci connettiamo a determinati posti e come”, dicono.
È stupefacente che una musica tanto eterea possa essere anche incredibilmente fisica, palpabile e travolgente. Eppure è così e lo si capisce sin da subito: apre Beckett e il pianoforte è preso in ampiezza, riverbero tra rumori, sgocciolii, muri che trasudano, pietra, anche sì, presto seguito da contrabbasso e voce, il primo asciutto come il deserto, la seconda morbido velluto blu che danza attorno al perno, col violino che aleggia e disegna arabeschi nell’aria. Trame che si intrecciano, si spostano a stretto giro in ambienti più presenti, meno volatili. See Unit è pressurizzazione slowcore, scintilla che scocca su una batteria perforante, detonazioni di rumore sfasciato, riff di basso come perno ipnotico e arpeggi adamantini, roba micidiale. E se il sogno si fa più oscuro, è il rumore spaventoso e notturno che lambisce Nannerth Ganol a prendere il controllo con intelaiature e sincopi sintetiche, orizzonti cosmici e spazio aperto.
L’aria fantasmatica di Bylaw 7.1 è monumento minimale al post-rock, alle sue elegie flebili, un trasmettitore sigurosiano inchiodato in mezzo alle campagne gallesi, e qui sta tutta la forza dei Quade, capaci di trasferire la propria energia attraversando trasversalmente ampi campi folk per raggiungere stati elettrici sontuosi e avvolgenti, transizioni dominanti in Canada Geese, grandeur ascendente che rimbomba nella valle, stringendola tra spire cristalline.
D’accordo. Compositori come Bach non ce sono. C’è solo Bach. Ma tralasciando questo per un momento, quelle regole possono impararle anche i profani. Sono lì per essere imparate. O forse no. Sono lì a prescindere dal fatto che la prima nota musicale sia o non sia mai stata scritta. Sarà vero?
Pare musica platonica. A me.
“Stella Maris”, Cormac McCarthy