Settembre è un mese strano. Porta vento, riflessioni scomode, liste poco realistiche di buoni propositi destinati a cadere insieme alle prime foglie d’autunno. Per fortuna settembre porta anche nuova musica, quella bella. Quella che fa da cerotto. È uscito il nuovo album dei Ministri, “Aurora popolare” (qui la nostra recensione), ed è arrivato nelle cuffie – le mie rigorosamente rosse! – potente come un incendio, introspettivo nella sua elettricità, urgente e senza compromessi come solo il rock – quello fatto bene! – sa essere.
Nel giorno in cui il disco ha visto la luce, abbiamo avuto il piacere di poter fare una lunga chiacchierata al telefono con Divi, voce dei Ministri, in viaggio verso una delle tappe di presentazione del disco. Con garbo e intelligenza ci ha raccontato la sua “aurora popolare”.
Ciao Divi! Innanzitutto, grazie a nome di tutta la redazione di ImpattoSonoro per aver trovato un po’ di tempo per questa chiacchierata. Oggi è uscito il disco e immagino sarete già impegnatissimi!
Ciao, piacere di conoscerti! Non ti preoccupare! Sì, in questo preciso istante siamo in macchina alla volta di Torino proprio per la presentazione del disco!
Prometto di non rubarvi troppo tempo! Allora, tornate dopo tre anni dal vostro ultimo disco, “Giuramenti”, e lo fate con un album, preannunciato un po’ ovunque, come uno dei più potenti ed ispirati della vostra carriera ventennale. Io stessa ho avuto l’onore di ascoltarlo in anteprima e non posso che concordare. Cosa dobbiamo aspettarci da “Aurora popolare”?
Sicuramente per noi, essendo l’ottava fatica discografica, rappresenta già un numero abbastanza importante… sono ormai tanti anni che facciamo questa cosa. Il primo disco, figurati, è stato nel 2006! È un percorso nato in un modo ed evolutosi poi lentamente, anche toccando altri lidi sonori. Diciamo che abbiamo sempre trovato riduttivo l’essere una band rock da cui ci si aspetta sempre e solo di fare rock, perché abbiamo anche una nostra voglia di sperimentale, che appartiene a ciascuno di noi. Diciamo che questo nostro ultimo disco è stato un disco molto consapevole, nel senso che sapevamo di voler ritornare a riproporre un’antica formula, pur non eccessivamente legata a quella rabbia e a quell’urgenza che contraddistingue, chiaramente, quasi tutti gli esordi delle band rock. Volevamo un po’ rivisitarla, non tanto con calcolo, ma proprio con studio, dove le parole fossero proprio ben amalgamate all’approccio sonoro. Infatti, molto spesso, soprattutto nei pezzi in cui la comunicazione è estremamente forte e diretta, abbiamo magari preferito sospendere un po’ la parte più elettrica della vicenda per arrivare in maniera più forte. Secondo noi è un disco molto completo. Noi abbiamo proprio la passione del “fare i dischi”. Quando scegliamo i pezzi, scegliamo gli arrangiamenti anche in relazione agli altri brani. In un mondo che non crede più negli album, noi invece ci crediamo tantissimo.
Partiamo proprio dal titolo, “Aurora popolare”. Sembra richiamare un’immagine collettiva, quasi politica – potrebbe suonare benissimo come nome di un partito e vi voterei anche! – Come siete arrivati a questa scelta? È una dichiarazione d’intenti sul ruolo della musica oggi, oppure un modo per dare voce a un bisogno condiviso di cambiamento?
In realtà è un concetto anche che è stato forgiato… ad un certo punto è entrata in scena una canzone che in qualche modo ha preso e tirato a sé tutte le altre. Questo nome è subito suonato forte, un titolo enorme, anche a livello contenutistico, come qualcosa da esplorare. Noi proveniamo da una storia dove la musica si faceva solo in certi luoghi in cui la parola popolare non era solo sinonimo di politica, bensì di collettivizzazione, di fenomeno condiviso. Non c’erano i social, non c’era Spotify, non c’era nulla di tutto questo. La musica la si viveva davvero nel racconto delle persone, magari col passaparola. A volte capitava di ascoltare band senza sapere nemmeno che faccia avessero!
Questa, potremmo dire, è stata la consuetudine nel panorama musicale, precedente a quel fenomeno che viene convenzionalmente definito “l’esplosione dell’indie” …
Certo! La stessa intervista, tempo fa, era un piccolo e rarissimo momento in cui l’artista si confidava e svelava qualche mistero, che lasciava intravedere, al massimo, dal vivo. Oggi, invece, è tutto cambiato sotto questo aspetto. Pur avendo un nostro retaggio, siamo comunque consapevoli di essere parte di questo presente e dover guardare in una diversa prospettiva, in questo caso l’aurora. Sicuramente, quello che emerge come tratto distintivo di questo disco è una forte disillusione, che in realtà, tuttavia, tende a voler essere un momento di confronto, per riuscire ad aprirsi e, soprattutto, per provare anche a spingere le nuove generazioni a pensare che le loro battaglie non sono poi così lontane dai traguardi che hanno in mente. C’è stata effettivamente una grossa menzogna che ha creato un gap tra il lottare e il raggiungere gli obiettivi. La maggior parte delle battaglie sono velocissime e per lo più combattute sui social. Anche se, devo dire, che questa menzogna sta iniziando a vacillare. Oggi è il momento di combattere le battaglie e provare davvero a cambiare le cose. Quindi, sì c’è tanta disillusione, ma anche tanta voglia veramente di cambiare veramente. E credo che i giovani abbiano questa voglia. E quello che abbiamo imparata noi nella nostra vita possiamo letteralmente trasmetterlo a loro nella maniera migliore possibile perché è anche nostra responsabilità.
Ricollegandomi a quello che dicevi, sul fatto che la musica viveva nel racconto delle persone, avete annunciato otto appuntamenti di presentazione del disco e ben due date del tour sono già sold out. Quanto siete emozionati nel tornare ad incontrare la gente e a condividere la vostra musica dal vivo?
Ecco, diciamo che noi nasciamo come un progetto nella gente e con la gente, in questo senso anche popolare. Siamo una band che rappresentava un po’ la generazione di Milano, quella che avevamo intorno; eravamo, insomma, quelli che avevano trovato il coraggio di fare veramente musica e di sacrificare tutto per la musica. Questo sacrificio nella nostra testa poteva essere veramente una rampa di lancio verso la ricchezza…e invece no, è stata una missione proprio da prete di paese! E quindi possiamo dire che ritroviamo nello stare con la gente, nel cantare queste canzoni, un vero e proprio momento di comunione, non un’esibizione. Pensa che la gente canta già le nostre canzoni e il disco non è uscito da nemmeno ventiquattro ore! Questa cosa ci colpisce molto! Ieri, alla presentazione di Milano, c’erano delle persone che – mi hanno fatto anche sbagliare dei testi, chiaramente [ride divertito e palesemente emozionato, ndr] – già cantavano e avevano dei labiali che ci sorprendono letteralmente!
Questa è una cosa molto bella, dimostra che il vostro messaggio arriva alla gente.
Credo che essere una band sia difficile oggi in Italia. Noi abbiamo un po’ il pregio di far cantare le persone, nel senso che le persone non si ritrovano e basta nella canzone, ma si ritrovano anche nella persona che hanno di fianco e che con loro sta cantando quella canzone. È bello essere lì tutti assieme a fare quella cosa ed è quello che fanno le band ed è la magia del fare musica attraverso una band.
Mi trovi assolutamente d’accordo. C’è stato in questi tre anni di pausa dalle scene qualche ascolto o, più in generale, qualche opera letteraria e non che – individualmente o collettivamente – ha influito sulla composizione di “Aurora popolare”? Come sono nate le canzoni del nuovo disco?
Ti devo dire la verità, in realtà siamo rimasti abbastanza lontani da tutta la musica che è stata prodotta in questi anni. Chiaramente da ascoltatori guardiamo e seguiamo i fenomeni che emergono, dal bellissimo disco che hanno fatto i Fontaines D.C. fino all’ascesa dei Turnstile da band hardcore a qualcosa di quasi mainstream – che fa anche specie! L’Italia poi è molto diversa… però se c’è una cosa che ci ha sorpreso in questi tre anni è stato vedere però certe purezze prendere il sopravvento sulla scena, come Lucio Corsi, che ha un percorso da musicista, amante di musica. E constatare che comunque è possibile anche attecchire in un mainstream, partendo da delle idee molto chiare sul fare musica e senza dover ricorrere a tutte quelle sovrastrutture e a quei concetti sempre di grandeur che alla fine un po’ toppano nel sistema musica e soprattutto raccontano una verità che è molto brutta sotto certi aspetti! [ride, ndr] E niente, quindi ci siamo un po’ astenuti dal volerci far contaminare da quello che avevamo attorno e abbiamo scelto proprio di fare un disco partendo da quello che sappiamo fare. C’è tanto mestiere in “Aurora popolare”.
Hai nominato Lucio Corsi come esempio positivo. Io, invece, voglio portarti all’attenzione un esempio “negativo”. Pur evitando di fare nomi, è noto a tutti il caso della creator italiana, prima diventata virale con il format delle live NPC su TikTok, poi ritornata “cantante” grazie all’aiuto dell’intelligenza artificiale, vera creatrice dei brani e delle modifiche alla voce. In un’epoca in cui i tormentoni la fanno da padrone le canzoni vengono interamente composte, suonate e cantate con l’intelligenza artificiale, c’è qualcosa che vi fa paura o che temete come band?
Diciamo che è abbastanza svilente sapere che un’artista si possa sentire minacciato dall’intelligenza artificiale, perché quello che mi è capitato di ascoltare era letteralmente spazzatura. Vedere poi, soprattutto, gente che si è dedicata a scrivere canzoni con l’intelligenza artificiale come primo moto ha avuto quello di fare una canzone su Bossetti e il caso di Yara Gambirasio, mi ha lasciato abbastanza basito… anche perché è entrata in Viral 50 su Spotify sta cagata! Quindi, diciamo è ovvio io non sia un estimatore di questa cosa, ma penso anche che chi si preoccupa di ciò è perché sa di fare musica molto cagionevole in termini di contenuti. Io credo anche che l’intelligenza artificiale difficilmente riuscirebbe a fare un disco come Aurora Popolare e credo che sicuramente non sceglierebbe anche le forme arrangiamentali che scegliamo noi. Alla fine succederà, perché succederà, che questa cosa rimarrà un ricordo di certi anni in cui si provava a fare musica con l’intelligenza artificiale. Perché poi c’è anche un’altra cosa che noi abbiamo, che molti non hanno, ovvero la dimensione live è quella cosa non si può fare comunque con l’intelligenza artificiale. La dimensione live non è tanto un banco di prova, anche se alla fine noi l’abbiamo sempre vissuta anche così, ma è un momento non riproducibile, anzi! Noi amiamo molto il fatto che le canzoni dal vivo possano discostarsi il più possibile dalle forme discografiche, ma questa cosa, invece, non capita così spesso. Al contrario, c’è una forte identità tra quello che trovi nei dischi e quello che vedi dal vivo.
Io mi auguro vivamente che il fare musica con l’intelligenza artificiale resti confinato ad una brutta parentesi nel panorama musicale.
Magari, un giorno, si scoprirà che l’intelligenza artificiale è utile per velocizzare alcuni passaggi del fare musica, e quindi sarà uno strumento. Ad un certo punto c’è stato il passaggio al digitale, che ha letteralmente stravolto la discografia… siamo ancora in una dimensione musicale che è stata stravolta dalla morte dei supporti. Oggi torna un po’ il vinile, no? Tutto ciò fa capire che bisogna per forza adattarsi al presente, ma ciò non vuol dire accettarlo in toto.
È sempre una questione di equilibrio. Cercare, appunto un giusto compromesso tra passato, presente e futuro.
Esatto!
Pensando al passato, penso subito alle vostre bellissime quanto iconiche giacche! Nella foto promozionale del tour vestite il vostro consueto “look napoleonico”. Sono anni, ormai, che salite sul palco (anche in pieno agosto!) – pensa che genialata! [ride] – come sbucaste fuori da un vortice spazio-temporale, direttamente dalla Campagna di Russia. Com’è nata l’idea?
Oramai non è mistero che ci sia lo zampino di Nick Cerioni, che non so se hai avuto modo di conoscerlo o magari il nome ti è giunto. Lui è un enorme fan dei Ministri dalla prim’ora! Ed è strano che una persona che lavora nella moda abbia passione per i Ministri, ma il motivo che lo ha appassionato è proprio questo: le nostre giacche. Effettivamente per noi è stata una scelta dettata dal nostro totale essere uncool. Siamo una band rock nata in un momento in cui il rock già non lo si faceva più o comunque lo si stava quasi smettendo, ma a noi piaceva quella roba lì! Quindi la questione del “come ci vestiamo, cosa facciamo, come ci poniamo” era per noi un dramma. Quindi la scelta della giacca, nata un po’ dal momento catartico del salire sul palco, si è rivelata poi una risorsa spettacolare, perché ci ha letteralmente dato identità e quello che volgarmente si chiama “il look”. Nick Cerioni, appunto, si è innamorato di questa cosa e da qualche anno a questa parte è lui che trama i fili di ogni singola da giacca che abbiamo addosso.
Creare un’identità così forte e riconoscibile per una band non è cosa facile. Tanto di cappello a Nick Cerioni ma anche a voi per la scelta.
Ti dico è stata veramente rocambolesca la scelta di indossare le giacche ed è stata in fondo casuale.
È stata soprattutto coraggiosa per le temperature!
Quello sì, perché a 50 ° in pieno agosto è una bella sofferenza!
Più catarsi di così, non si poteva fare!
Esatto! [ride, ndr].
Facciamo un passo indietro e torniamo agli esordi. In “I soldi sono finiti” esprimevate a gran voce quello che per voi significava fare musica: una risposta a chi guardava con scetticismo la professione dell’artista e del cantante. Quanto degli esordi c’è ancora in questo nuovo lavoro?
Quello che posso dirti è che noi siamo accomunati da una cosa bellissima: tutta la nostra discografia è nata in un contesto dove la parola “crisi nella musica” era enorme. E da lì in poi è andata sempre peggio! Quindi, quello che accompagna la nostra discografia è che quei tempi bui sono veramente dal giorno uno ad oggi. E ciò contraddistingue la nostra storia musicale. Sicuramente degli esordi è rimasta la nostra voglia di intendere la musica, soprattutto a livello promozionale, in una maniera molto alternativa. Noi crediamo nelle nostre idee, promuoviamo i dischi, deleghiamo relativamente molto poco. Tutte le decisioni, dai videoclip alla questione del vestiario, di cui parlavamo prima, nascono da un confronto tra tre teste, ai tempi amicissimi del liceo, che negli anni hanno costruito anche tre vite. Oggi, sicuramente con un metodo un po’ più professionale, riaffrontiamo le stesse cose di disco in disco. Devo ammettere che quello che vorrei vedere nelle nuove leve è questo: non spezzettare troppo il lavoro e delegarlo, ma riprenderselo. Perché siamo artisti e, in qualche modo, dobbiamo decidere tutti i contenuti che ci stanno attorno.
In uno dei brani del nuovo, Terre promesse mi è piaciuta molto l’immagine del “Dio che è morto, ma non lo sa e gira per le strade della sua città per farsi riconoscere”. Ci ho colto – forse sbagliando – una connessione con la celebre frase “Dio è morto” di Nietzsche e con il conseguente squarcio della maschera, la “menzogna consolatrice”, che copriva la realtà. Che chiave di lettura ne avete dato voi?
Possiamo dire che c’entra totalmente quello che hai appena detto tu. La verità è che viviamo in un presente dove veramente c’è una totale assenza di riferimenti e troppe menzogne messe a fingersi riferimento. Spesso anche noi stessi non sappiamo bene in che direzione stiamo andando, e invece siamo in quell’età in cui dovremmo essere noi stessi un riferimento per qualcuno. Quindi diciamo che c’è anche una riflessione molto profonda su quello che dovrebbe essere la nostra missione, la nostra terra promessa. In questo posso dirti che è stimolante sapere che un domani potremmo essere un riferimento per qualcuno, ma al contempo è una responsabilità enorme, che, ad esempio, non si sono presi in passato con la nostra generazione. Quindi il nostro racconto, con “Aurora Popolare”, diventa sì disilluso, ma ci sentiamo in dovere di dare un racconto che possa essere utile e che possa in parte essere un riferimento per chi verrà dopo.
Ultimissima domanda. Citando testualmente il vocabolario Treccani, il “ministro” è il titolare di un ufficio esercitato in nome o per conto di un’autorità superiore. La domanda vien da sé e quindi non posso non chiedervi qual è oggi la funzione sociale de I Ministri?
Da ascoltatore di musica, che vive la musica come un momento terapeutico posso dirti che vorrei che anche i Ministri fossero questo: terapeutici. Credo la musica possa curare i momenti di debolezza. Certo, c’è il divertimento; la musica deve supportare anche le esplosioni di gioia e ci mancherebbe altro! Però, devo dire che quando la musica diventa il tuo cerotto, è un qualcosa di davvero molto bello e profondo, che ti porta poi a trasformare tanti concetti. Usare le parole di altri artisti, tramite la musica, come rimedio ai propri mali va a creare una connessione tra artista e ascoltatore, che è unica nel suo genere.
Posso dire, dal mio punto di vista di ascoltatrice, che quando la musica non diventa “cerotto”, come giustamente hai detto tu, vuol dire che qualcosa non ha funzionato.
Ecco, di sicuro non vogliamo che la musica diventi un passatempo per noi!
Credo proprio che questo rischio non ci sia! Io ti ringrazio ancora per il tempo dedicatomi. Un saluto anche a Federico e Michele e un grosso in bocca al lupo per tutto.
E che crepi! [ride, ndr] Grazie di cuore.