A fine 1969, i King Crimson erano una band nuova di successo e destinata ad un glorioso futuro. L’album di debutto “In the Court of the Crimson King” (ITCOCK), uscito a ottobre, aveva non solo scalato le classifiche ma anche impressionato la critica per la sua visione futurista e “progressiva” della musica rock. Uno di quegli album che ebbero subito un impatto profondo su una generazione di musicisti e che tutt’oggi continua a posizionarsi come una pietra miliare. A fine 1969, l’etichetta della band, la EG, desiderava che i ragazzi si mettessero subito al lavoro per il secondo album, una volta conclusosi il positivo tour negli USA. Il problema era che il tour stesso aveva decimato la band. Ian Mc Donald, fiatista, tastierista e autore di molte delle musiche, insieme al batterista Michael Giles avevano deciso di mollare la barca. I due non riuscivano più a identificarsi con la musica che suonavano, per loro troppo sulfurea e oscura. Inoltre, soffrivano la vita in tour e la lontananza dalle rispettive compagne. Comunicarono la decisione agli altri durante una delle ultime tappe del tour che terminò quindi lasciando una grande incertezza su quello che sarebbe stato il futuro dei KC.
Anche perché, subito dopo, il cantante e bassista Greg Lake, demotivato dalla defezione degli altri due, decide anche lui di accettare la proposta di Keith Emerson, che con i suoi Nice aveva accompagnato il tour statunitense. Emerson voleva formare un nuovo trio, frustrato dai limiti della sua band attuale e vide in Lake la persona giusta per arrivare a quelli che sarebbero stati da lì a poco gli Emerson, Lake & Palmer (ELP), uno dei gruppi di maggior successo della storia del rock progressivo, ben più degli stessi KC, almeno dal punto di vista commerciale. Il chitarrista Robert Fripp rimaneva dunque l’unico membro della band a suonare uno strumento, a cui va aggiunto Peter Sinfield, paroliere accreditato come membro a tutti gli effetti. A loro due l’onere di riformare la band e dare all’EG il desiderato secondo disco. Iniziarono quindi le ricerche dei sostituti, cominciando con il cantante. Tra gli altri, la EG pensò a un tale Elton John, che quasi arrivò a fare il provino. Senonché, prima che accadesse, Fripp ne ascoltò le opere soliste e si oppose. Elton John dovette essere ricompensato della mancata opportunità con 250 sterline.
Altri tentativi si fecero, ma senza risultati mentre la EG premeva per battere il ferro del nome King Crimson finché caldo. Fripp pensò per un attimo di lasciar perdere e unirsi al progetto di Emerson e Lake. Ma il tastierista si oppose all’idea di avere un chitarrista in squadra. Alla fine, Fripp decise di adottare soluzioni pratiche. Chiese quindi a Lake di registrare lui le parti vocali del disco. Per questo, per la sua “arte” (come lui stesso, nel suo narcisismo, disse), sarebbe stato ricompensato con il sistema di amplificazione della band che avrebbe portato in dote agli ELP. In quanto alla sezione ritmica, Fripp decise di fare appello a Michael Giles e a suo fratello Peter. Con loro aveva militato nella sua prima band, “Giles, Giles & Fripp”, poi trasformatasi nei King Crimson. Alla fine del 1968, Peter Giles era stato sostituito da Greg Lake, per una forte volontà di Fripp che vedeva in quest’ultimo, con cui aveva condiviso gli studi chitarristici nella loro natale Bournemouth, il cantante potente e di bell’aspetto di cui avevano bisogno. Ma al basso, Peter Giles era probabilmente più capace dello stesso Lake. “Non ho considerato Greg come bassista per “Poseidon”. Non era un bassista naturale, e le sue parti si erano sviluppate solamente attraverso le prove. Peter Giles poteva venire in studio e suonare il basso, Greg non ne era capace” – dice Fripp. Per questo, richiamò Peter Giles che aveva abbandonato la carriera di musicista e aveva trovato lavoro in un’azienda informatica. Peter era sorpreso ma felice di essere stato chiamato: “Credo che ci fosse una dose di senso di colpa da parte loro, perché io ero stato lo stupido della band, quello che non aveva assolutamente guadagnato nulla, mentre loro continuavano senza di me. Non è che io mi sentissi in quel modo, ma posso comprendere se loro la vivevano così. E’ una questione di decenza.”
La EG decise che fosse il caso di uscire innanzitutto con un singolo, Cat Food, una traccia su cui McDonald e Sinfield avevano lavorato durante il tour negli USA. Quando McDonald apprese che s’intendeva pubblicare la canzone senza riconoscergli credito come co-autore, s’infuriò e chiese e ottenne di riceverlo. Al riguardo, rimane tutt’oggi irrisolta una disputa tra lui e Fripp su chi ha scritto quali parti della traccia. Sia come sia, il singolo venne pubblicato nella data infausta di venerdì 13 marzo e fu un flop, malgrado un’apparizione della band alla popolare trasmissione TV “Top of the Pops”. Peter Giles racconta di aver sentito un dj alla radio definire Cat Food come “il peggior disco al mondo”. E spiega: “Senza il pianoforte avrebbe potuto avere qualche successo”. Infatti, per l’occasione Fripp e Sinfield avevano reclutato un pianista free-jazz del quale erano entusiasti, Keith Tippett. Un talento indiscutibile che, nel corso di una lunga carriera e fino alla sua scomparsa qualche anno fa, si sarebbe conquistato una certa giusta considerazione. Ma altrettanto indiscutibilmente, Tippett strafà in Cat Food. Le sue divagazioni pianistiche finiscono per dominare l’apparato uditivo di chi ascolta, affogando la vocalità aggressiva di Lake e il bel groove disegnato dalla sezione ritmica. Il pianoforte di Tippett finisce per essere il protagonista del brano, pur rimanendo estraneo al resto e questo crea un effetto, forse non da “peggior disco al mondo”, ma sicuramente non all’altezza della band che aveva dato una prova così impressionante di visione e coesione con brani quali 21st Century Schizoid Man. La parte migliore del 45 giri era il suo lato B: uno strumentale che Fripp chiamò “Groon”. Suonato a tre, da una riformazione di “Giles, Giles & Fripp”, è una buona traccia jazz rock, allo stile di John Mc Laughlin, che Fripp avrebbe successivamente rimpianto di non avere inserito nell’album.
Il flop del 45 giri non scoraggiò né la EG, né quel che rimaneva della band. Mentre veniva annunciata alla stampa l’uscita di Lake dal gruppo, si continuava a lavorare in studio, con l’aggiunta del fiatista Mel Collins, all’epoca membro dei “Circus”, una band di pop psichedelico. Fripp aveva un pò di buone canzoni in canna alle quali Lake prestò la sua ugola finché il progetto ELP non prese il via e dovette abbandonare. A quel punto aveva lasciato una canzone incompleta. Di Cadence and Cascade, una ballad delicata, infatti aveva registrato solo una traccia pilota. Fripp decise allora di chiamare il suo vecchio amico Gordon Haskell, un cantante soul che si trovava a disagio con il materiale del Re Cremisi: “Non capivo di che parlava la canzone. Per me era una roba completamente lontana da Otis Redding, per cui non sapevo come cantarla. Venni diretto come si fa con un attore e questo non era il mio modo di lavorare. Non sapevo cosa “Cadence and Cascade” significasse. Non conoscevo nessuno chiamato Cadence, o Cascade. Ero davvero un pesce fuor d’acqua”. Tuttavia, si prese le sue 50 sterline di compenso, fece la sua parte e il risultato finale è più che positivo, grazie anche al bel flauto di Mel Collins.
Gli altri pezzi forti del disco e del suo lato A, sono Pictures in the City e In the Wake of Poseidon. La sequenza di tracce ricorda un pò il lato A di In the Court of the Crimson King: una traccia esplosiva per cominciare (Pictures in the City, come 21st First Century Schizoid Man); una melodica (Cadence and Cascade alla pari di I Talk to the Wind); una ultima epica e dominata dal mellotron (In the Wake of Poseidon invece che Epitaph). Con questa ripetitiva somiglianza, il lato A funziona e rassicura i fan della band. Il disco entra quindi in classifica al quarto posto nel Regno Unito, ripetendo per l’ultima volta nella storia della band i fasti commerciali dell’esordio.
Più spiazzante appare invece il lato B. Dopo la discutibile Cat Food, comincia una suite di oltre 11 minuti, The Devils Triangle. Il riferimento è al cosiddetto triangolo delle bermude. Ma il riferimento musicale è all’opera di Gustav Holst, “Mars”, contenuta nella sua suite orchestrale “The Planets”. Fripp avrebbe voluto mantenere il nome del pianeta per la sua suite, ma gli eredi di Holst non lo avrebbero permesso. Un pezzo atonale e caotico, concepito da Fripp con qualche idea presa dall’ex sodale Ian McDonald. Al pari di Moonchild in “ITCOCK”, anche qui abbiamo una traccia avant-garde, confermando quel lato del Re Cremisi. Anche se qui la sperimentazione si fa nell’alveo della classica contemporanea, invece che dell’improvvisazione jazzistica. Un’altra traccia dominata dal mellotron, qui più oscuro e diabolico che mai, confermando un’atmosfera luciferina già presente nell’esordio del Re Cremisi e che tanta parte aveva avuto nel disgregare il gruppo. Michael Giles tuttavia fa la sua parte di batteria impeccabilmente: “avevo già deciso di essere un sessionman. Il che mi dava un’altro tipo di libertà non dovendo essere associato con musica demoniaca. Quindi “Poseidon” fu una specie di shock di assestamento per me. Essendo già abituato a suonare musica oscura, non fu difficile entrarvi dentro e farne un altro po’. Ero un contributore, non un designer”.
Lungo tutto il disco, all’inizio dei due lati e alla fine, si trovano tre brevi intermezzi per chitarra classica e voce tutti con lo stesso filo conduttore: Peace – A Beginning, Peace – A Theme, Peace – An End. Si tratta di un’altra delicata linea melodica di Fripp, con Sinfield che disegna un testo che ben si attaglia alla sua visione hippie delle cose. Visione che trasporrà anche dal “concept” dell’album che gira attorno al simbolismo di tale Tammo De Jongh, fondatore di una setta esclusivamente maschile, che viveva all’epoca in una comune esplorando stili di vita “alternativi” ed ecologici. Le idee di De Jongh impressionarono Sinfield al punto da fargli inserire l’indirizzo postale della setta nelle note dell’album. Nella title-track così come nella copertina, Sinfield riprende i concetti di De Jongh, legati all’astrologia e agli elementi naturali.
“In the Wake of Poseidon” va visto 55 anni dopo come il tentativo riuscito di Fripp – coadiuvato da Sinfield e dalle sue astruse quanto suggestive idee – ritrovatosi improvvisamente a essere il portabandiera del Re Cremisi, di far sopravvivere la band all’interno dell’industria discografica. Il momento era delicato. King Crimson poteva scomparire in quel 1970, subito dopo aver prodotto uno degli album più importanti e influenti della storia del rock. Oppure poteva mantenersi in vita e continuare a meravigliarci come avrebbe fatto per i successivi cinquant’anni, pause escluse. Il disco in sé non è uno dei migliori della loro lunga discografia. Soffre il raffronto con “ITCOCK” anche per le evidenti similitudini. “In the Wake of Poseison” è l’unica volta in cui un disco del Re Cremisi assomiglia tanto al precedente. Un disco che soffre anche della fretta con cui fu assemblato e senza la quale magari si sarebbe fatto un miglior utilizzo del talento di Tippett (come fu il caso nel successivo album “Lizard”) e di una traccia come “Groon”. Tuttavia, è anche il disco che spinge Fripp a cominciare a sviluppare bene il suo talento di autore, non potendo più contare su quello di Ian McDonald che tanto aveva dato a “ITCOCK”.
Quel che si definisce un “disco di passaggio”, necessario in quella che era l’industria musicale dell’epoca per mantenere a galla il nome della band, ma che poco ci dice sulla direzione futura che avrebbe intrapreso il Re Cremisi nei successivi splendidi cinque album partoriti nei successivi quattro anni. “Sulla scia di Poseidone” il Re Cremisi seppe sopravvivere alle avversità e preparare la propria rinascita.