L’opinabile è sempre dietro l’angolo quando ci si approccia a un libro che vuole mostrarci una qualsivoglia raccolta basata su una prevalente caratteristica comune. Spesso, come le pubblicazioni sulla falsa riga delle mille cose da fare prima di morire, ci si ritrova in profondo disaccordo, per il semplice motivo che la discriminante valutativa è essenzialmente una questione, per quanto argomentata, di gusti personali.
Nel caso de “L’Estetica del Rumore in 100 Dischi” però il denominatore comune che accorpa le cento voci selezionate è appunto il concetto di rumore. Come possiamo o meno essere d’accordo? Cosa è il rumore? Quando il rumore diventa piacevole, ascoltabile? E perché mai dovrebbe, poi? Quando il rumore diventa intenzionale e non casuale? E pure se lo fosse, casuale? Una lunga e parecchio interessante prefazione a opera di Francesco Nunziata affronta il tema del rumore, colpendo in pieno certe argomentazioni – tutto è rumore, solo la morte è silenzio – quali il rumore come strumento di rivolta anche contro il rumore generato dal recente benessere stesso e toccando pensatori e concetti importanti quanto John Cage o il Futurismo ma, forse, lasciandoci ancora più pensierosi di prima, insomma già la prefazione ci prepara a un salto nell’universo del rumore e della sua ambigua definizione e applicazione artistica.
Poi, quello che conta, è tuffarsi nell’elenco. Cento album sono tanti, e personalmente sono stato felice di scoprire almeno una trentina di nomi che a me risultavano completamente sconosciuti. Rincuorato dalla presenza di Frank Zappa (con “Freak Out!”, ma chissà quanti altri album sarebbe stati in ogni caso adatti), dal prevedibilissimo “Metal Music Machine” di Lou Reed (giustamente il primo dell’elenco) e da Hendrix con “Are You Experienced?”, rimango deliziato dalla scelta di buttare nella mischia anche Edgar Varèse, Igor Stravinsky e i Grateful Dead. Con questi, uno stuolo di artisti che hanno avuto la loro voce nel concetto di rumore: i Devo e il loro primo album, l’omonimo dei Faust, i Pere Ubu (“The Modern Dance”), il debutto dei Velvet Undeground, Red Crayola (“The Parable of Arable Land”), Sun Ra (“Space is the Place”), gli Stooges (“Fun House”), Robert Wyatt (“Rock Bottom”), Coltrane (“Stellar Regions”), Barrett (“The Madcap Laughs”), il “Blues for the Red Sun” dei Kyuss. Facile notarlo: non ci sono confini di genere, ci sono tutti, sul serio (forse mancano giusto la salsa e il reggae).
Certo, non tutto poteva piacere e alcuni lavori mi hanno lasciato molto perplesso (il piacere perverso dell’ascolto atroce, qualcuno sa di cosa parlo) ma ho anche scoperto alcune gemme e un buon numero di storie molto interessanti, se non veri e propri colpi di genio (i lavori di Terry Riley, il mondo inventato dei Magma). E ho solo menzionato la punta dell’iceberg in queste righe, sia chiaro, a fronte di decine di altri forse misconosciuti eppure fenomenali nomi (mi vengono in mente Nobukazu Takemura o Anthony Braxton). Spesso si tratta di album da ascolto unico: troppo oltre, intensi, troppo densi per essere riassaporati – eppure eccellenti. L’autore Massimo Padalino, inoltre, aveva due possibilità nella narrazione dei cento dischi: o ammorbarci con un taglio enciclopedico (e ci sarebbe sembrato di consultare le pagine di Wikipedia) o lasciarsi prendere dall’entusiasmo della scelta. Sembra sia lì a mostrarci l’album, a raccontarci quel che sa, quel che reputa più sorprendente ma sempre partendo da un preciso contesto storico culturale, fino a cogliere l’occasione anche per ulteriori ascolti, piazzandoci qualche altro nome al volo, fugace. Funziona, non ci si annoia. Si pesca dall’elenco, nessun obbligo di lettura sequenziale, in fin dei conti. Lui non vede l’ora di parlarci del prossimo album, un lodevole effetto fiume in piena, con un linguaggio sereno e onesto, e nessuna puzza sotto il naso.
Alla fine, in appendice, una sterminata discografia consigliata ci mette al sicuro se mai avessimo ulteriore voglia di approfondire, esplorare e non credere alle nostre orecchie. Uno sforzo editoriale davvero stimolante e per tutti i gusti, clamorosamente.