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Back In Time

Luce in controluce: 25 anni di “Lightbulb Sun”, un viaggio tra malinconie lucide e suoni sospesi, i Porcupine Tree e il loro album più umano

C’erano anni in cui sembrava che i Porcupine Tree esistessero da sempre. Anni in cui le riviste inglesi, tra una strizzata d’occhio all’indie di Camden e il britpop post-sbornia, li citavano sottovoce, un po’ perché non sapevano dove collocarli, un po’ perché ogni volta che provavano a farlo, sfuggivano. Ed è vero: Steven Wilson e i suoi hanno sempre avuto una naturale tendenza a guardare oltre.

Ma “Lightbulb Sun“, uscito nel 2000, è stato qualcosa di diverso. Un ritorno a casa, forse. O un sogno a occhi aperti su una casa che non c’è più. Venticinque anni dopo, è un album che brilla ancora, non di luce propria, ma di quella riflessa, fragile, tremolante, come il sole che filtra attraverso una tapparella in un pomeriggio d’estate.

Allora i Porcupine Tree erano già una band a tutti gli effetti, ma “Lightbulb Sun” porta ancora dentro di sé l’impronta artigianale del progetto solista: l’orecchio maniacale di Wilson, la cura per il dettaglio, l’emozione che non ha bisogno di essere urlata. È un disco di contrasti: archi eleganti arrangiati da Dave Gregory (chitarrista militante della rock band XTC) e chitarre che esplodono improvvise; melodie beatlesiane che convivono con atmosfere rarefatte, quasi ambientali; e poi il cuore, sempre lì, in bilico tra disillusione e struggimento.

C’è chi lo definirebbe prog, e in parte lo è, ma non è il prog delle cavalcate barocche e degli assoli infiniti. Qui, ogni nota sembra messa lì per dire qualcosa. Persino il silenzio pesa. Russia on Ice, 13 minuti che sono una mini-suite malinconica, è il vertice emotivo dell’album: una discesa lenta, piena di grazia e di crepe. Ma ci sono anche incursioni pop sapientemente distorte, Four Chords That Made a Million, delicate ballate esistenziali Feel So Low, spigoli nascosti in pezzi apparentemente innocui How Is Your Life Today?.

photo by Luigi Colasanti Antonelli

E poi c’è quella produzione…pulita, spaziosa, piena di respiro. Si sentono gli echi dei Pink Floyd, certo. Ma si intuisce anche un certo spirito Radiohead. Non a caso Wilson definisce” Lightbulb Sun” l’album più “onesto ed emozionante” della band. E come dargli torto? È un disco che parla piano, che non forza, che si insinua.

Oggi, dopo un quarto di secolo, è quasi un piccolo miracolo che un album così complesso, eppure così accessibile, sia ancora capace di toccare corde profonde. Un lavoro fatto di tastiere leggere come piume, linee di basso robuste, chitarre che si trasformano di traccia in traccia e arrangiamenti vocali che non cercano mai l’effetto facile, ma sempre quello giusto.

È stato il mio primo incontro con i Porcupine Tree e ancora oggi resta quello che mi ha segnato di più. Forse perché in quei 60 minuti c’è qualcosa di irripetibile: la malinconia che non si piange addosso, la bellezza che non chiede permesso, il suono di un gruppo che, prima di tutto, cercava di essere sincero.

In un mondo che spesso ha premiato il rumore sopra il contenuto, “Lightbulb Sun” resta lì. Silenzioso, ma inconfondibile. Come una luce soffusa che non ti acceca, ma ti fa vedere meglio.

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