Industrial slave
Fork-tongue legalistic contract chains
Turning our visions
To techno-logic nightmares
National security war makers
Desecrating the natural world
And Gods still trying to get over what
You done to his boy
Apro citando John Trudell che, con il suo poema “Industrial Slave”, ispira Massimo Pupillo. Scintilla che fa scoccare un disco. Le parole che leggete qui sopra le recita Sandra Canessa nel brano d’apertura, lo fa mentre sotto tutto è sospeso per aria, sopra un’invisibile pedana digitale.
Passo indietro. Mentre ascolto “Industrial Slave” nella mia mente si compone un tracciato, una strada che porta a un altro lavoro di Pupillo: “The Black Iron Prison”. Oltre la strada un disegno, una scena. Usciti dalla nera prigione d’acciaio ci si ritrova in un altro mondo, asettico benché scintillante. Spaventoso. Un altro carcere ma, questa volta, en plein air. Solo che l’aria manca. Un sistema che va scardinato da personaggi senza volto. “Il suono ha la caratteristica di bypassare la corteccia cerebrale, e, almeno nel mio sentire, riesce a parlare dell’indicibile”, è ciò che mi disse Massimo in un’intervista, ed è ciò che accade a me, durante l’ascolto, nei collegamenti che faccio, in quel che sento e, inevitabilmente vedo. “Industrial Slave” descrive questa “nuova” realtà non in modo diverso, bensì “continuativo”. Fine digressione.
Gli incubi “tecno-logici” descritti da Trudell trovano forma di nuovo. Sboccia tutto dopo la parte spoken della title track: un basso arcigno sorge e l’etere si fa silicio, i ritmi si serrano, tutto acquisisce durezza, si fa metallo liquido. Penetranti pulsazioni che avvolgono, rituali sintetici percussivi si sciolgono in un incedere stentoreo, il programming come dominante di suono, casse ora tonitruanti, ora incessanti controtempo, ora elefanti meccanici a passo imperante. Sintetizzatori cosmici convivono con demoni elettrici fuori controllo e voci sintetiche arrivate da chissà dove, bleep e glitch si manifestano creando wormhole in cui perdersi circondati da un’aura maligna, cibernetica, pressante e algida che fa di “Industrial Slave” un regno che si genera e distrugge ciclicamente, il suono di un enorme macchinario che si staglia contro un cielo stampato su un circuito.
Pupillo, ancora una volta, si fa creatore di mondi oltre a quello tangibile.