I keep lookin’ for a place to fit in
Where I can speak my mind
And I’ve been tryin’ hard to find the people
That I won’t leave behind
Mi sono chiesto per tanti anni perché “Pet Sounds” sia diventato un feticcio anche e soprattutto per chi sta dalla nostra parte della musica. Un disco dei Beach Boys del 1966, realizzato da una delle band più popolari dell’epoca, quella di Surfin’ USA e altre amenità simili adorato da generazioni di outsider, loser, gruppi lo-fi, cantautori bedroom, nerd, post-punk e hipster di diverse ere. Avrebbe dovuto restare confinato al suo tempo, con la sua idea molto precisa di pop orchestrale e di ricerca di perfezione e pulizia sonora che ha occupato e complicato la vita di Brian Wilson, la mente dietro a tutto questo.
E invece, eccolo lì, sempre citato tra i “dischi fondamentali”, non tanto e non solo dagli storici del pop, che lasciano sempre il tempo che trovano, ma da chi nella musica cerca una voce fragile, spirituale, imperfetta. È strano pensare che uno degli album più riveriti dell’indie contemporaneo sia stato prodotto con orchestrazioni degne di Gershwin, strumenti da musica da film e un budget che per l’epoca era stellare, da un ragazzo che non voleva più andare in tour con i suoi fratelli perché gli faceva troppa paura prendere l’aereo, o forse perché semplicemente il successo l’aveva già frantumato. Ecco, forse è proprio questo: “Pet Sounds” è un disco indie prima dell’indie. O meglio, è il primo disco che ha insegnato a molte generazioni successive che l’indipendenza non è (solo) una questione di etichette o di budget, quanto piuttosto di sguardo e di approccio. Che si può fare musica pop e allo stesso tempo cercare qualcosa di irriducibilmente personale. Brian Wilson, mentre pensava a “Pet Sounds” e ripensava a quello che gli era successo fino ad allora, stava inventando un linguaggio che avrebbe parlato a chiunque si sia mai sentito fuori posto.
Flaming Lips, Mercury Rev, Sufjan Stevens, Grizzly Bear, Animal Collective, Belle and Sebastian, Devendra Banhart, Beck, persino Thom Yorke nei suoi momenti più vulnerabili — e la lista è pressoché infinita — tutti hanno riconosciuto in quel disco qualcosa di familiare: il coraggio di suonare come ci si sente davvero. È un disco strano, complicato e stratificato come solo la vita sa essere. E la chiave è proprio qui: Brian Wilson ci aveva messo dentro la sua vita, in quel mare magnum di orchestrazioni e armonie vocali. Si era allontanato dal mondo per provare a costruire un nuovo linguaggio, che cercava nei suoni e in quegli arrangiamenti — ispirati al celebre wall of sound di Phil Spector — un modo per dipingersi. Così, per certi versi, Wilson è diventato un archetipo: l’artista fragile e visionario, difficile da comprendere subito. Come poi Daniel Johnston, Mark Linkous, Arthur Russell e tanti altri ancora. Con la differenza che lui era, almeno inizialmente, al centro dell’industria, nel bel mezzo di uno show cannibale. Ma invece di usarlo per diventare più grande, ha scelto di sfruttarlo all’ennesima potenza per scavare più a fondo.
L’eredità di Wilson e di un disco come “Pet Sounds” è profonda proprio perché trasversale. Ha influenzato tanto l’elettronica quanto il folk, tanto il dream pop quanto la neopsichedelia. Tutti, in un modo o nell’altro, gli devono qualcosa: dagli artisti più affermati a quelli meno conosciuti, che nel rumore del presente trovano conforto in quell’idea di perfezione imperfetta che questo disco ha incarnato come nessun altro.
“Pet Sounds” parlava piano, ma arrivava lontano, aspettando che qualcuno lo ascoltasse davvero. Quando uscì, non fu accolto con l’entusiasmo che il destino gli ha poi riservato, forse perché aveva uno sguardo senza tempo, difficile da sposare con quei tempi apparentemente frivoli. Oggi lo vediamo come un monumento pop, ma in realtà smontava il pop, pezzo dopo pezzo, per scoprire cosa ci fosse dentro, imponendo un’estetica carezzevole e malinconica che unisce chiunque la ascolti. Per questo, quando pensiamo a Brian Wilson e ai Beach Boys, oggi è difficile limitarci alla California, al surf o ai sorrisi perfetti di un’epoca che sembrava piena di luce ma che in realtà non lo era. Ci sono volute la voce spezzata di I Just Wasn’t Made for These Times o di Caroline, No, melodie sospese in cerca di un luogo dove atterrare senza mai trovarlo davvero, per aiutare tante persone, di generazioni e perfino epoche diverse, a cogliere il senso di quei momenti che sembrano creati apposta per distruggere. E ci è riuscito con il pop, cosa che per molti era semplicemente inimmaginabile.
Dopo “Pet Sounds“, la carriera di Brian Wilson ha seguito un percorso complicato. Il progetto incompiuto di “Smile” avrebbe potuto essere il seguito naturale, ma le sue turbolenze personali e le pressioni dell’industria lo hanno fermato, impedendogli di raggiungere mai più la profondità e l’impatto di “Pet Sounds“. Forse perché quell’album era davvero una creazione unica, uno di quei rari incroci di talento, sensibilità e audacia che difficilmente si ripetono, soprattutto in un mondo poco incline agli azzardi, com’è quello del pop.
Quando ho visto la foto che la famiglia ha scelto per accompagnare l’annuncio della sua morte, ho pensato fosse la rappresentazione plastica dell’essenza stessa di Brian Wilson. Nessuna posa da celebrità, nessuna scenografia, solo un uomo avanti con l’età seduto su una panchina, con un sorriso malinconico stampato in volto, come a dirci, per un’ultima volta, che la potenza della musica sta nella semplicità e nella fragilità condivisa.