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Back In Time

Fiori fantasma tra le rovine di New York: “NYC Ghosts & Flowers” dei Sonic Youth compie 25 anni

È la notte del 4 luglio del 1999. I Sonic Youth si trovano all’hotel Ramada Inn di Orange County, in California, a poche ore da un’esibizione mattutina al festival This Ain’t No Picnic. Nel parcheggio è stazionato un camion della compagnia noleggi Ryder contenente una ventina di chitarre, una batteria, un basso, un sintetizzatore e un’infinità di pedali. Mentre i membri del gruppo e i tecnici sono tra le braccia di Morfeo, qualcuno si introduce nel veicolo e si mette al volante, fiondandosi subito dopo nel dedalo urbanistico di Los Angeles. Il camion verrà ritrovato solo quattro giorni dopo, abbandonato nei sobborghi della contea, completamente vuoto. Per le tre date successive della tournée il gruppo dovrà affidarsi a strumenti di fortuna, nonché ad acquisti dell’ultimo minuto.

Il risultato del ripensamento frenetico della scaletta sono circa sei brani, sviluppati in fretta e furia nel mese successivo. Questa sorta di ritorno alle origini più anarchiche del gruppo newyorkese vede, ad esempio, il ritorno della ‘chitarra preparata’, un escamotage rumoristico che, secondo la lezione di John Cage, permette di ottenere versi e sibili altrimenti impossibili mediante l’introduzione di vari oggetti tra le corde (una tecnica compositiva che Thurston Moore aveva perlopiù abbandonato dopo il disco del 1985 “Bad Moon Rising”, tornata a essere un caposaldo in tutti i dischi solisti successivi del nostro, compreso il recente “Flow Critical Lucidity” del 2024).

Ad un mese dal misfatto, il gruppo si reca nello studio di Wharton Tiers (storico collaboratore del gruppo nonché batterista dei leggendari Theoretical Girls), luogo anche noto come “Wharton’s Palace Of Confusion”, per registrare quanto sviluppato nelle settimane precedenti (assieme a due pezzi, Free City Rhymes e Renegade Princess, già presenti nel repertorio prima della tournée). Prendono parte anche il leggendario Jim O’ Rourke, Willie Winant e Rafael Toral. Il risultato di queste sessioni è uno dei dischi più controversi della seppur coerente e vasta discografia dei SY: “NYC Ghosts & Flowers”.

Photo: Frans Schellekens/Redferns

Pubblicato all’indomani del nuovo millennio, il disco sancisce una rinascita simbolica dei quattro, esplicitata anche nella copertina di Dan Graham (altro storico collaboratore del gruppo), che consiste in un’istantanea del suo film del 1980 “Rock My Religion”. L’accoglienza, va detto, non è delle migliori. Molti fan restano indifferenti e diversi giornalisti criticano le lunghe jam rumoristiche e l’allontanamento da strutture più catchy presenti più massicciamente in dischi come “Dirt” o “Goo”.

Il critico Brent Di Crescenzo della rivista Pitchfork scrive una durissima recensione, divenuta famosa per essere stato il primo punteggio di 0/10 assegnato dalla rivista (a pochissima distanza dal 10/10 assegnato a “Kid A” dei Radiohead).

Venticinque anni dopo possiamo trarre delle conclusioni scevre di antipatie ed egoismi (e lo stesso Brent Di Crescenzo ha successivamente cambiato opinione, definendo il disco “diverso da qualsiasi altra cosa, inquietante e meraviglioso” e dichiarando l’inutilità del sistema a punteggi che adoperava all’epoca). Innanzitutto qui le hit ci sono eccome: Nevermind (What Was It Anyway) e Renegade Princess sono una perfetta sintesi dello scambio vocalico Moore/Gordon, energiche, dinamiche e intime. Free City Rhymes e NYC Ghosts & Flowers non possono non rientrare nel novero dei brani più lisergici dei SY, con sezioni che coniugano melodie leggiadre a esplosioni violente di rumore, contrastate da momenti di quiete fatta di sferragliamenti e cigolii metallici, approcci primordiali successivamente ripresi in dischi come “Sonic Nurse” e “The Eternal”, per non citare i dischi solisti di Moore stesso.

Un brano di poesia beatnik come Small Flowers Crack Concrete racchiude nella sua semplicità lo spirito imperante dei SY, ovvero la furia e il senso di rivalsa di una generazione schiacciata dall’alto. I brani più dissonanti e criticati, come StreamXSonik Subway, Side2Side e Lightnin’, sono esattamente ciò che il disco si ripromette di essere, a partire dal proprio nome: la restituzione fedele dello spirito di una città che ha sempre fatto della decadenza un vanto e che proprio in quel momento si accingeva ad annegare sotto ai quartieri del futuro, spazzata via dall’opulenza e tramutata in modellino da laboratorio per la nuova malattia globalistica.

Volendo aggiungere una piccola postilla, la vicenda degli strumenti rubati non ha avuto poi un pessimo epilogo: nel 2002 Lee Ranaldo ha recuperato la sua Travis Bean Artist (usata in brani come Eric’s Trip e Hey Joni) grazie a un’asta anonima; nel 2005 altre chitarre, tra cui una Thin Line e un’altra Travis Bean; nel 2009 una Mustang del’69, sempre di Ranaldo, scovata su eBay da un fan; nel 2012, a un anno dallo scioglimento del gruppo, è il turno della storica Jazzmaster Burgundy Mist del ‘59 di Moore (che verrà sfortunatamente rubata una seconda volta quattro mesi dopo, durante il tour di Moore col gruppo Chelsea Moving); poco tempo dopo due ragazzini, tra cui il sedicente nipote di uno dei ladri originari, restituiscono, in cambio di qualche centinaio di dollari, alcune chitarre, tra cui la Jazzmaster Burgundy di Ranaldo, e una parte dei pedali.

L’ironia? È di questi giorni (14 maggio 2025) la notizia che i SY hanno messo in vendita su Reverb diversi pedali e chitarre usate nei loro lavori più noti. Un addio fatale e definitivo. Ci consoliamo con le splendide quanto opposte autobiografie “Girl in a band: A Memoir” di Kim Gordon e “Sonic Life: A Memoir” di Thurston Moore, letture consigliatissime.

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