Quando i Beach House pubblicarono “Depression Cherry” nell’agosto del 2015, tutti furono colti di sorpresa: dopo il successo di “Teen Dream” (2010) e “Bloom” (2012), in cui, sotto la sapiente guida del produttore Chris Coady, le sonorità lo-fi e riverberanti degli esordi erano state progressivamente abbandonate per abbracciare un “widescreen sound” più definito e luminoso, Victoria Legrand e Alex Scally, nella press release che accompagnava la nuova uscita, dichiararono di esser voluti tornare alla semplicità delle origini voltando deliberatamente le spalle al successo commerciale che li aveva consacrati. Una mossa audace che non passò inosservata. La critica si divise come raramente era accaduto nella loro carriera: da una parte Pitchfork celebrò l’album con il prestigioso award “Best New Music” e AllMusic ne elogiò la natura di “grower” – un disco che riusciva a rivelare le sue indubbie qualità dopo ripetuti ascolti. Dall’altra, tuttavia, si levavano voci decisamente più severe. NME non usò mezzi termini, accusando il duo di ripetitività e mancanza di originalità, profetizzando che l’album sarebbe presto venuto a noia. Anche Bearded Gentlemen, pur con toni più misurati, non nascose una certa delusione, giudicando l’opera un passo indietro rispetto alle vette raggiunte con i predecessori.
A dieci anni di distanza, possiamo dire che le profezie di coloro secondo i quali la maggior parte degli ascoltatori si sarebbe ben presto scordata di “Depression Cherry”, quasi avesse rappresentato un’ombra passeggera nell’altrimenti luminosa carriera del duo di Baltimore, sono state clamorosamente smentite. L’album ha al contrario dimostrato di essere un “grower” in un modo abbastanza imprevedibile per chi lo recensì alla sua uscita: Space Song, la terza traccia del disco, si è rivelata essere una vera e propria “sleeper hit” grazie alla sua esplosione virale sui social a partire dall’inizio degli anni ‘20. I reels di TikTok hanno trasformato le sue tonalità malinconiche nella soundtrack perfetta per video drammatici – ironici o meno – conquistando le giovani generazioni. Il fenomeno ha trascinato con sé l’intero album: nel maggio 2023, “Depression Cherry” ha raggiunto il disco d’oro dopo aver superato le 500 000 copie vendute nei soli Stati Uniti. Oggi molti lo considerano tra i lavori migliori dei Beach House, talvolta persino superiore ai tanto celebrati “Teen Dream” e “Bloom”.
Riascoltando oggi l’album, questo ribaltamento di prospettiva trova finalmente la sua spiegazione. La presunta differenza “drammatica” di sound tra “Depression Cherry” e i suoi due immediati predecessori, infatti, va decisamente ridimensionata. Sebbene all’epoca i Beach House avessero presentato l’opera come un “ritorno alle origini” – e singoli come Spark sembrassero effettivamente giustificare questa lettura – la realtà si rivela ben più sfumata. I brani che nel tempo sono diventati i veri pilastri dell’album – Space Song, PPP, Wildflower – condividono molto più terreno, tanto a livello di atmosfere cinematografiche quanto di sonorità dream-pop eteree, con gioielli come Myth e Troublemaker da “Bloom”, o Walk in the Park e Take Care da “Teen Dream”, piuttosto che con qualsiasi traccia del ruvido esordio shoegazey del 2006, ovvero l’omonimo “Beach House”. Questo continuum non dovrebbe sorprendere: dietro la console di “Depression Cherry“, come già per “Bloom” e “Teen Dream”, troviamo sempre Chris Coady, produttore che nei fatti aiutò Victoria e Alex a proseguire e perfezionare un discorso già avviato in “Devotion” (2008) con perle come Heart of Chambers e Holy Dances. Un fil rouge mai davvero interrotto che rappresenta il vero motore trainante della musica dei Beach House: una reinvenzione del dream pop che progressivamente si è allontanata dalle radici shoegaze (chitarre distorte e voci sommerse) per abbracciare sonorità più cristalline ed elettroniche, dove le tastiere regnano sovrane accanto all’inconfondibile voce di Victoria Legrand – sempre in primo piano e vera ancora emozionale di ogni loro composizione.
Allo stesso tempo, a dieci anni dalla sua uscita “Depression Cherry” mantiene intatto il suo fascino proprio grazie alla sua capacità di creare un’atmosfera emotiva precisa e potente. Il disco vive di una dualità affascinante: mentre la musica sembra esistere fuori dal tempo, i testi sono ossessionati dal suo inesorabile passaggio. Basti pensare al refrain ipnotico “Just like that, it’s gone” di Days of Candy, al titolo stesso di 10:37 che cristallizza un momento preciso, o alla metafora della scintilla in Sparks che si accende e subito svanisce. Anche Bluebird chiude con l’amara constatazione che “Scenes change / Before they are over” – tutto cambia prima ancora di essere vissuto fino in fondo. Questa tensione tra musica e parole genera un’atmosfera di nostalgia pervasiva e malinconia controllata – una sorta di “romanticismo spettrale” che evoca un sogno americano anni ‘50 visto attraverso le lenti di un incubo dolcissimo. La vera forza dell’album risiede proprio nella sua capacità di veicolare questa tristezza senza mai cadere nella pura disperazione.
Questo equilibrio emotivo, frutto della fedeltà di Victoria e Alex alla propria ricerca artistica, ha offerto un modello sofisticato per tradurre la malinconia in bellezza, consolidando l’album come pietra miliare del dream pop contemporaneo. Se il riconoscimento non è arrivato immediatamente da parte di tutti, il tempo si è rivelato galantuomo, offrendoci una lezione preziosa: i nuovi media, spesso criticati per aver stravolto il nostro rapporto con la musica, si rivelano talvolta catalizzatori straordinari nell’avvicinare le nuove generazioni alle opere del passato, favorendone la riscoperta e la rivalutazione critica. Ne è prova lampante l’ondata di giovani artisti e band emersi tra la fine degli anni ‘10 e l’inizio del nuovo decennio – da Tiger La Flor al duo Dream Ivory, da Bathe Alone ai Lucid Express – che stanno ridefinendo i contorni della scena contemporanea e hanno apertamente dichiarato il loro debito verso “Depression Cherry”. In particolare, Space Song viene citata con frequenza come momento rivelatorio: il brano che li ha spinti a prendere in mano gli strumenti e a intraprendere il loro percorso musicale.
A dieci anni dalla sua uscita, possiamo dunque dire che se “Depression Cherry” si dibatte nelle spire di una malinconia esistenziale, interrogandosi ossessivamente sull’inesorabile scorrere del tempo e sulla caducità di ogni momento vissuto, la storia della sua ricezione rivela come i Beach House avevano già scoperto, forse del tutto inconsapevolmente, l’antidoto più potente alla mortalità artistica: la loro fedeltà incondizionata alla propria visione creativa. In un mondo ossessionato dal successo immediato e dalla necessità di “cavalcare l’onda”, i Beach House hanno dimostrato che chi sceglie l’autenticità sulla convenienza, chi privilegia la coerenza artistica sulle mode passeggere, non viene divorato dal tempo. Lo addomestica, lo plasma, e infine lo trasforma in complice silenzioso della propria perennità.