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Interviste

Musica dell’Altrove: intervista ai Širom, con vista sul nuovo album

Foto: Nada Žgank

C’è una frenesia tutta scientifica che dilaga nella porzione di mondo dedita alle arti. La promessa di impianti sublimi e accessori stroboscopici pare quasi essere il fulcro ormai della questione musicale. Il “settore artistico” trabocca di esperti fanfaroni che hanno abbandonato le strette vesti di aspiranti scapigliati per indossare quelle ben più larghe di lecteurs. Internet se lo chiede spesso: ha ancora senso fare arte? La musica, il cinema, il teatro, la poesia, sembrano non importare più a nessuno se non come forma accessoria, come elemento vanaglorioso per completare vacue personalità, esseri piccoli piccoli che danno il colpo di grazia a un apparato millenario che si trascina in fin di vita. La meraviglia è uno spazio calcolato e manipolabile.

Cosa sono gli Širom [e a proposito, si pronuncia “scirom”!] in un momento del genere? Un trio che risiede nel polo più lontano dal mondo appena descritto, in un cielo dove si fa ancora baldoria trascendentale col talco dei tamburi sulla mano ruvida, dove le musiche hanno l’odore del legno essiccato e i musici si districano nel tessuto sonoro con la maestranza di ceramisti mesopotamici. Una dimensione che ci ricorda com’era tornare da scuola e perdersi per tutto il pomeriggio nei meandri della musica, in preda a quella sensazione di altrove che cerca in ogni modo di sparire con l’età adulta.

Avevamo parlato con loro lo scorso novembre, e ci avevano anticipato che il loro prossimo lavoro era vicino. Ebbene, ho avuto il privilegio di ascoltare in anteprima il loro nuovo album “In the Wind of Night, Hard-Fallen Incantations Whisper”, in uscita il 3 ottobre per Glitterbeat Records, nella divisione Tak:Til, e, con l’occasione, grazie anche al patrocinio del Festival Genius Loci di Firenze (dove il trio si esibirà il 25 settembre), sono riuscito a scambiare quattro parole con due terzi del gruppo, l’asse Iztok Koren/Ana Kravanja.

Lasciate che ve lo dica, il disco è meraviglioso Si viene sopraffatti dalla bestia e ci si deve arrendere, si affonda in un lago molto profondo. Un grumo di disagio ti si attacca addosso e cresce sempre di più fino a che non riesci più a sopportarlo, e a un tratto la gloriosa The Hangman’s Shadow Fifteen Years On irrompe come dinamite e porta a una delle esperienze più catartiche che abbia avuto modo di ascoltare in un disco in tempi recenti. Questo album ha una durata notevole, 74 minuti e 25 secondi. Ricordo che lo scorso novembre mi diceste che l’etichetta vi aveva dato carta bianca in termini di durata. Quanto ci è voluto a mettere insieme tutto questo materiale? E com’è stato il processo compositivo rispetto ai vostri lavori passati?

Iztok: Credo che l’ispirazione per il materiale cresca in noi ogni giorno, nel corso degli anni. Come per gli album precedenti, il processo creativo si è svolto circa un anno prima delle registrazioni. Quindi ci è voluto un pochino di più rispetto all’ultimo disco [“The Liquefied Throne of Simplicity”, 2022, ndR] e ci siamo presi alcune pause nel mentre. Ma il discorso è essenzialmente lo stesso, non ci mettiamo mai più di un anno per lavorare al materiale nuovo, quindi, anche se dentro di noi l’ispirazione si sviluppa per tanto tempo, una volta che ci mettiamo a creare qualcosa siamo abbastanza veloci. Proviamo solo quando abbiamo della nuova musica, ed è stato così anche per questo disco. Abbiamo affittato un posto per un annetto, in condivisione con altri musicisti, una sorta di locale, e ci incontravamo lì tutte le settimane, o una sì e una no a seconda dei casi. Per me il processo stavolta è stato più difficoltoso, perché, come hai sentito,  è un disco molto più oscuro rispetto ai precedenti, che erano più gioiosi e felici. Questo per vari motivi, tra quello che sta succedendo nel mondo e altre situazioni personali nel gruppo, che ovviamente hanno influito molto sul processo creativo. Volevamo incanalare tutto questo nella musica. Non so se Ana è d’accordo [ride].

Ana: Certamente. Di solito quando lavoriamo a del nuovo materiale ciascuno presenta alcune idee, a seconda anche degli strumenti che scegliamo, e poi insieme sviluppiamo il tutto, improvvisando e selezionando da quelle sessioni alcune idee su cui poi lavoriamo a lungo, riascoltando, cambiando, riascoltando di nuovo e così via.

Molto interessante. Concordo, l’album è piuttosto oscuro, non necessariamente in termini di malumore bensì un’oscurità più catartica. C’è una via d’uscita nel finale, e l’ultimo brano [For You, This Eve, The Wolves Will Be Enchantingly Forsaken], che è anche il singolo già pubblicato, potrebbe essere considerato il pezzo più classico e lineare, che riporta ad atmosfere più droneggianti. Anche se è sbagliato giudicare così a caldo, credo che questo album sia a mani basse la vetta del vostro catalogo, già di per sé meraviglioso. La qualità della registrazione è come al solito eccellente, ma ho come la sensazione che questo disco sia un po’ più cristallino e spazioso. Sembra veramente di stare con voi nella stanza, forse più che nei dischi passati. Raccontateci qualcosa delle registrazioni. Anche questo disco è stato registrato interamente senza sovraincisioni come i precedenti?

Iztok: Sì, assolutamente. Credo sia impossibile fare questo tipo di musica con le sovraincisioni, perché la cosa principale è che tutti seguiamo la stessa sensazione e ci rapportiamo l’un l’altro. Il modo in cui ciascuno suona influenza gli altri in tempo reale, e con le sovraincisioni si perde questo aspetto. È come suonare con un macchinario. Quindi sì, lo abbiamo fatto tutto in presa diretta. Il tecnico del suono è lo stesso dello scorso album, Dejan Lepanja, che conosce bene il gruppo. Abbiamo avuto un’altra sessione di registrazione con lui circa sei mesi prima di fare questo disco nel suo studio, e abbiamo fatto delle musiche per uno spettacolo a teatro, registrate da lui. È stato un modo di fare pratica per lui, e tutto è filato liscio ogni volta che abbiamo lavorato insieme. Come dicevo abbiamo registrato questo disco nel suo studio. Praticamente, rispetto all’ultimo album, Dejan si è costruito un suo studio, in cui ovviamente è molto più a suo agio, il che ha sicuramente influito sulla qualità della ripresa. Per quanto riguarda il processo di registrazione in sé, non credo ci siano state particolarità. Ci siamo concentrati perlopiù sul suonare bene durante le prove. E poi conoscevamo il posto, avendoci già registrato le già citate musiche per il teatro. E a proposito del tuo commento, concordo: non è un disco oscuro inteso come macabro, è un’oscurità più catartica. Influisce molto l’ordine dei pezzi. Se ascoltassi il tutto seguendo un altro ordine, otterresti una narrazione molto diversa, e per questo abbiamo scelto di mettere quel pezzo alla fine, essendo più ottimistico e gioioso; funge da via di fuga, appunto. Forse Ana ha qualcosa da aggiungere.

Ana: Sì, le registrazioni sono state molto rilassate, in parte perché conosciamo Dejan da molto tempo, e anche perché abbiamo registrato con lui varie volte. È una persona molto professionale e pacata, e parliamo spesso delle varie possibilità di lavoro insieme. È un metodo molto rilassante.

Foto: Nada Žgank

Vi capita di intervenire sul lato tecnico della registrazione, magari con idee specifiche sulla tipologia e sul piazzamento dei microfoni e cose del genere, o lasciate che se ne occupi il fonico?

Ana: Dipende. Ad esempio durante le registrazioni del terzo album [“A Universe That Roasts Blossoms for a Horse”, 2019] abbiamo avuto dei problemi in studio perché avevamo messo gli strumenti troppo vicini tra loro e nel mix finale era impossibile alzare il volume di alcuni di essi, e questo ci ha dato non poche difficoltà. È importante poter ascoltare e gestire i singoli strumenti, così da poter mixare e masterizzare la musica come la intendevi all’inizio, portando alcuni elementi sullo sfondo e altri più vicino. Ci piace suggerire questo disegno sonoro, anche se alla fine si tratta di tecnicismi, e non è sempre possibile rendere l’idea di ciò che percepiamo noi in tempo reale. Cerchiamo di avvicinarci il più possibile a quel modello.

Iztok: Già, bisogna sempre fare un compromesso in qualche modo, perché quando suoniamo siamo sempre tutti nella stessa stanza, dato che dobbiamo sentirci bene a vicenda, senza cuffie. Non usiamo praticamente mai cuffie, eccetto forse di rado per non perderci alcuni dettagli in determinate parti, anche se credo che a questo giro non le abbiamo usate per niente. Non ricordo con precisione. Ana, tu ti ricordi?

Ana: Io le ho dovute usare in alcuni momenti per sentirvi meglio.

Iztok: Ah, sì. In ogni caso, ascoltiamo sempre perlopiù in acustico.

Ana: Già.

Iztok: E poi, anche se ci allontaniamo tra noi nella stanza, c’è sempre una porzione degli altri strumenti che rientra in tutti i microfoni. Finché non è troppo preponderante, va bene lo stesso per il missaggio.

Suppongo che il posizionamento fisico sia un elemento essenziale per voi. Vedendovi dal vivo, immagino che la situazione in studio sia abbastanza simile. Un po’ come il modo in cui Steve Reich approcciava la composizione, dove il posizionamento dei musicisti era più importante di ogni altro lato tecnico, al punto che era spesso indicato persino sugli spartiti, ed è quello che detta la spazialità e la profondità di quei dischi. Il vostro spazio fisico è molto presente in questo album, ed è un qualcosa di sempre più raro oggi, in un contesto dove tutto è microfonato chirurgicamente, isolato e registrato in separata sede. È sicuramente diverso da come l’orecchio umano intende i suoni nel mondo reale, ed è qualcosa che non sempre si abbina alla musica che veicola. Ma tornando al gruppo, ricordo che mi diceste che la vostra situazione compositiva ideale è avere abbastanza tempo per far crescere il materiale sul palco, senza doverlo registrare immediatamente. A tal proposito, come sapete quando un pezzo è concluso? Tendete più a tornare maniacalmente sui dettagli o concludete solennemente il rituale di scrittura quando ve lo sentite, o entrambe le cose?

Iztok: Un pezzo non è mai finito!

Ana: Penso entrambe le cose.

Iztok: Sì, sicuramente entrambe.

Ana: Te lo senti quando qualcosa funziona così com’è, anche se si rimane aperti ad altre possibilità. E poi, nel corso di mesi e anni, tutti i pezzi cambiano e crescono in qualche modo.

Iztok: Già. Prima o poi bisogna prendere una decisione e dire basta, anche se non significa che il materiale sia completamente chiuso e pronto ad essere divulgato. Ci si può sempre spingere oltre. Quindi sì, come ha detto Ana, entrambe le cose. Si decide e poi si lascia che il pezzo si sviluppi attraverso ripetizioni, concerti, ambienti diversi e così via.

Visto che siamo in tema, devo indulgere in una curiosità e chiedervi: nel quarto brano, Tiny Dewdrop Explosions Crackling Delightfully, attorno al minuto 2, si sente un drone roboante che pare quasi un sintetizzatore. Si tratta forse di uno strumento elettronico? Sarebbe una prima volta.

Iztok: Ecco, allora, in teoria tutti gli strumenti sono comunque acustici, ma alcuni di quelli che usiamo richiedono elettricità in qualche modo. Quel suono in particolare proviene da un modello specifico di harmonium, ovvero non il solito che si aziona manualmente pompando l’aria con il mantice, bensì un Harmona, strumento proveniente dalla Germania dell’est, che è sì uno strumento acustico, ma ha all’interno un motore che soffia costantemente l’aria. Il motore ovviamente è elettrico, ma lo strumento in sé è acustico. Quel drone che senti è l’Harmona.

Ana: Non si chiama Harmonium?

Iztok: Se non sbaglio questa versione si chiama Harmona. Hai presente i Natural Information Society? È lo strumento che suona Joshua Abrams. Loro usano quello che si pompa manualmente. L’Harmona non ha il mantice, ha un motore che va da solo. E oltre a questo, Samo da un po’ di tempo a questa parte ha deciso che vuole usare più microfoni a piezo sui suoi strumenti. Quindi, per esempio, la sua arpa spesso ne ha uno montato sopra. È comunque un suono acustico, ma viene amplificato per catturare meglio le basse frequenze. Li usa anche su altri strumenti. Questo solleva la questione di cosa significhi “acustico”. Per suonare tutti i nostri pezzi, è impossibile farlo al 100% senza elettricità, perché alcune frequenze basse si perderebbero, alcuni strumenti avrebbero un volume troppo esiguo e l’harmonium non si accenderebbe neanche.

Ricordo anche che Samo agganciava spesso delle molle ai piezo. Ci sono molti modi di estrapolare timbri specifici da oggetti fisici manipolandoli senza ricorrere a sintesi modulare, pedali o cose del genere, e voi ne siete la dimostrazione. La questione di quanto l’elettricità alteri l’acustica e sia legittima in tal senso è un dilemma che a teatro esiste da tempo, da quando esistono i microfoni. Nella vostra musica non c’è davvero nulla di artificiale. L’unica cosa che mi ha spinto a domandarvi di quel suono è che non sono riuscito a riconoscere l’harmonium, che è invece molto più riconoscibile nell’ultimo brano. Suona come tutt’altro.

Iztok: Già, perché Samo spesso usa l’harmonium come drone, premendo una o due note al massimo, mentre sull’ultimo pezzo si muove su tutta la tastiera.

Portate avanti una collaborazione assai proficua con l’artista Marko Jakše, che ha dipinto tutte le vostre copertine a partire dal vostro primo album “I.” [2016], incluso questo. I suoi lavori sigillano visivamente il vostro già coerente repertorio. Com’è iniziata questa collaborazione?

Ana: Diciamo che Marko non dipinge appositamente per noi, siamo sempre noi a scegliere quadri che lui ha già realizzato. Lo conosciamo da tanti anni e mentre lavoravamo al primo disco abbiamo preso in considerazione anche altre opzioni, ma alla fine eravamo tutti d’accordo sul fatto che i suoi dipinti completassero bene la nostra musica. Per questo disco all’inizio avevamo altre idee, ma poi abbiamo trovato questo quadro specifico, che avevamo anche considerato per il disco precedente, e lo abbiamo scelto perché funziona meglio col tipo di ambiente più arioso e aperto. Porta con sé questa sensazione particolare di un futuro ignoto (o almeno questa è la mia interpretazione).

Iztok: Proprio così. Un nostro amico ha detto che questo album è il più lineare di tutti gli altri, che va da A a B più direttamente che nei dischi passati, quasi più come la techno. Concordo con Ana, la rappresentazione di uno spazio aperto rispecchia il fatto che questo sia il disco più “aperto” di tutti. Il quadro poi va a braccetto coi titoli dei brani. Per me è molto importante non ripetere ciò che è già ovvio. Ad esempio, se il nome del disco è “barca”, non userei mai la foto di una barca per la copertina. Deve essere qualcos’altro che funziona come combinazione, 1 più 1 deve fare 3, deve essere qualcosa che è più grande della somma delle singole parti. Cerchiamo di seguire questa logica coi titoli e le copertine.

Assolutamente. Non so quanto sia un album lineare nel vero senso della parola, ma non è sicuramente un ascolto occasionale. È uno di quei lavori a cui bisogna dedicarsi interamente per godere appieno della liberazione che può darti. Devi impegnarti a tua volta per prendere parte all’esperienza, e la cosa richiede molta attenzione. Invece, a proposito di progetti individuali, ho una domanda per voi. Innanzitutto, Ana: sei stata attiva nel mese di maggio con un nuovo progetto, i Fleet of Ylem, un trio cosmopolita che, a quanto ho capito, esplora ulteriormente il concetto di musica solamente improvvisata. Al momento non esistono registrazioni. Pubblicherete qualcosa in un futuro prossimo?

Ana: Non ancora, perché dobbiamo ancora registrare tutto, e ci vorrà un po’. È un’esperienza interessante e diversa per me. È la prima volta che mi è capitato di suonare in tour con un gruppo di improvvisazione dove ogni sera le improvvisazioni funzionavano a meraviglia. Non mi era mai successo. C’è un’alchimia speciale tra noi, ma vedremo come andrà. È molto difficile lavorare assieme perché viviamo molto lontani, e dipende molto da quando Li-Chin [Li, suona uno strumento a fiato chiamato Sheng, ndR] riesce a venire in Europa, e poi ciascuno di noi ha vari progetti, quindi al momento è una situazione molto aperta. Credo che avremo modo di continuare in futuro.

Per Iztok: ricordo che l’ultima volta mi dicesti che il tuo progetto parallelo, il duo Hexenbrutal, sarebbe tornato a breve, citandoti, “con cattiveria”. A che punto siete ora?

Iztok: Abbiamo pubblicato un nuovo disco a maggio. O forse giugno? No, a giugno, se non sbaglio. Il gruppo è tornato in vita. Ogni tanto teniamo qualche concerto ma non possiamo andare in tour. L’altro membro del gruppo, Matej [Kolmanko] al momento ha una situazione abbastanza difficile in famiglia e non può stare via per più di una notte, dato che suo padre è molto malato e deve prendersi cura di lui. Questo è il motivo principale per cui suoniamo esclusivamente in Slovenia o nei dintorni, in modo da poter tornare la sera stessa. Ma in generale sì, il gruppo è tornato e il disco mi piace molto. Per quanto mi riguarda, rispetto ai precedenti, rappresenta un grande passo avanti, più in direzione post-metal, ed è una direzione che mi piace molto. L’album è su Bandcamp, ma non abbiamo potuto metterlo sulla nostra pagina in quanto è stato pubblicato dall’etichetta di Radio Študent, una radio alternativa di Lubiana, e loro hanno già una pagina su Bandcamp.

Foto: Nada Žgank

Avrete delle nuove date a breve. Stando ad oggi (martedì 9 settembre), suonerete, fra gli altri: al Cultural Festival of the University of Cyprus il 15 settembre; al Genius Loci Festival a Firenze il 25 settembre (ne salutiamo accoratamente l’organizzazione, che si è prodigata per la riuscita di questa intervista); a Slavonski Brod, in Croazia, il 9 ottobre; al Kino Šiška il 18 ottobre per presentare il nuovo disco; ad Ascoli all’APP festival il 24 ottobre, più altre date soliste. Che programmi avete per il futuro?

Ana: Suoniamo anche a Belgrado il 10 ottobre e faremo un tour nel Regno Unito a metà novembre.

Iztok: Spero che riusciremo a suonare il più possibile. Se non sbaglio ci sono già delle date per il prossimo anno, se non ricordo male Amsterdam, Belgio e altre. Rok [Kosir, manager ndR]  sta cucinando tante cose! Quando usciranno il disco e le rispettive recensioni, proveremo a cavalcare l’onda ancora una volta, sperando che ci vada bene come in passato. Suoneremo il più possibile e vedremo dove questo ci condurrà, forse anche, un domani, fuori dall’Europa, chi lo sa. Non sarebbe male.

Assolutamente! Certo, adesso tutti si chiedono cosa faranno domani, data la situazione globale, quindi capisco la sensazione. Vorrei chiedervi un’ultima cosa, una domanda che faccio sempre: che musica ascoltate ultimamente?

Iztok: Faccio un po’ di fatica a trovare nuova musica che mi piaccia. Sto attraversando un po’ una crisi, quindi ascolto perlopiù cose che ascoltavo da adolescente, o a venti e trent’anni. Sono cose che mi causano una risposta emotiva molto più forte e non riesco a paragonarle alla musica più recente, forse anche data l’età. Proprio la settimana scorsa ho scoperto questo artista finlandese, Teppana Jänis. Suonava questa specie di sitar, anche se non sono sicuro che si chiami così. Le registrazioni hanno più di cent’anni, e la qualità e molto bassa; gli stessi pezzi, brani tradizionali finlandesi, sono stati registrati di nuovo alcuni anni dopo da altri artisti con lo stesso strumento, e poi successivamente una terza volta. Tutte e tre le registrazioni sono poi state unite in un singolo album, chiamato appunto “Teppana Jänis”. Il disco è molto bello, un’unione di suoni delle varie sessioni di registrazione, e rappresenta un paesaggio sonoro molto interessante. Sono praticamente tutti pezzi folk tipici. È un disco che ascolto molto spesso.

Ana: A casa non ascolto molta musica. Di tanto in tanto cerco qualche gruppo nuovo o esploro dei dischi appena pubblicati, oppure seguo nuovi musicisti, ma alla fine credo che mi piaccia soprattutto ascoltare musiche tradizionali da varie parti del mondo, soprattutto quelle di alcune tribù africane, o alcune musiche coreane. Cose così, insomma.

Molto interessante. Decisamente sulla linea dell’altra volta. L’ultima parola a voi.

Iztok: Grazie Pablo, è sempre bello ritrovarci di quando in quando. Speriamo di rivederci presto per fare festa assieme.

Ana: E per mangiare del buon cibo!

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