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The Black Sabbath’s legacy: cosa ci lasciano Ozzy e gli altri dopo il concerto d’addio

(c) Ross Halfin

Partiamo dalla fine. Il 5 luglio del 2025 verrà tramandato ai posteri come una delle date più leggendarie della storia del rock: con “Back to the Beginning”, a due passi da casa e da dove tutto ebbe inizio, i Black Sabbath hanno chiuso la loro carriera. Non sappiamo cosa ci sarà dopo Ozzy, a questo punto della storia non ha neanche tutta questa importanza. Ciò che conta è che in qualche modo, e parecchio degnamente, un considerevole numero di artisti abbia reso omaggio a una delle più grandi icone della musica moderna.

Finito il tempo delle celebrazioni – questo pezzo infatti non vuole essere né un live report, né tanto meno una retrospettiva: se vi va di tornare alle origini cliccate qui – a noi resta una riflessione: quale eredità lasciano i quattro di Birmingham? Per rispondere iniziamo a considerare cosa pensano di loro alcuni esperti. Piero Scaruffi è lapidario: 

Raramente un artista così poco dotato tecnicamente e così poco fantasioso ha avuto così grande influenza sulle generazioni successive

rendendo così inspiegabile tutta la costruzione del mito. Vogliamo parlare di classifiche? Nelle consuete graduatorie stilate da Rolling Stone, solo recentemente Toni Iommi è risalito, ma ancora nel 2003 affogava alla posizione numero 86 tra i migliori 100 chitarristi di sempre, alle spalle – con tutto il rispetto – di Jonny Greenwood, George Harrison e Robert Quine dei Voidoids. Bill Ward è definito “genuino” dagli stessi redattori, che riconoscono ai suoi successori Vinny Appice e Cozy Powell una tecnica superiore. E Ozzy? Decisamente fuori dalla top ten dei cantanti.

Eppure, mai come in questo caso è applicabile un pensiero partorito da Brian Eno, che non si fermò ai freddi numeri quando Lou Reed gli disse che The Velvet Underground & Nico aveva venduto sì e no trentamila copie nei primi anni: al contrario, gli venne naturale pensare che trentamila ragazzi il giorno dopo si fossero messi alla ricerca di qualcuno per formare una band. Per i Sabbath vale lo stesso discorso e – a ragion veduta – per motivi del tutto simili. Se i Velvet per primi iniziarono a raccontare di tormenti interiori, devianza, dipendenza da sostanze di ogni tipo, da quest’altra parte dell’oceano Ozzy e i suoi compari davano il via a inediti riti esoterici, narrazioni occulte e storie spaventose, vantando un sottofondo di chitarre fangose, giri di basso martellanti e una batteria dall’incedere lento ma inarrestabile. La sua voce, poi, così acuta, stridula, sofferente, è l’ultimo passo verso il baratro. Quando ti spingi in modo così profondo verso sentieri inesplorati – e a differenza dei Velvet ottenendo un successo clamorosamente immediato – è chiaro che l’ispirazione a beneficio di altri è solo una questione di tempo.

Per tutti, i Black Sabbath sono stati tra i pionieri dell’heavy metal, indiscutibilmente del sottogenere doom, una parola che in italiano si può tradurre come sventura, destino avverso. Basta ascoltare i primi due album – “Black Sabbath” e “Paranoid” – per capire che questa non è solo la definizione di un genere, bensì di uno stile di vita, di un eterno racconto esistenziale. Se si dice doom in automatico vengono in mente gli anni ‘80 dei Melvins, ma anche i più recenti Electric Wizard, Earth e Sunn O))), e allora il buon vecchio doom deflagra in mille lapilli che a loro volta esplodono e come corpi celesti prendono ognuno un nome diverso: drone, stoner, sludge, la cara e intramontabile psichedelìa. 

A proposito di anni ‘80 e metallo pesante. Dopo il successo ottenuto negli Stati Uniti – i cui embrioni risiedono probabilmente nel California Jam del 1974 e nell’album “Sabotage”, uscito un anno dopo – nella Bay Area di San Francisco nasce il primo vero movimento metal su vasta scala, dominato inizialmente dagli Exodus e dai Possessed, che in breve tempo sfornano due pilastri del genere come “Bonded by Blood” e “Seven Churches”. Ma i figliocci dei Sabbath vengono da Los Angeles: i giovani Metallica si fanno conoscere aprendo i concerti americani dei loro mentori britannici e nel frattempo sfornano il trittico che culmina con Master of Puppets. Poi i Megadeth, gli Slayer e i Bad Religion e infine di corsa fino a New York, dove ad attenderci ci sono gli Anthrax. Ciò che inizialmente è stato definito thrash si è nel frattempo decomposto, diventando concime per ulteriori sottogeneri come il groove (“Cowboys from Hell” dei Pantera) e il punk metal, dal quale verrà fuori l’hardcore punk e a sua volta il grunge. Qui è addirittura superfluo ricordare la passione per i Black Sabbath – sfociata esplicitamente in “Badmotorfinger”, “Dirt”, “Bleach” e “Ten” – da parte dei vari Kim Thayil, Jerry Cantrell, Kurt Cobain e Eddie Vedder.

Ad un certo punto però la Sabbath Invasion rimbalza, torna in Europa sul finire degli anni ‘70 e genera nuovi proseliti. Il tour che porta in giro “Never Say Die” è aperto dalle esibizioni dei Van Halen, di cui Ozzy dirà: “Sono talmente bravi che dovremmo essere noi ad aprire i loro concerti”. Proprio a due passi da casa Osbourne, inoltre, grazie alle anime urlanti dei Napalm Death, a Birmingham prende vita il grindcore e poco più in là – precisamente a Leyotn – gli Iron Maiden di Steve Harris ripropongono con diversi aggiornamenti le oscure atmosfere degli esordi sabbathiani. Rimanendo nel buio, attraverso racconti che spostano più in là il confine tra la vita e la morte, i connotati tracciati dai britannici Venom saranno così identitari e definitivi che qualche tempo dopo i norvegesi Mayhem ne raccoglieranno il testimone, facendo ancora una volta saltare il banco con la consacrazione del black metal. 

E la storia va avanti fino all’odierno nu-metal, una sorta di invenzione giornalistica nata – guarda un po’… – in concomitanza del primo Ozzfest, un evento ideato da Ozzy e sua moglie Sharon dopo che gli organizzatori del Lollapalooza si erano rifiutati di invitarlo. I coniugi Osbourne non solo diedero vita a un festival interamente dedicato al metal e alle sue diverse inclinazioni, ma furono bravi a intercettare, insieme al pubblico del rock classico, le nuove tendenze che nel frattempo avevano l’intenzione di fondere il metal con il rap, l’industrial e le nuove sonorità stoner, riprendendo in qualche modo la primordiale miscela tra blues e rock che fu il collante degli originari Polka Tulk di Toni Iommi: ecco dunque salire alla ribalta i Korn, i Fear Factory, i System of a Dawn, Marilyn Manson, i Queens of the Stone Age, fino ai più recenti Fallujah, Code Orange, Ghost e Mastodon. Di quanti artisti stiamo parlando? Di quante copie vendute? Di quante presenze ai concerti spalmate su quanti anni? Ma soprattutto, quale impatto hanno ancora oggi gli artisti che traggono ispirazione dai Black Sabbath? Se un professore di analisi matematica si sognasse mai di generare una funzione basata sulla loro influenza in termini di stile musicale, presenza scenica e importanza culturale, non vi è dubbio che il risultato sarebbe una curva con andamento esponenziale. 

Torniamo quindi all’inizio, realizzando fino in fondo il motivo per cui così tanti artisti – non solo di provenienza rock e in alcuni casi nemmeno musicisti – il 5 luglio del 2025 si sono sentiti in dovere di omaggiare una band, un manipolo di musicanti che hanno determinato in modo indelebile e futuribile qualcosa come sessant’anni di rock. Oltre alle band già citate, sul palco del Villa Park abbiamo visto sfilare Rival Sons, Halestorm, Lamb of God, Tom Morello con due supergruppi composti, a vario titolo, da Nuno Bettencourt, Billy Corgan, Steven Tyler e Ronnie Wood. E poi ancora Tool, Guns N’ Roses e una folta schiera di amici di Ozzy, della quale fa parte anche Jack Black, oltre a Elton John, Cindy Lauper e Dolly Parton, che non potendo essere presenti hanno trasmesso un video saluto. 

Questa è la vera eredità che lasceranno i Black Sabbath, che va al di là dello stile batteristico, delle bass-line, dell’accordatura di una chitarra o del cantato stentoreo. Sappiamo tutti benissimo che Toni Iommi tecnicamente è meno valido di Jimmy Page e che Bill Ward guarda Bonzo Bonham con il cannocchiale, non è questo il punto. La band di Ozzy Osbourne è identità, immedesimazione, divertimento e condivisione, con un sottofondo tosto e inesauribile. I Sabbath sono un virus che attacca il DNA di qualsiasi amante del rock, in qualunque epoca e angolo del pianeta, senza mai correre il rischio di essere debellato.

E allora back to the beginning, the future and the eternity.  

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