Durante i suoi anni giovanili e recanatesi, l’illustre poeta Giacomo Leopardi componeva una raccolta di scritti prosaici che verrà conosciuta sotto il nome di Operette Morali: questa riassume dei brevi componimenti che osservano delle figure reali, mitiche, favolistiche e naturali discorrere tra di loro, andando a indagare immagini e sentimenti che l’autore veste su di esse. Uno di questi scritti è chiamata Dialogo della Terra e della Luna, dove le due entità celesti inscenano profonde riflessioni sulle fortune e sulle sfortune, immerse nei soliloqui di corpi universali.
È questa rappresentazione solenne che mi ha ricordato, visto in particolare il nome, il terzo album di uno dei gruppi indipendenti più cult della scena alternativa statunitense tra gli anni Novanta e i Duemila. Oggi, dei Modest Mouse di 25 anni fa c’è rimasto solo Isaac Brock: il bassista Eric Judy molla la band durante le registrazioni di un altro disco nel 2012, mentre il batterista Jeremiah Green fa parte del gruppo, esclusa una breve parentesi a inizio anni Duemila, fino alla prematura morte nel 2022. È nei dintorni di Seattle, agli inizi degli anni Novanta, che si crea il nucleo primario del gruppo: Brock e Judy si conoscono in un video store dove aveva iniziato a lavorare il primo dei due, e incontrano Green a un concerto metal. I tre stabiliscono la base musicale a Issaquah, e l’idea è fare musica dissonante dalla classica narrazione cittadina. Nel ’94 esce il primo EP, e producono un disco, “Sad Suppy Sucker”, che non vedrà la luce fino agli inizi del nuovo millennio.
Il gruppo si muove bene nelle scene punk e hardcore americane, e vengono rilasciati tramite Up Records “This is a Long Drive for Someone with Nothing to Think About” (1996) e “The Lonesome Crowded West” (1997): con quest’ultimo, i Modest Mouse vengono riconosciuti più ampiamente come grande gruppo indie rock, a sostegno di band come Pixies e Built to Spill. In questi anni si susseguono brani, tape e materiali per continuare ad arricchire la produzione del “modesto topo”.
Ora, però, qualcun’altro bussa alla porta: non sono più solo i fan dei concertoni di musica punk, ma è una major, la Epic Records, che propone la registrazione del nuovo disco alla giovane band. Vengono affidati a Brian Deck, membro dei Red Red Meat, che avevano conosciuto a Detroit: passano 5 mesi in uno studio appena allestito, i Clava Studios, tra il luglio e il novembre del 1999. Le idee sperimentali di Deck si uniscono al concept nevrotico e metaforico che balena nella mente di Brock, con la grande preoccupazione dei fan che questo passaggio in una grande etichetta possa completamente rivoluzionare il sound e l’attitudine della band di Washington. Alle registrazioni partecipano sia vecchi membri dei Red Red Meat sia altri turnisti: il disco è strumentalmente ricco e pronto a esplorare nuove fasi della vita dei Modest Mouse, mentre la scrittura fluttua tra l’intimità fatalista e gli scenari cosmici, un ossimoro che fonde l’infinitesimale con il gargantuesco.
La copertina di “The Moon & Antarctica“ (titolo dedica al film di Ridley Scott Blade Runner) offre un layout di fondo violaceo, con una stretta di mano in primo piano che rimanda lontanamente a Wish You Were Here dei Pink Floyd; ma è la cover alternativa, prodotta per una reissue del disco fatta dall’insoddisfatto Brock nel 2004, la più evocativa, che immerge lo spettatore in un bianco puro, centrato dal ghiaccio antartico. Sotto questa calotta gelida si nasconde un album di quasi un’ora, suddiviso in quindici brani.
Si comincia con un finto riferimento al pianeta Terra con 3rd Planet (il globo blu è in ordine il terzo pianeta per distanza dal Sole all’interno del sistema solare, dopo Mercurio e Venere), una riflessione umana esposta su un brano forte, verboso, aperto da un verso (“Everything that keeps me together is falling apart”) che catapulta all’interno delle sinapsi di un mondo complesso. Gravity Rides Everything rientra sempre più verso il piano terreno, chitarre e vocalità più vicine all’emo rinchiudono la prospettiva di Brock, tornando alla voglia di dormire, all’agrodolce anestetico della quotidianità. The Dark Centre of the Universe rimbalza sullo stile originario del gruppo, più corale e ruvido, dotato di una scrittura stratificata e versi esistenzialisti (“Well, God said something, but he didn’t mean it / Everyone’s life ends, but no one ever completes it”). La lenta Perfect Disguise impatta addosso all’elettrizzante Tiny Cities Made of Ashes, munita di un groove industrial, una doppia linea vocale e un refrain urlato (ha le sembianze di un figlioccio dei Talking Heads con il nuovo punk). Il ritmo però non cala, viene mantenuto da A Different City, un fervente pezzo indie rock che rimbocca la tracklist con una vena orecchiabile.
Ci stacchiamo con The Cold Part, avventurandoci in una tetra ballata, volta a insinuarsi nei nostri pensieri più profondi. The Stars are Projectors è un asso nella manica, un brano dai fondamenti prog e space rock, intriso nei suoi quasi nove minuti di durata di epica lisergica e solenne. Wild Pack of Family Dogs è una macabra filastrocca in stile country e fa da ispirato collante con Paper Thin Walls, che segue il filone più pop e indie dell’album. I Came As a Rat è una ballad alternativa quasi grunge, mentre Life Like Weeds ipnotizza l’ascoltatore per oltre sei minuti nel suo suono avvolgente e nel testo mesmerizzante, colmo di rime e assonanze (“In this life like weeds, in this life like weeds / Eyes need us to see, hearts needs us to bleed”). La finale What People Are Made Of è un assalto, percussioni e chitarre che incalzano, un termine del viaggio che richiama la propria coscienza a rapporto.
I Modest Mouse rielaborano nel loro terzo LP, attraverso il concept degli elementi universali, una cosmologia estremamente personale, pregna di riferimenti più o meno metaforici alla vita e al pensiero umano. La scrittura di Isaac Brock raggiunge dei picchi molto elevati, gli arrangiamenti indirizzano un gruppo precedentemente più granuloso e vicino alle sonorità hardcore punk verso un calderone di brani più completo, congiungendo emo, indie rock americano, post e space rock.
“The Moon & Antarctica” è un piccolo must have del suo genere, uno degli anelli mancanti tra il rock della fine del vecchio millennio e l’inizio del nuovo, nonché la via del futuro del gruppo stesso, diretto verso “Good News For People Who Loves Bad News” di quattro anni dopo.