Estate dell’85. Milano ruggisce tra paninari in Piazza San Babila e Yuppies che escono dagli uffici di Porta Garibaldi col gel nei capelli e il Rolex al polso. In quel mondo fatto di fast life e motorini truccati, arriva “The Head on the Door”, il sesto album dei Cure. Un disco che non solo mette un punto fermo nella loro carriera, ma diventa la colonna sonora di chi, come noi ventenni di allora, cercava una via d’uscita dalla plastica colorata degli anni Ottanta.
Fino a quel momento i Cure erano stati gli architetti della cosiddetta “Dark Trilogy” (“Seventeen Seconds“, “Faith“, “Pornography“) dischi che trasudavano ombre e claustrofobia. Poi un passaggio più psichedelico “The Top”, ma ancora instabile, quasi sospeso. Con “The Head on the Door” cambia tutto: Robert Smith prende in mano la penna e decide di scrivere un album pop, sì, ma a modo suo. E pop, nel suo linguaggio, non vuol dire leggero: vuol dire stratificato, coraggioso, pieno di colori e contaminazioni.
In tre quarti d’ora ci trovi dentro di tutto: il jingle indie-pop scintillante di Inbetween Days, che ti fa saltare in piedi già al primo giro di chitarra; l’inquietudine quasi berlinese di Kyoto Song (Bowie docet); il tocco flamenco e straniante di The Blood; l’euforia riverberata di Push, un brano che anticipa lo shoegaze quando i My Bloody Valentine ancora non erano usciti dai garage. E poi c’è Close to Me: quella linea di basso che sembra un cuore che batte, la voce sussurrata di Smith, i suoni che arrivano come da una stanza chiusa. È uno di quei momenti in cui capisci che una band ha trovato la formula giusta: goth e pop che ballano insieme, senza farsi male. Dietro tutto questo c’è anche un cambio di formazione decisivo: il ritorno di Simon Gallup al basso (il motore emotivo dei Cure), l’ingresso ufficiale di Porl Thompson alla chitarra e tastiere, e Boris Williams alla batteria. Una line-up che trasmette sicurezza, solidità, energia: i Cure del futuro sono qui.
Non è un disco monolitico, anzi. È un caleidoscopio, per citare lo stesso Smith, ispirato a “Kaleidoscope” dei Siouxsie and the Banshees e a “Dare” degli Human League. Ma è proprio questo patchwork a renderlo unico: ogni brano apre una porta diversa, e alla fine ti ritrovi in una casa labirintica che però ha un’anima precisa.
“The Head on the Door” è il disco che porta i Cure fuori dalle catacombe e li proietta verso gli stadi. Un ponte tra l’oscurità e il successo planetario, ma senza perdere la loro identità. Per noi che lo ascoltavamo allora, era la dimostrazione che si poteva essere romantici e cupi senza rinunciare al ritmo, senza chiudersi nell’autocompiacimento gotico.
Riascoltato oggi, resta fresco, pieno di invenzioni e momenti memorabili, più compatto e immediato di “Kiss Me, Kiss Me, Kiss Me”, più versatile di “Disintegration”. È un disco che non invecchia, proprio come certi ricordi: il walkman nelle orecchie mentre la Milano da bere ci scivolava attorno e noi con il rossetto nero di Robert Smith come bussola per orientarci in un decennio che sapeva di luci al neon e di malinconia travestita da festa.