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Interviste

Un viaggio nell’ombra per accendere nuove luci: intervista agli Studio Murena

Foto: Irene Trancossi

Con “Notturno“, il nuovo album degli Studio Murena, la notte non è solo un tempo sospeso: è uno spazio emotivo, un filtro sonoro, una lente poetica. In queste tracce si intrecciano arte visiva, jazz, cinema e psicoanalisi, creando un concept profondo e stratificato, in cui ogni suono e parola ha un peso specifico. Abbiamo incontrato la band milanese per parlare del buio come linguaggio interiore, delle collaborazioni che arricchiscono il disco e del loro modo di fondere musica e pensiero.

“Notturno” è un disco che scava. La notte, in questo album, è più che un’immagine ricorrente: è uno spazio mentale, una geografia emotiva. Vi chiedo: che rapporto avete con il buio? E quando avete capito che “Notturno” sarebbe stato un disco notturno nel senso pieno e profondo del termine?

Il concept del disco è nato la prima volta che Tommaso Colliva ha ascoltato le demo che avevamo preparato. Appena le ha sentite, ci ha guardato e ha detto: “Secondo me il disco dovrebbe chiamarsi Notturno, perché ha un’atmosfera sonora che richiama fortemente quel mondo.” Quella frase ha acceso in noi una serie di riflessioni, in particolare sulla struttura e lo sviluppo dei brani. Da lì è iniziato un percorso che ci ha portato a costruire un concept molto sentito, legato al nostro rapporto con il buio e con la notte. Per noi, la notte è un momento intimo e profondo, un tempo sospeso in cui poter accogliere e restituire emozioni, pensieri, stati d’animo.

Nel pezzo d’apertura, Another Day with Another Sun, citate un’installazione di Philippe Parreno. È una scelta che apre già a una lettura transmediale. L’arte visiva, il cinema, la scrittura hanno un ruolo nel vostro modo di comporre musica oggi? E se sì, quale? Come?

Assolutamente sì: l’arte visiva, il cinema e la scrittura hanno un ruolo fondamentale nella composizione della nostra musica. Il primo brano del disco che hai citato è un ottimo esempio di come, spesso, partiamo da concetti astratti per poi tradurli in una canzone, sia a livello sonoro che testuale. In particolare, quell’installazione aveva colpito profondamente il nostro tastierista Matteo, che nel 2015 aveva visitato la mostra di Philippe Parreno all’Hangar Bicocca. L’idea di poter comprimere il tempo in frazioni più piccole, manipolando così la percezione della durata di una notte, ci è sembrata un’immagine potentissima da cui partire per comporre quel brano. Nel disco c’è anche un forte riferimento a David Lynch, soprattutto al film Strade perdute: ci ha ispirato molto il suo mondo onirico, drammatico e al tempo stesso grottesco. Alcune manipolazioni sonore tratte dal film si ritrovano anche nei visual di apertura del nostro live, che porteremo in tour nei club questo autunno. Ci sono poi delle citazioni a Stanley Kubrick e a Oskar Kokoschka nel brano omonimo, usate per aumentare la fascinazione e il racconto legato all’universo cinematografico che tanto ci attrae.

L’ingresso di 24Kg in Baba Jaga è un pugno nello stomaco. Un personaggio borderline, senza volto, che incarna un’alterità radicale e collettiva. Come vi siete conosciuti e quando lo avete immaginato per la prima volta in “Notturno” per la prima volta?

24kili è un impiegato perfettamente inquadrato nella società; performante, professionale e affidabile, quando non è in ufficio sai dedica alla sua famiglia e al suo giardino. 24kili, però, soffre di una latente forma di schizofrenia che, quando trova spazio per emergere, esplode in testi crudi, violenti e paranoidi, dando fuoco ai brani dello Studio Murena.

Foto: Irene Trancossi

I vostri brani sono costruiti tra densità lirica e tensione musicale. La scrittura di Carma e gli arrangiamenti si fondono perfettamente. Come lavorate su questa aderenza tra parola e suono? Avviene in modo organico o lo costruite chirurgicamente in studio?

Negli anni abbiamo trovato una modalità di scrittura che parte da una modalità “jazz” di jam session e si trasforma poi col tempo da una registrazione di partenza fatta in saletta suonata fino a una pre-produzione che poi portiamo in sala di registrazione. Da lì partiamo per la produzione definitiva con Tommaso Colliva nella quale lavoriamo insieme al suono e a rifinire insieme l’arrangiamento definitivo dei brani.  Quando ci siamo incontrato è subito stato semplice scrivere insieme perché cerchiamo tutti di arrivare allo stesso obiettivo di una scrittura musicale che sia di servizio alla parola così come la parola segue il flusso musicale.

Tre Porte di Paura è un’esperienza disturbante, e non solo per ciò che racconta. La struttura, i silenzi, il disordine controllato rimandano a un’estetica quasi teatrale. È il vostro brano più spigoloso. Quanto c’è di Monk, quanto di psicoanalisi e quanto di istinto lì dentro?

Monk ci ha insegnato ad ascoltare le nostre dissonanze e a metterle in evidenza, dargli un senso, d’altronde l’evoluzione della musica contemporanea (occidentale) non è nient’altro che l’emancipazione della dissonanza. E noi vogliamo lavorare su questo concetto su più piani. Così entra in gioco il parallelismo con la psicanalisi: in questo pezzo abbiamo voluto esplorare il disordine del nostro inconscio. Poi ovviamente c’è tutto il nostro istinto nella costruzione di questo pezzo: è stato uno dei primi che abbiamo scritto per questo disco, più di due anni fa, e deriva da una jam session carica di fuego.

Le collaborazioni dell’album, come quelle di “WadiruM“, danno un valore all’intera tracklist, cosa vi ha spinto a scegliere i musicisti e gli artisti che vi accompagnano in “Notturno”? 

La scelta degli artisti è stata dettata puramente da scelte artistiche, i musicisti con cui abbiamo avuto l’onore di collaborare nel disco sono tutti artisti che stimiamo profondamente e con cui volevamo collaborare da tempo. Abbiamo conosciuto Willie Peyote all’Uno Maggio Taranto 2023 con il quale avevamo Jammato sul palco durante quell’evento ed è stato bello poter lavorare a un brano creandolo direttamente con lui. Mezzosangue ci sostiene dall’uscita del nostro primo disco e siamo veramente onorati di poter essere riusciti a collaborare con lui a “Fuori Luogo”. Rodrigo D’erasmo e Fabrizio Bosso sono due musicisti fortissimi che sostenevamo da tempo e che grazie a Tommaso siamo riusciti a contattare per lavorare insieme su Nostalgia e Vai Via. Discorso a parte per Riccardo Sala che è un saxofonista incredibile che ci ha sempre sostenuto sin dall’album “Studio Murena” su cui suonava in due brani (Eclissi e Vuoto Testamento).

Nei vostri dischi il suono e il jazz non sono mai citazione, ma linguaggio vivo. La vostra musica è sempre stata una forma non adatta alla semplificazione e alla superficie. Come proteggete la vostra autonomia artistica?

La nostra autonomia artistica non vuole essere un qualcosa da proteggere, anzi da questo punto di vista ci sembra in continuo mutamento, è uno spazio sonoro interno a noi, ma aperto all’ambiente e al contesto che ci circonda. Il jazz lo intendiamo come attitudine e la cura del suono è il linguaggio con cui pensiamo e creiamo.

C’è una frase in Notturno che mi ha colpito per la sua semplicità così vera: “Diamo ciò che sogniamo alla gente”. Così, mi piacerebbe concludere questa intervista chiedendovi quale sogno conservano oggi gli Studio Murena.

Il nostro sogno è la musica e continuare a farla finché avremo avremo qualcosa da dire, e che diventi contagiosa questa nostra passione: la scintilla per qualcun altro per far qualcosa di nuovo, col cuore.

Foto: Irene Trancossi

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