Ogni entità ha una sua vita, una realtà, una visione. Quando più entità capiscono di poter guardare a ciò che le circonda di modo che la visione diventi, non univoca, inseparabile, ottusa, bensì più aperta che mai, raddoppiata e non sovrascritta, viene a crearsi una sorta di incantesimo. Questo è accaduto al momento dell’incontro tra Jarboe e Michael Gira.
A quel punto il mostro chiamato Swans stava già gridando verso il cielo e, ancora, verso il mondo, seminando distruzione (auricolare) e disagio (esistenziale) ovunque passasse. Jarboe, che è passata dal seguire soltanto la band fino a entrarle sottopelle, innestandosi nel codice genetico. Evoluzione apocalittica di un gruppo unico. Suoni che costruiscono e demoliscono e ricostruiscono da capo, come fosse un ciclo vitale multiplo, come è stato più volte dimostrato, nascendo, morendo e infine entrando in un cerchio di reincarnazioni continuo che, ancora oggi, non ha smesso di “avvenire”.
Gira e Jarboe. Le entità affini che crearono tutto, fuori e dentro Swans. Realtà che viaggiavano al contempo parallele e intrinseche al Cigno infernale, la band più rumorosa del mondo, dissero. Anno del Signore 1995. A quel punto Michael e Jarboe avevano già dato i natali a World of Skin, qualcosa che viveva in una sua realtà parallela, con tre dischi all’attivo tra il 1987 e il 1990, il cui debutto è stato ristampato pochi anni fa (ne parlai con lei in una delle più belle interviste che io abbia mai fatto). Se Skin finisce lì, i due non smettono di creare per conto proprio, e solo l’anno successivo Jarboe dà alle stampe “Thirteen Masks”, e se Swans è coinvolto, il nome in copertina è solo suo.
Swans continua a incedere, nel mentre, anche dopo il “fallimento” di “The Burning World”, le strutture cambiano, le svolte sono inevitabili. Torniamo al ’95. A fine gennaio “The Great Annihilator” viene al mondo. La storia del gruppo è agli sgoccioli. L’erosione giriana è a livelli mai visti. La vita di Michael, iniziata nella solitudine umana più assoluta, da una prigione all’altra, sparse per tutto il mondo, richiede un pagamento, e paga lui, pagano tutti. Le due menti cercano strade proprie. È, forse, immagino, una necessità. La ricerca del punto di fuga. La catarsi. “Sacrificial Cake” e “Drainland” vanno formandosi.
Mentre “il grande annientatore” viene registrato, la band è a Chicago, un uno stabile fatiscente piantato in una zona ben lontana da quello che oggi è il risultato di gentrificazioni e pulizie sociali. L’America degli anni ’90 è ancora pericolosa, molto pericolosa. Registrare un album degli Swans non è opera semplice, né oggi, né allora. Vivere all’interno dello studio in cui si svolge il lavoro men che meno. Una stanza infestata da insetti, in una zona in cui raggiungere ogni tipo di servizio è quasi del tutto impossibile, la ricetta del malessere. Non siamo più abituati, nel 2025, a storie di questo tipo. Durante le pause tra una take e l’altra, tutti gli Swans escono a bere o a farsi gli affari propri. Jarboe, invece, resta lì, con la sua tastiera Casio, e scrive. Scrive. Scrive. Circondata dagli incensi che rendono quell’angusta stanzetta un altro pianeta. La “torta sacrificale” del titolo arriva dagli studi sul buddhismo che Jarboe comincia a intraprendere, la “gtor-ma” è ciò che i monaci tibetani donano alle divinità tantriche, in sacrificio, appunto, colorata, dalla foggia di parti umane. In copertina, una donna dalla testa spiccata da cui esce un globo ghignante.
Lavender Girl, il brano che cambia tutto, prende vita. “There’s a patchouli blossom, frankincense and rose / I’m lavender, lavender”. Rarefazione morbida, elettrogena, sospesa in aria. Durante i lavori dell’album degli Swans, Jarboe legge Paul Bowles, e pensa al Marocco, “Il tè nel deserto”. Si sente. Afrori desertici, spezie, senza esserci stati sembra di essere a Tangeri (luogo di elezione anche del folle Burroughs), Shimmer, “Come Morocco night, the sand is as white as the moon is bright”, canto di una muezzin con le mani rivolte dentro di sé. ode to v porta altri profumi, tra le percussioni, i rumori droneggianti, Jarboe usa modi arcaici per parlare della vagina, dell’orgasmo, in un mondo di uomini, lei sbatte in faccia il femminile al machismo (ben presente soprattutto durante le sue prima apparizioni sul palco, nei modi che ben potete immaginare), spezza le catene, si riprende ciò che è suo, “in her altar of temptation, taste of bliss, annunciation”. Ancora, lo sguardo sulle figure femminili anche in quel mondo che doveva essere un luogo sicuro, e invece no.
Guarda al movimento riot grrrl, prende vita deflowered, un alieno sleazy in un mondo di austera bellezza commovente, feroce attacco, “black humour”, disse la stessa Jarboe parlando del brano, che non deve far ridere. “You got nothing to prove, you’ve shown to those pricks one more, made them beg for it”, e gli uomini, mostri che credono tutto gli sia dovuto, “se vuoi essere una grande star, imbraccia la tua grossa chitarra, un paio di jeans di pelle e fatti un nome, manda in brodo di giuggiole la critica”. Il canto si fa rabbia, imita quello di altre, fa il verso, anzi. È cosa altra. My Buried Child è in presa diretta, live, perché, dice l’autrice, “a una torta servono spezie”. Una chitarra, il piano colpito alla fine, un cantato sostenuto, leggiadria d’infinito.
“Sacrificial Cake”, dalle tante anime, dai brani che poi verranno interpolati in Swans, come Not Logical, sacrale bellezza in sovrapposizione vocale, yum-yab, altro riferimento al buddhismo, una sorta di risvolto della medaglia di Mother/Father in “The Great Annihilator”, “dominio del femminile”, un incipit percussivamente jazz (Lary Seven alla batteria qui e ovunque) dà il la all’immensità di yum-yab, epica grandiosa, “we are the wild, we are the risk / come little yum-yab, come slash your wrist”, Caché Toi, chanson per sola voce, che scava, erode, troll lullaby, mostro lisergico scaturito da un trip di gioventù e che qui si reincarna in suoni che atterriscono, una cantilena dai colori dell’inferno. “Sacrificial Cake” che lascia un solco, un disco che pesa tantissimo, che setta il futuro. Che viene pubblicato da Jello Biafra sulla sua Alternative Tentacles, e che oggi compie trent’anni.
E poi arriva Gira. E poi arrivano i suoi demoni, l’alcol, l’abuso, il dolore che si provoca e provoca a chi lo ama. Gira che non ha mai evitato di mettere a nudo i suoi demoni, ma che con “Drainland” supera quello che pareva insuperabile. Lo stesso anno il creatore di Swans diede alla stampe “The Consumer”, raccolta di racconti resa tangibile dalla casa editrice di Henry Rollins. Il libro, giunto a noi in italiano nel 2021 grazie a Double Nickles, conteneva una serie allucinatoria di cose scritte da Gira nell’arco di svariati anni. Il processo di annientamento in atto, la mente piena di follia. Senza musica sembra cosa strana ma, leggendolo, pare di sentire la chitarra rintoccare a morto. Le chitarre che tutto sfasciano. I collegamenti con “The Great Annihilator”, eccoli: Where Does Your Body Begin?, gemella di Where Does a Body End?, che inizia nel rumore, sfocia nella dolcezza di una chitarra che fa soffrire, come la telefonata tra lui e Jarboe, registrata da quest’ultima, che lo implora di capire tutto il dolore che sente quando lui beve troppo, esce, si perde, non sa dov’è, la preoccupazione, il menefreghismo benzinato di Michael. Il coraggio di includere un simile spaccato di inferno privato su un album, sul primo e unico solista suo. E l’aria di vendetta di I See Them All Lined Up, che abbandona la gentilezza, si fa vendetta totale, fisica, un’idea, fantasia che Gira mette in musica industriale e che qualche giornalista, all’epoca, vide come sessualità contorta, maschilismo tossico, una follia insensata che Michael racconta alla fanzine “Weedbus” nel 1996. Musica pericolosa, mai quanto le menti imbevute d’ignoranza.
Ci sono sì lei, Bill Rieflin e altri Swans, qui, ma questa terra asciutta è del solo Gira. È il suo cammino. Mondi che si toccano, e se di là c’era deflowered, il mondo schifoso del rock, dello starbiz, Gira lo sfalda in Unreal e Fan Letter, dipinge una realtà infestata, di fan che farebbero di tutto e di più per le attenzioni della propria deità pop rock, della stella che brilla, con cinque milioni di bocche adoranti, anzi dieci, si fanno possessione fisica e mentale, ma è tutto illusorio, “unreal”, con le chitarre che grattano in acustica ferale, ritmiche da marcia funebre, lo scintillio che si spegne. Gira svela che i due brani sono “sono visti dalla prospettiva dell’adorazione invertita di Madonna da parte di un fan impazzito” fa ancora più paura. Blind che pare anticipare il corpo di quel che sarà “Soundtrack for the Blind”, con quel terrore tutto reale dei propri genitori che si avviano verso la fine, in mezzo alla cecità, al buio, ma quello di Gira è un buio autoindotto. Un brano leggero, morbido, sostenuto, una cura necessaria, un processo che, iniziato nel massacro, vede la luce, fare i conti con tutto ciò che provoca ferite, che chiede pietà, aiuto, lo fa “davanti a tutti”, e lo trovo uno dei gesti più coraggiosi di sempre, in questo mondo schifoso che è quello della musica, anche alternativa: “Now show some pity, for the weak of will, because when we’re drinking, we can never be filled, and show some understanding, for the lonely fool, because when I’m drining , I’m out of control. No I was never young, and nothing has transpired. And when I look in the mirror. I feel dead. I feel cold. I am blind, blind”.
Queste realtà, queste esistenze, queste vite che sembrano fisse nel tempo, sopravvivono ancora oggi e sono tutto tranne che immobili. Respirano. Vale la pena ricordarle. C’è tutto un mondo, oltre e in mezzo a Swans. C’è tutto un mondo, nel corpo di quelle persone, che non si sa né dov’è iniziato, né dove finirà.