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Back In Time

“Exit Planet Dust” dei Chemical Brothers compie 30 anni: il big bang del suono acido

C’è stato un tempo in cui l’elettronica non aveva ancora lo zainetto firmato, non c’erano i D.J. superstar da 20 milioni di followers né festival full of hype a cui partecipare per aggiornare il proprio feed di Instagram. C’era invece il 1995 e due ragazzi inglesi con un debole per i beat martellanti e i campionatori sudici se ne uscirono con un disco che suonava come una granata esplosa in una sala prove piena di rave-kids strafatti: “Exit Planet Dust”

Dal titolo si allude ad un chiaro addio al passato e un benvenuto verso nuove coordinate sonore nel firmamento dell’elettronica. È molto più di un debutto: è un manifesto sonoro che ha contribuito a definire un nuovo genere, il big beat, fondendo con maestria breakbeat, acid house, rock e hip-hop in un unico flusso energetico, pulsante e inatteso.

I Chemical Brothers, alias Tom Rowlands ed Ed Simons, un tempo (ma per pochissimo) si facevano chiamare Dust Brothers, omonimi dei produttori americani dietro Paul’s Boutique dei Beastie Boys. I relativi legali americani, però, non erano poi così fan di questa omonima cuginanza oltreoceano, così i ragazzi di Manchester cambiarono il nome in come lo conosciamo oggi, rievocando quella che è la vera mina di questo loro primo lavoro: “Chemical Beats“, già leggenda underground prima che l’album uscisse. Qui il tutto diventa abrasivo e sporco, con suoni graffianti e ripetitivi che tirano dritti per tutta la durata del pezzo, diventando il centro nevralgico e rivoluzionario su cui si poggia l’intero disco. 

L’apertura è una dichiarazione d’intenti: Leave Home è un mantra psicotico costruito su un loop e un sample che ripete “the brother’s gonna work it out” ed effettivamente lo lavorano eccome, il beat. E pure il cervello. Da qui in poi è un trip sulle montagne russe: In Dust We Trust flirta col funk, Song to the Siren spara psichedelia distorta ma sempre perfettamente sul tempo e Three Little Birdies Down Beats, inizia rilassata ma poi esplode mandando il sound system in frantumi. E quando pensi di aver capito la direzione, ecco che spuntano Chico’s Groove e One Too Many Mornings, improvvisamente tutto rallenta, si fa liquido, quasi ambient, come se i fratelli chimici avessero acceso un incenso, si fossero messi a gambe incrociate e deciso di meditare sulle drum machine. Grazie alla voce di Tim Burgess dei The Charlatans, c’è anche spazio per un tocco di Britpop in Life Is Sweet (siamo pur sempre negli anni ’90 no?): pezzo ballabile, catchy, ma con quella vena nervosa che rende tutto imprevedibile e curioso.

Quello che rende “Exit Planet Dust” ancora oggi un album importantissimo è che, nonostante non sia il miglior lavoro dei Chemical Brothers, fa comunque da sparti acque nel mondo dell’elettronica, una pietra miliare che incrocia chiunque prima o poi. Suona come un esperimento riuscito per sbaglio, come una jam session che ha fatto il salto quantico. È figlio del suo decennio, l’era dei rave, dei volantini fatti a mano e dei vinili che saltano, ma che guarda avanti preparando il terreno per tutti: da Fatboy Slim ai Justice o i Prodigy. 

Trent’anni dopo non è invecchiato. Si è stagionato. Suona ancora come un cazzotto nelle casse e un sorriso storto sulla faccia. Un disco che, se non lo conosci, ti chiedi dove sei stato finora. E se lo conosci, ti viene solo voglia di rimetterlo su. A palla, ovviamente.

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