La ormai cult band norvegese Årabrot, arrivata all’ennesima prova in studio intitolata “Rite of Dionysus”, si presenta in una nuova veste: più sacrale, più distesa e onirica, ma senza perdere la verve maligna che l’ha sempre contraddistinta.
Ho un ricordo chiaro degli Årabrot, in più occasioni visti dal vivo svariati anni fa: mi sono sempre parsi dei fauni usciti dalle foreste oscure, oppure dei poltergeist intrisi di una malevole tenacia demoniaca, pestavano i piedi a terra e maltrattavano gli strumenti con foga e lo spettacolo era davvero divino. E devo ammettere che ad un primo ascolto della musica di questo nuovo disco mi sono trovato spiazzato rispetto a questa nuova estetica, queste canzoni aperte, sognanti, atmosferiche. Mi hanno sorpreso, ma ciò non significa che sono sorpreso in negativo, anzi.
Per il titolo di questo disco non penso sia un caso aver scomodato nientemeno che Dioniso e i riti che le baccanti gli dedicavano nell’antichità. Dioniso richiama l’ebbrezza, la libertà dei sensi, la passione sfrenata che anima i corpi e li fa contorcere in estatici rituali di piacere. Tuttavia, la musica di questo disco fa da buon contrasto a questo richiamo, ha un taglio sicuramente più apollineo ed etereo di quello che ci hanno abituato negli anni gli Årabrot. Forse perà il quadro è un po’ più complicato di così.
L’aspetto dionisiaco infatti è mantenuto, è l’ingranaggio che sta sotto alla creazione di queste canzoni ed è un labile sfondo ad una mostra di attitudine onirica e pacata, non c’è mai uno sfogo violento dello spirito passionale, ma è una visione dall’alto di questo stato dell’anima orami ampiamente esplorato dalla band. Ci troviamo quindi a sentire dei pezzi anche abbastanza orecchiabili per un pubblico anche non esperto, ma sempre con una vena di oscurità celata che li collega tutti come filo invisibile. Non abbiamo chitarre spianate come mitragliatori o batterie spaccaroccia, ma non è raro sentirsi intimiditi, spaventati, a volte osservati, pare sempre che da un momento all’altro un mostro possa uscire da dietro un albero e aggredirci con i suoi artigli affilati.
Le sonorità richiamano una sorta di atmosfera western vichinga con intarsi di rock psichedelico: basti ascoltare The Devils Hut con questo suo incedere alla Johnny Cash ma con un marcato sapore scandinavo. Si nota qualche sconfinamento in territori gotico medioevali alla Dead Can Dance, come nel primo pezzo I Become Light, ma anche nel singolo Pedistal. Infine, i cori della ballata Rock and Roll Star sembrano essere stati campionati dai Pink Floyd di “The Wall“, ma anche componimenti come Mother me li fanno tornare inevitabilmente in mente. Su tutto aleggia l’imperiosa influenza di Michael Gira, nelle linee vocali, soprattutto, ma anche nella composizione dei pezzi e nell’attenzione alla dinamica propria degli Swans, band che peraltro gli Årabrot citano apertamente tra le loro influenze.
Kjetil Nernes e Karin Park con questo “Rite of Dionysus” dimostrano di essere una coppia di autori eclettici, consapevoli del loro talento e in grado di creare atmosfere di ogni tipo senza mai tradire la propria identità. Siamo di fronte ad un disco maturo, ben fatto, intenzionale, ottimo per chi ama le atmosfere oniriche ed eteree, ma con una buona dose di oscurità, senza tuttavia essere investito da bordate di distorsione e urla infernali.