Ammettiamolo, “Sol Invictus” non fu l’album del grande successo dei Faith No More che tutti speravano di ascoltare. Uscito a diciotto anni di distanza dal precedente “Album Of The Year”, ha ricevuto critiche a tratti positive ma non sensazionalistiche, le dieci tracce per quanto ben confezionate per il 2015 in realtà erano poco incisive, più carezzevoli che graffianti. Nell’andarlo a riascoltare oggi, bisogna purtroppo riconoscere che è invecchiato anche peggio di quello che si potesse sperare. I due guizzi di passione autentica e sincera nei confronti del metal e del rock restano nelle tracce Rise Of The Fall e Black Friday, mentre le altre si incartano in ricordi di eco lontane ed effetti poco coinvolgenti.
La sperimentazione non ci sedusse all’epoca e non ci induce al peccato neanche oggi, anzi risulta tristemente scaduta, superata. Nemmeno la cattiva ma sincera Motherfucker è sopravvissuta all’oblio del tempo, confermando che questo album ha acceso sicuramente notevoli passioni nei fan più fedeli, ma non è riuscito ad attirare nuovi adepti. Resta però un lavoro degno di nota e di studio per chi ha seguito tutta la carriera del celebre gruppo by San Francisco; l’album raggiunse comunque la vetta delle classifiche in Finlandia, in UK e negli Stati Uniti, a dimostrazione di quanto fosse sentita questa reunion all’epoca.
“Sol Invictus”, assolutamente già ammiccante nel titolo, fece molto parlare di sé soprattutto perché aveva riportato in sala di registrazione la band ricompattata con Mike Patton alla voce (l’unico che mai per davvero avesse abbandonato la volontà del progetto), Jon Hudson alla chitarra, Roddy Buttom alle tastiere, Bill Gould al basso e Mike Bordin alla batteria, ognuno di loro infatti aveva intrapreso una carriera solista, suonando in altre realtà.
Il disco fu pubblicato il 19 maggio 2015 dalla Reclamation Recordings, una sotto etichetta della Ipecac Recordings di Mike Patton, e totalmente prodotto da Bill Gould. I primi due singoli lanciati sul mercato furono Motherfucker, nel novembre 2014, e Superhero, a marzo 2015, mentre a pochi giorni dall’uscita dell’album fu il turno di Sunny Side Up, e alla fine del 2016 del brano Cone Of Shame. La copertina ritrae l’immagine disturbante di un giovanissimo uomo con il capo coperto, quasi a replicare rituali pagani, sacrifici propiziatori e invocazioni macabre. In realtà, il titolo vuole richiamare solo la sensazione di rinascita, di un ritorno alla luce e invita a un nuovo inizio, a un nuovo capitolo che purtroppo non è ancora stato scritto del tutto.
“Sol Invictus“, insomma, si collocava in un periodo musicale e culturale profondamente cambiato rispetto agli anni d’oro della band. Il 2015 era segnato dall’inizio del dominio dello streaming e dal declino definitivo del CD, mentre la scena rock tradizionale già faticava a trovare spazio tra il pop e il rap mainstream. Le nuove generazioni guardavano altrove, e il ritorno dei grandi nomi del passato era spesso accolto più con curiosità nostalgica che con reale entusiasmo. In questo scenario, l’album dei Faith No More, ad oggi l’ultimo lavoro in studio della band, arrivò come un tentativo coraggioso di riaffermare la propria identità, ma si scontrò con un panorama in cui la sperimentazione degli anni Novanta sembrava ormai un ricordo. Di certo era una presa di posizione quasi ideologica contro l’omologazione sonora del decennio, ma non riuscì ad offrire quella visione radicale e spiazzante che aveva fatto dei Faith No More un’icona. Forse proprio per questo “Sol Invictus” rimane un lavoro sospeso tra due epoche, apprezzabile per la sua volontà di resistenza, ma non del tutto riuscito.