Il sacro addio ai palchi e alle scene, dei gloriosi e seminali Black Sabbath, del 5 luglio 2025 a Birmingham, loro terra natia, ha risuonato in tutto il mondo fulgido e triste, perché ha sottolineato il passare veloce del tempo, nonché la fine della parabola sabbathiana, sancita purtroppo dalla dipartita del frontman Ozzy Osbourne, avvenuta ieri sera. È il momento dei ricordi e delle celebrazioni degli appassionati al vaglio dell’umana corsa verso il cosmo nel nome dell’iconico Ozzy. Percorso della memoria che batte bandiera dell’Heavy Metal, a cui i nostri hanno dato corso, e sotto la quale si raccolgono disparate etnie globali legate all’amore e al culto per la loro musica, ivi comprese band di incomparabile valore.
Il fatto, l’ispirazione, ha un’origina divina, in analogia a quella di Lucifero, angelo caduto dalle sommità celesti venuto tra noi per misurarsi sul suolo terrestre con la gente comune e di ogni risma, impelagata tra dubbi e desideri, predisposta a valicare i dettami del Paradiso, della buona novella, capace pure di affrontare draghi, mostri e paure infiltrate nella vita contemporanea dagli accadimenti generali delle sorti umane decise day by day, allora come sempre, rendendo reale e sofferente il nostro cammino su questa peccaminosa terra irta di pericoli, sui quali è bene riflettere.
La differenza dunque la fanno i quattro, in principio, ragazzi di Birmingham, forti delle loro doti musicali, del loro stile che si tramuta in nuovo fluido da spacciare fin da quella fine sixties, aprendo un nuovo corso della musica, inaugurato pure dai grandi dell’hard rock, Deep Purple (granitici), Led Zeppelin (mistici) e Judas Priest (inseguendo mete sempre più heavy) e confermandosi tra le ispirazioni più genuine e valide in campo pop rock, radicati pure in artisti precedenti quali Jimi Hendrix, Blue Cheer, Beatles e Cream; nondimeno una certa radicalità li potrebbe far confluire nel girone infernale affini a Edgar Broughton Band e allo scardinante Capitano Cuordibue & HMB.
Cosa resterà dei Black Sabbath? Chi mai dimenticherà la voce disincantata di Ozzy Osbourne, le raffiche di Bill Ward, le fondamentali pozioni del basso di Geezer Butler e la creativa chitarra di Tony Iommi?
In definitiva, la discografia e le vicende dei Black Sabbath sono state alterne e marcatamente il poker di assi iniziale sfodera 4 originalissimi album che han fatto la storia, proseliti e innalzato l’inno oscuro alle mille pieghe dei destini di ciascun adepto ammantandolo di una verità più reale di quanto fatto da qualsiasi altro genere musicale. Quell’attitudine scomoda e sopraffina dedicata al doom, al jazz, al dark, al folk, alla stregoneria e alla fantasia di avventurarsi per i sentieri boschivi impervi dell’anima, foriera di scaraventarci in un medioevo Boschiano, ha elevato il sentire sottopelle e ne ha allertato le percezioni di quegli esseri selvaggi e universali, trasformando questi, idem noi ascoltatori, in alfieri, crociati di quella visione unica e mistificata propria dei Black Sabbath, investita dai loro tempi musicali vissuti e incarnati nello spirito indomito, comunque spaventoso, colmo di mistero, esattamente come un sabba lugubre, magico e sfrenato.
Il blues innanzitutto, la perdizione maledetta di canti ancestrali poi elettrificati, pregni di esoterismo, espressione del culto degli oppressi inondato di corporeità ai limiti dell’incontro connaturato di vita e arte. Non una mera trappola accattivante in guisa di trovata commerciale, più nello specifico una filosofia da intendere con il passare dei giorni, da acquisire, vivere introspettivamente, consapevoli che il sole non ha solo la gradazione luminosa del nimbo, ma è sovente offuscato da ombre torve, i nembi, scatenando l’effetto di un trip che altera o vivifica le tematiche, le sensazioni esistenziali, proponendo un poderoso attacco inedito alle fondamenta dell’essere umano invischiato in un paradiso infernale.
È il loro modo di raccontare, di dare voce a quella scansione temporale, di assumere le fattezze di un’entità prodiga di sfumature e verità preziose, testuali e sonore, all’inizio notevolmente raffinate, tali da risultare immaginifiche metonimie, calibrate da elucubrazioni sovrannaturali senza tempo, eppure intrise entro un’ottica tendente alla cronaca giornalistica che trascina nella comunicativa dotata di enorme espressività.
La parte dedicata ai testi coinvolge appieno sviscerando l’estetica del sovvertimento, operata controcorrente e quale fattore eversivo del loro discorso fondativo. I Black Sabbath si staccano da quell’aura satanica maledetta degli esordi che li aveva in verità presto stufati – le copertine gotiche degli album, il nome preso da un film di Mario Bava, la rappresentazione dell’horror à la Lovecraft – e giocano anche su territori cristiani, come suggerisce il brano After Forever per dare ampiezza tematica ed esistenziale alla materia testuale. Un gruppo ruvido per la fattura inconsueta dei loro testi, droga, guerra, religione, male, occulto, solitudine, morte. Frullavano nelle loro menti meta-idee, comprensive di temi pacifisti che si affacciavano dirompenti, War Pigs, Electric Funeral, Paranoid e Children of the Grave scritta sotto l’influsso della paura atomica, della guerra fredda. Lo scontro tra Heaven and Hell, per citare un loro album. Quindi le influenze letterarie: Poe, Dante, Tolkien, Dennis Wheatley, Aleister Crowley, contribuirono a ricercare estensioni caratterizzanti il loro universo cupo, malinconico, terrificante, fantascientifico, comunque in linea con aspetti ideologici, sociali e politici portatori di valore e di consapevolezza inscindibile dal loro profondo sound.
Mentre il profilo estetico tout court li raffigura quale destabilizzante combo di brutti ceffi con una sorta di Alex De Large a condurne le danze. Demoni primitivi figli del buio e di diablade propiziatorie adornate dai riff secchi e potenti, annunciatori di riportare l’essere umano in una realtà che si fa sempre più indescrivibile, presi nel tourbillon di criniere scure, baffi e basettoni, simboli provenienti dall’occulto, croci enormi attorno al collo culmine di irriverenza; abiti scuri, aura di mistero, rinvigorendo in maniera più pesante quell’immagine luciferina evocata dagli Stones calandosi regalmente nella lucidità delle tenebre. Scenografia degna de Il Club dell’hashish di Gautier e della ideale dissoluzione della scena rappresentata in aderenza alla scura citazione dannunziana dello Sperelli che propaga l’oblio per la morte del Signore di questo mondo
Il tempo è morto ormai, non ci saranno più né anni, né mesi, né ore. Il tempo è morto e noi andiamo al suo funerale.
Riposa in pace Ozzy!