Tre anni dopo “Giuramenti” e con alle spalle una carriera ventennale, il trio meneghino torna sulle scene con un nuovo lavoro: “Aurora popolare”. Che sia una dichiarazione d’intenti sulla musica o una metafora visionaria una cosa è certa: il nuovo album dei Ministri si presenta prepotente e decisamente ispirato. L’energia delle chitarre distorte, la batteria martellante e la voce urlata di Divi si mescolano a riflessioni su una quotidianità comune a noi tutti. In questo ritorno incendiario emerge subito quella che da sempre è la loro vocazione politica. Il microfono si fa megafono e la voce urla protesta. “’Aurora popolare‘ parla di rabbia e di attesa, di promesse e di fallimenti” – racconta la band formata da Davide “Divi” Autelitano, Federico Dragogna e Michele Esposito – “e del fatto che solo nella completa disillusione possiamo imparare di nuovo a sperare”.
Il disco si apre con Buuum, traccia che ha anticipato a maggio l’intero lavoro. Un inno all’insoddisfazione e alla rabbia, il brano esplode nella sua stessa onomatopea, in un sound fragoroso: “La mia vita è una giungla, la fortuna è un gorilla / Devi venire a vederla / Prima che perda la pazienza e faccia / Boom! / Facciamo boom! / Boom! / Facciamo boom!”. Segue il brano Piangere a Lavoro che suona di disagio e crisi generazionale: “tu ieri mi dicevi / che non ti piacevi / che non ci credevi più”.
La capacità di alternare momenti di grande elettricità e attitudine rock ad atmosfere più morbide e introspettive emerge prepotente nel trittico Spaventi, Povero noi e Terre promesse. Parole e note colpiscono allo stomaco, prima ancora che al cuore: “Dio che è morto ma non lo sa / e gira per le strade della sua città / per farsi riconoscere”. La title track è puro rock e zero compromessi: “e stavi lì ad aspettare un’aurora popolare / una rivolta qualunque, una scintilla, un Carnevale” – sussurra Divi e la sua voce ci invita a far sì che la musica diventi la risposta alle brutture e alle contraddizioni di un mondo che non ci piace e che ci sta troppo stretto.
Avvicinarsi alle casse è una critica aperta al consumismo dilagante della nostra società, la quale non fa altro che invitarci, appunto, a consumare e ad uniformarci in un’unica massa dannata. Chitarre sfocate, ritornelli perentori, un groove ossessivo di garage rock memoria e una voce aggressiva e impietosa che smaschera tutte le illusioni consumistiche: “Ossessionati dall’oro come gli alchimisti / Addormentati da un coro di cicale tristi / Scrivevate canzoni per giustificarvi / E all’occasione dire, “Spero sia troppo tardi””. Poi arriva Astronomia e nostalgia,una ballad a suo modo delicata, senza rinunciare ad un sound frizzante e coinvolgente. I Ministri sono noti per la loro potenza sonora, capace di trascinare il pubblico in un’atmosfera serrata e liberatoria. Le performance dal vivo sono certamente un loro elemento distintivo, parte integrante del loro DNA. Ecco, brani come quest’ultimo io non posso che immaginarli suonati ad un concerto, con le loro canoniche giacche “napoleoniche” che sfidano il tempo (e il caldo!): “piove sui pannelli solari / sulle sigarette in mezzo ai binari / quanti anni sono passati? / Quanti astronauti sono rientrati e quanti sono ancora lassù?”.
A proposito di live, va assolutamente ricordato che per celebrare l’arrivo del disco, il trio milanese ha messo in fila otto date instore per la penisola, in cui l’energia della band incontrerà i fan. Un preambolo necessario prima di lanciarsi nel tour nei club, previsto da ottobre – che vanta già diversi sold out! – che toccherà città come Milano, Roma, Bologna, pronto a riempire sale storiche come l’Alcatraz e l’Estragon.
Ma torniamo al disco. In chiusura troviamo due brani dalle tonalità completamente diverse, ma che sono il risvolto della stessa medaglia. La rabbia e le promesse non mantenute ruggiscono graffianti in Squali nella Bibbia, per poi sussurrare, in Cattivi i buoni, quella disillusione che non distrugge, ma costruisce e da cui, in fondo, trae linfa vitale la speranza: “hai visto come sono cattivi i buoni? / Credevi solo a loro, ora non credi più”.
Se secondo il vocabolario Treccani, il “ministro” – dal lat. minister -stri «servitore, aiutante» – è colui che esercita un alto ufficio, agendo in nome e per conto di un’autorità superiore, la nostra band milanese agisce quale fedele servitrice della musica nella sua piena vocazione politica e sociale. Perché il rock è urgenza e non conosce mezze misure.
Chi ricorda la moneta da un euro incastonata nella copertina di “I soldi sono finiti”? E le divise strappate e inserite nei cd? Vent’anni dopo I Ministri continuano a fare musica, e continuano a farla bene, senza lasciarsi ammaliare dalle sirene di una società consumista, che sforna tormentoni tanto orecchiabili quanto facilmente dimenticabili. La loro “Aurora popolare” è un canto catartico e liberatorio, un viaggio sonico tra chitarre, giri di bassi e percussioni, che li conferma una delle band di punta del panorama italiano.
E tu stai ancora aspettando la tua aurora popolare?