È un periodo che rincorro uscite di cui non mi sono accorto. Va così. Mi rendo conto della pubblicazione di “Shy” solo da un post di Teho Teardo. Giustamente, in fondo. Nel 2019 fu proprio lui a dare corpo musicale all’opera teatrale ripresa da “Grief is the Thing with Feathers” di Max Porter. Protagonista in carne e ossa di quella fu Cillian Murphy, che all’autore britannico si dev’essere legato, tanto che produrrà e interpreterà “Steve”, film Netflix di prossima uscita tratto proprio da “Shy”.
Se del post di Teardo mi son fidato, di norma mai mi affido alle fascette che lambiscono i libri su cui mi tuffo, spesso infarcite di frasi buttate lì giusto per vendere qualche copia in più, magari presa di peso da qualche recensione uscita prima del tempo (mi metto a fare le pulci alle recensioni in una recensione, ma pensa te). Decido di cambiare atteggiamento. La frase su questa, di fascetta, la tira fuori PJ Harvey, e non qualche scribacchino come me: “Ho amato ‘Shy‘. L’ho finito euforica e terrorizzata, piena di lacrime e di gioia, cambiata dal viaggio. Mi ha commosso e sorpreso e questo è ciò che cerco nei miei artisti preferiti.” Polly Jean, che di lacrime ne ha strizzate fuori parecchie da molti di noi, non può essersi commossa tanto a caso. E infatti…
Leggo “Shy” come se mi corresse dietro il diavolo. Lo faccio ascoltando la stessa musica che si spinge nelle orecchie l’omonimo protagonista. Drum’n’bass, darkstep, jungle. Velocità ferali intinte in mari notturni. Kenny Ken back2back con DJ Randall. Metalheadz con Doc Scott. Solo alcuni dei produttori e degli MC che Shy fa girare nel suo walkman mentre tutto attorno a lui va in mille pezzi. Porter si affida a una scrittura tutta sua, fatta di bpm che oltrepassano l’udibile gettandosi in pozzi di piena e vera oscurità. L’anno è il 1995, è palpabile, si sente, è inciso su travi antiche affianco a nomi perduti nel tempo. Shy vive nel collegio Ultima Chance, ma è la collocazione fisica del suo essere. La sua mente trema e si disfa per ricomporsi altrove, diversa ma sempre uguale.
Le neurodivergenze, per chi i ’90 li ha vissuti, sa bene che venivano spesso derubricate, se non proprio derise o ignorate. Anche qui. Le pagine del libro sono come immagini vivide, il lettering è utilizzato per dare corpo alle scene, alle voci che vorticano fuori e dentro Shy. Compongono per gli occhi personaggi che esistono, la cui essenza va a mischiarsi con quella del sedicenne. Ma sono pure fantasmi, essenze disincarnate. Porter le fa vorticare. La violenza fisica, autoinflitta e non, non è nulla in confronto a quella che attanaglia la mente di Shy, che riempie coi bassi, i synth, il rhyming degli MC, la volontà di rave che non ci sono (per lui), i desideri carnali e la frustrazione, tanta, estrema al punto da emergere dalle pagine. Come tasselli di un puzzle che è destinato a non essere mai concluso, la musica è la colonna portante di Shy, anzi, la sua missione. Gli altri ragazzi della struttura sono comprimari del dolore, del male di un mondo che volta loro le spalle. Le lotte che ingaggiano tra loro sembrano un modo per coesistervi, attraversarlo. A un certo punto al grido di “GUERRA SONORAAAA” (un rimando al libro omonimo di Kode9? Chissà se in lingua originale gridavano “SONIC WARFAREEEE”), Shy e il compagno Benny si battono a colpi, rispettivamente, di Jumping Jack Frost e Sepultura. Il piano conflittuale trascende. Cameratismo adolescenziale e rabbia, letta attraverso le più disparate e colorate lenti. Lenti che risuonano, incazzate come i mostri che li possiedono.
Gli adulti, invece, stanno in altre realtà. Agiscono da sopra. Lo Steve che dà il titolo alla pellicola che verrà è il preside di Ultima Chance. Lo si scorge grazie al lettering, ma la sua, di voce, si confonde con qualcos’altro. Qui il piano si fa onirico o, peggio ancora, di veglia allucinata. Shy sente e vede tutto, ma traduce con un dizionario che solo lui possiede. Si percepisce, pagina dopo pagina (nessun capitolo, non avrebbe avuto senso alcuno), tutta la fatica, e il terrore che stritola chi legge si fa, passo passo, più tangibile. Sono i sogni che, anziché scolorire, sono via via più intensi, intrecciandosi con quella veglia invivibile, divenendo strada nuova. Chi è Shy? è la domanda che mi pongo continuamente, a ogni riga, alla fine di ogni sezione e all’inizio della successiva. Lo sento radicato, ma non è una sensazione, è un essere umano che più umano non si potrebbe.
Chiuso il libro, ripreso fiato, mi rendo conto che anch’io sto piangendo. Perché è l’unica cosa che si può fare. Sento il cambiamento. Capisco Harvey. Condivido parola per parola. Max Porter ha buttato giù muri interiori che sembravano invalicabili e lo ha fatto in modo dolce e dirompente. “Shy” è qualcosa più che un semplice romanzo. È urgenza di vita oltre i margini di un mondo che ci volta le spalle, ogni giorno di più.
Non ci si può fidare di nessuno. È per questo che ama così tanto la musica. La musica mantiene le promesse. Nel suono lui si sente sicuro. Da solo nelle sue cuffie. Niente barriere, niente giochetti. La musica lo accoglie.