Esistono mete che non sono previste. Mete che profumano d’estate, di amici e di compagni di scuola; altre che evocano l’atmosfera delle gite domenicali. E poi ci sono mete che coincidono con un punto di svolta, uno “slice of life”: la propria famiglia, il proprio percorso, la propria fede.
Nel 2005, Sufjan Stevens era reduce da “Seven Swans“, forse il suo lavoro meno ricordato, e mancavano ancora dieci anni a “Carrie & Lowell“. In quel momento si trovava immerso in una riflessione profonda, quasi una catarsi – ma senza alcuna traccia di rimpianto. Sentiva la necessità di segnare una tappa fondamentale, di tracciare un nuovo inizio. E sapeva già come farlo: bastavano una decina di persone, dieci amici, per formare un’orchestra che avrebbe dato forma a quel viaggio iniziatico che aveva in mente.
Ricevetti una mail all’inizio della settimana. Diceva che ci voleva per alcune ore e che ci avrebbe dato cento dollari. La mia amica, Shara Worden, era eccitata all’idea, mentre io pensai che fosse matta. Cento dollari? Avevo ventidue anni, ma alla fine accettai. Non dimenticherò mai il momento in cui sentii gli archi di Chicago emergere in primo piano in una scena, e pensai a quell’assegno. Ne parlai con Sufjan, che disse: “I migliori cento dollari che abbia mai speso.
— Rob Moose, violinista
“Illinois“ è probabilmente il primo lavoro di Stevens completamente maturo sul piano compositivo, con una forte impronta “chamber”. Registrato in varie location economiche a New York, è un album che intreccia canzoni legate a luoghi, eventi e personaggi dello stato dell’Illinois. È il suo secondo concept album dedicato a uno stato americano, dopo “Michigan” del 2003, parte di un ambizioso (e poi rivelatosi ironico) progetto di realizzare un disco per ciascuno dei 50 stati USA. Anni dopo, lo stesso Stevens ammise scherzosamente che si trattava di una trovata.
In “Illinois“, la semplicità è elevata a forma d’arte: l’uso deliberato di mezzi di registrazione a bassa fedeltà e strumenti musicali di qualità media contribuisce a creare un’opera unica. Il lavoro nasce infatti da un attento studio di fonti letterarie, documenti penali e testi storici.
Parallelamente al progetto dei 50 stati, Stevens scelse di focalizzarsi sull’Illinois dopo “Michigan” perché, a suo dire, «non si trattava di un grande salto». Trovava affascinante l’idea di quello stato, che considerava il “centro di gravità” del Midwest. Prima della composizione, lesse opere di autori locali come Saul Bellow e Carl Sandburg, consultò registri d’immigrazione e libri di storia, evitando di affrontare eventi contemporanei per concentrarsi su temi storici. Visitò diverse città dell’Illinois, raccogliendo racconti da amici e membri di forum online. Sebbene avesse iniziato a pensare a canzoni sull’Oregon e persino al Rhode Island, non pubblicò più album incentrati su altri stati. Il giornalista Andrew Purcell del Guardian affermò anni dopo che Stevens «non aveva scrupoli ad ammettere che si trattava di una trovata pubblicitaria».
La produzione di “Illinois“, così come dei lavori precedenti, si svolse in luoghi differenti: il pianoforte fu registrato nella St. Paul’s Church di Brooklyn; archi e voci negli appartamenti dei collaboratori; l’organo elettrico nella New Jerusalem Recreational Room di Clarksboro, New Jersey; il vibrafono al Carroll Music Studios di New York. Stevens curò quasi interamente da solo l’album: testi, arrangiamenti, performance, direzione creativa.
Ero piuttosto chiuso durante la creazione di Illinois. Passai molto tempo da solo, un paio di mesi in isolamento nello studio. Lasciai che le cose crescessero e si sviluppassero da sé, senza pensare minimamente al pubblico o ai concerti.
Brani come Jacksonville, The Seer’s Tower o The Prairie Fire That Wanders About tracciano un racconto, un viaggio, uno spostamento da tutto ciò che era familiare per Stevens. Il suo lavoro, in questo senso, si allontana dalla tradizione cantautorale per diventare quasi world music, ampliando il suo immaginario personale.
“Illinois” è il primo vero lavoro pienamente compiuto di un artista che, allora come oggi, aveva ancora molto da dire.