Suppongo che se state leggendo queste righe abbiate già una certa idea di cosa rappresenti l’oggetto del nostro Back in Time odierno. È dunque impossibile fingere che non sappiamo che stiamo parlando della Gioconda, della Cappella Sistina del rock. E chi non ha mai visitato o vuole visitare la Cappella Sistina o la Gioconda una volta nella vita? Chi non ha mai ascoltato i brani di “Highway 61 Revisited”, soprattutto quella canzone lì: Like a Rolling Stone, rilanciata ultimamente dalla fedele interpretazione di Timothee Chalamet, nel bel film “A Complete Unknown” (di cui parlammo entusiasticamente qui). Quella canzone, l’opener del disco, che fa storia a sé. Anche per essere la canzone che permise a Dylan di sbloccarsi artisticamente in un momento in cui rischiava un burn out dovuto alle forti aspettative che percepiva intorno a lui: “Stavo per smettere di cantare. Ero molto prosciugato.”. In questo stato, produsse di getto “una lunga vomitata” (secondo la sua definizione) di 20 pagine che poi ridusse a una canzone di 6 minuti, spazzando via le sue frustrazioni e riconquistando la voglia di scrivere. “È come se un fantasma stesse scrivendo una canzone del genere… Non sai cosa significhi, tranne che il fantasma mi ha scelto per scrivere la canzone.”, avrebbe raccontato 40 anni dopo.
Fu una catarsi artistica che finì per produrre un intero album con cui giunse a terminare la famosa “svolta elettrica”, già cominciata con il predecessore “Bringing It All Back Home”. Lì, solo la metà del disco, il lato A, era elettrico: eccellente materiale, ma non la parte migliore di un disco che viene piuttosto ricordato per le “acustiche” Mr. Tambourine Man e It’s Alright Ma (I’m Only Bleeding). Qui, è elettrico tutto il disco, tranne l’ultima lunga traccia e questa volta il Dylan “rock” non fa sconti: i risultati sono immortali. Proprio tra una session di registrazione di “Highway 61 Revisited” e l’altra ci sarebbe stato il “famoso incidente di Newport” dove Dylan andò deliberatamente con una Stratocaster a tracolla e una band “fully plugged”, a farsi fischiare da un manipolo di talebani del folk, tanto per mettere con loro in chiaro che egli faceva quel che piffero gli pareva. Anche perché il grosso del pubblico era dalla sua. L’album infatti sarebbe salito in alto nelle classifiche mentre Like a Rolling Stone aveva fatto lo stesso come singolo apripista un paio di mesi prima. Il punto è che, rock o non rock, chitarre elettriche o acustiche, il fiume della creatività dylaniana era in quel momento in piena, per quantità e qualità. “Highway 61 Revisited” è oggi ricordato come il disco di mezzo della cosiddetta “trilogia elettrica”: tre dischi in 16 mesi, per un totale di 34 tracce e oltre due ore di musica, nelle quali è difficile trovare un momento debole. Un artista che già poteva avere un capitolo importante nei libri di storia del rock con i suoi primi quattro album, entra con la “trilogia” direttamente nell’olimpo della musica, nonché della letteratura, aprendosi la strada al Premio Nobel. Evidentemente il fatto di essersi liberato dal peso delle aspettative che l’ambiente del folk politico nutriva in lui, avrebbe funzionato come una liberazione di idee e canzoni, una più brillante dell’altra, una tana libera tutti.
60 anni dopo rimane tanto. Sennò non se ne farebbe un Blockbuster al cinema con una star internazionale nel ruolo principale, incentrato proprio sul racconto della “svolta elettrica”. Sennò non ci sarebbe stato un nobel della letteratura giustificato in certa parte proprio dalla qualità della scrittura poetica degli anni della “svolta”. Sulla quale poi bisognerebbe scrivere un capitolo a parte. Perché la verità è che Dylan aveva sempre voluto fare “rock’n’roll” e se si era adagiato agli inizi della carriera come cantante folk è perché non aveva i soldi per permettersi una band. Il solito problema che si ripete continuamente nella storia dello showbiz: i fan che si fanno la loro idea del proprio idolo e non gli possono perdonare quando si permette di essere se stesso/a. Lo vivono come un tradimento che li può portare a decretare la morte commerciale dell’artista, ma non nel caso di Dylan, che in quegli anni ’60 tutto poteva permettersi, trasformandolo in oro.
In quanto alle radici di questa musica, il riferimento alla autostrada numero 61 dice tutto. È l’autostrada che arriva nel Wyoming natale di Dylan, partendo dal sud, la patria del blues. Lungo la quale passano i luoghi di nascita di alcuni monumenti della musica americana, come Muddy Waters e Elvis Presley. L'”imperatrice del blues”, Bessie Smith, è morta per un incidente automobilistico sulla Highway 61. E, secondo la leggenda, il mitico Robert Johnson avrebbe venduto la sua anima al diavolo all’incrocio dell’autostrada con la Route 49. Ma questa “Higwhay 61” è “rivisitata”. Quindi un nuovo modo di suonare il blues, come Dylan chiarì subito al chitarrista Mike Bloomfeld, un militante del genere: “non suonare nulla di quella merda alla B.B. King e nulla di quel fottuto blues. Voglio che suoni qualcosa d’altro”. E difatti, il disco è “qualcosa d’altro”. Le radici blues sono lì, ma il blues con Dylan assume una definizione ampia. Il blues per lui è niente più e niente meno che la radice della musica americana. Che lui trasfigura come crede per arrivare a rifondare il rock tutto. Prendete ad esempio il garage rock di Tombstone Blues, From a Buick 6, Highway 61 Revisited, contraddistinte da una spavalderia frenetica che anticipa il punk degli anni ’70. Mentre Like a Rolling Stone, Queen Jane Approximately, Just Like Tom Thumb’s Blues sono “folk rock”, genere che il nostro porta qui a battesimo: godono della qualità melodica del folk e della grinta del rock. Grazie a Dylan,il blues diventerà molto più che un genere musicale, quanto piuttosto un paradigma.
Lungo tutto il disco si respira una sensazione di approssimazione, esaltata dal mix grezzo che da l’impressione non vi sia stato un grande lavoro dietro la consolle. In effetti, se si sta sempre ai racconti di Bloomfield, il disco come vennefu un miracolo spontaneo: “nessuno di noi sapeva cosa stesse facendo lì. Voglio dire, c’erano le griglie armoniche delle canzoni, però nessuno aveva idea di come avrebbe suonato la musica, né quale sarebbe stata la direzione”. Dylan non dava indicazioni alla band, né tantomeno il produttore Bob Johnston: “utile quanto un paio di tette su un maiale maschio”, secondo la originale rappresentazione fatta dal chitarrista. Il tutto fa venire in mente il commento che Joni Mitchell fece su questo album: “Non so se fosse la più grande musica mai fatta, ma certamente era la più spontanea”. Sarà proprio grazie a questa anarchia che Al Kooper può infilarsi di soppiatto in sala e trovare al volo il riff d’organo che impreziosisce Like a Rolling Stone. La scena è immortalata in uno dei momenti più emozionanti di “A Complete Unknown”, a conferma che la grande arte vive anche di momenti iconici, più o meno reali o leggendari e poco importa il confine.
In quanto ai temi poetici: beh, qui si entra nella pura letteratura. Dylan scrive sotto dettatura del fantasma di cui sopra, seguendo la tecnica del “flusso di coscienza”, già usata in prove precedenti e tornata a sbloccarsi con Like a Rolling Stone. Ossia, “scrivi tutto quello che ti viene in mente e di getto e solo dopo lo sistemi”. “Una lunga vomitata”, appunto. Su quella che è la vastità letteraria del disco vi rimando ai critici del genere. So solo che ci sarebbe da perdersi nelle allusioni, nel vetriolo sparso qui e là, negli incroci di personaggi ed epoche e nei riferimenti a scrittori famosi quali Edgar Allan Poe, Jack Kerouac, Arthur Rimbaud. Desolation Row, musicalmente l’unico pezzo acustico del disco, è l’epitoma di tutto ciò. Leggendo poi le note di copertina scritte dallo stesso cantautore, sconclusionate e piene di fesserie incomprensibili, si nota come la tecnica del flusso di coscienza non producesse effetti artistici se applicata alla scrittura pura. E’ il rock il mezzo attraverso cui questo fiume di parole vomitate acquistava un senso.
“Highwyay 61 Revisited” è il disco capolavoro con cui Dylan ufficialmente smette di cercare di cambiare il mondo e si accontenta di cambiare per sempre la musica rock. Che da allora potrà allargare illimitatamente i propri confini musicali e artistici e bussare alla porta delle arti maggiori, aspirando con dischi come questo all’immortalità di una Gioconda o di una Cappella Sistina.
Non ti sei mai girata a guardare la disapprovazione dei giocolieri e dei pagliacci
Like a Rolling Stone
quando tutti facevano trucchi per te
non hai mai capito che non è bello
non dovresti permettere agli altri di provvedere al tuo divertimento