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PUP – Who Will Look After the Dogs?

2025 - Little Dipper / Rise Records
noise pop punk

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Tracklist

1. No Hope
2. Olive Garden
3. Concrete
4. Get Dumber
5. Hunger For Death
6. Needed To Hear It
7. Paranoid
8. Falling Outta Love
9. Hallways
10. Cruel
11. Best Revenge
12. Shut Up


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Diciamocelo, chi vede ancora la “salvezza” del pop punk nell’ennesimo ritorno degli ormai bolliti blink-182, ha bisogno di un bel paio di occhiali nuovi. C’è comunque da dire che non sono in tanti a tener alto il vessillo del genere, magari impreziosendolo con qualcosa di più. I PUP però non mollano.

Se devo però essere sincero pensavo l’avrebbero fatto. Il precedente “The Unraveling of PUPTHEBAND” sembrava il crocevia di qualcosa di decisamente meno interessante rispetto al passato della band capitanata da Stefan Babcock. Nonostante i tanti sbandieramenti della stampa di settore, il gruppo non pareva avere le idee tanto chiare su che cosa fare del proprio sound bombastico, e ha finito per depotenziarlo facendo temere per una pietra tombale bella e buona. La cosa curiosa dei PUP è la capacità di fronteggiare il male con un suono assurdamente “up”, sfrontato, colorato. Da questo punto di vista i quattro di Toronto si spalleggiano coi concittadini Fucked Up. Hai detto niente, nel panorama punk che vediamo oggi.

Quindi il ritornello a cori spianati di No Hope dimostra tutto quanto, subito, in apertura “I don’t need hope / It’s killing me / It’s burned a hole / It’s burning me”, circondato da chitarroni pompatissimi e luminosi. Scegli bene il produttore e non avrai un problema nella vita. I PUP decidono per il veterano John Congleton, che nella sua carriera è passato agilmente da St. Vincent agli Swans. Dove cascava “The Unraveling”, “Who Will Look After the Dogs?” si rimette in piedi. Le soluzioni tornano a essere quelle di un sound grasso, che impalla le frequenze. Un disco pieno di malessere, ma suonato con il piglio di chi va a vedere l’Oceano ogni giorno sbattendosene il cazzo di tutto. Quella voglia di pop che sbuca nella weezerissima (se la band di Rivers Cuomo suonasse tutto fuori tonalità) Hunger for Death e che fa da contraltare al mandare a fanculo tutti su questo pianeta, eccetto per una persona, fa proprio godere. Come le storture che spingono sotto il singalongone di Needed to Hear It. Ed ecco l’hardcore rumoroso e sguaiato di Paranoid, dritto come una spada che si infila tra le chiappe e il tempo si fa elastico durissimo, pazzo in culo.

Sembra una ballad, Best Revenge, ma scordata, elettrica, deliziosa, zeppa di bleep deliranti. Ogni chorus qui è una bomba atomica pronta a detonare, incollandosi in testa, in faccia, su tutto il corpo (quello di Concrete…dio mio…). È sempre l’intrico sonoro ordito dalla band in combutta con Congleton a fare la differenza. Mettici pure la velocità, tipo quella di Get Dumber, appena un passo prima del melodic hc di cui sopra, ma con la medesima, magnifica irriverenza. Babcock divide il microfono con Jeff Rosenstock e va di anthem “I don’t wanna hear who you’re dragging under / It seems like every year / I swear that you’re getting dumber”, cazzutissimi sul rumore che come un’onda si porta via tutto. La batteria e le percussioni svalvolate che Zack Mykula piazza in Cruel spingono tutto oltre.

A dare la spinta in più che ci vuole, quindi, sono i dettagli, e questo è un disco pieno di dettagli, di stramberie che sbucano a ogni passo. Pop punk salvato? Chi può dirlo? Ma i PUP di sicuro hanno salvato sé stessi da una china indie che dio ce ne scampi e liberi (in generale).

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