C’era una volta giugno. E non era un mese qualsiasi. Era giugno del 2000 ed era come se Sinéad fosse riemersa da una tempesta. O forse, più semplicemente, avesse smesso di combatterla per lasciarsi trasportare, non più solo voce ribelle, ma anima che aveva fatto pace (forse) con le sue mille fratture. Così arrivò “Faith and Courage“, il suo quinto disco in studio, ed era già tutto nel titolo: fede e coraggio. Due parole semplici, elementari persino, ma che nelle sue corde diventano subito carne viva, lotta, tregua e cicatrici aperte che diventano canzone.
A riascoltarlo oggi, venticinque anni dopo, quel disco suona come una confessione non chiesta, una raccolta di lettere mai spedite. Lontano dal minimalismo irlandese delle origini e dal clamore di Nothing Compares 2 U, Faith and Courage è un mosaico sonoro in cui la coerenza non è l’obiettivo, ma forse proprio l’opposto: è una geografia del caos personale, sostenuta da una produzione che, diciamolo, a tratti si fa manierista, troppo levigata, troppo “costruita”. Ma anche lì, tra i beat elettronici, le armonizzazioni audaci e i tappeti sintetici, Sinéad trova il modo di farsi sentire. Non solo con la voce, che resta un monumento all’intensità emotiva, ma con l’anima nuda.
C’è No Man’s Woman, che apre il disco con una dichiarazione d’intenti travestita da brano hip hop, manifesto di un’indipendenza più spirituale che sentimentale. Non è un singolo da classifica, no, ma chi ha mai creduto che Sinéad cercasse davvero il consenso? Poi c’è Jealous, morbida, elegante, quasi radiofonica nel senso più anni Novanta del termine. E ancora Daddy I’m Fine, un’auto-narrazione ironica, pop-rock-hip hop che sembra scritta per le sue figlie, o per quella parte di lei che cercava ancora l’approvazione del padre, tema ricorrente, dolorosamente presente. Ma è con The Lamb’s Book of Life che Sinéad lancia uno sguardo oltre l’orizzonte, fondendo folk celtico e ritmi reggae in un esperimento che preannuncia le sue future avventure spirituali e sonore. È uno dei pochi momenti in cui il disco guarda davvero avanti.
A chi le chiedeva coerenza stilistica, Sinéad ha sempre risposto con la verità e la verità raramente è coerente. “Faith and Courage” è forse il disco meno “perfetto” della sua carriera, ma anche uno dei più veri. Non ha conquistato le classifiche, non ha cementato fanbase, non ha messo tutti d’accordo. Eppure, riascoltandolo oggi, è difficile non riconoscerne il valore: è il diario musicale di una donna che ha scelto la complessità, anche a costo dell’incomprensione.
Non è un disco che si ama subito. È un disco che si riconosce.
Ed è qui, venticinque anni dopo, che mi accorgo di quanto io gli sia legata. Non solo come ascoltatrice, ma come complice. Perché anch’io, come lei, ho vissuto certi ritorni. E a ogni ritorno, ci vuole fede. E molto coraggio.