Impatto Sonoro
Menu

Back In Time

Cosa diavolo ci fa una mucca su un disco? I 55 anni di “Atom Heart Mother” dei Pink Floyd

Pioveva…caspita se pioveva! In quegli anni non si parlava ancora di Cambiamento Climatico, negli anni ‘90 un temporale era semplicemente un temporale. Al massimo si smadonnava e si tornava a casa fradici. Io, ovviamente senza ombrello (come ancora adesso del resto), un pomeriggio come tanti tornavo a casa inzuppato ma, con sotto al giubbino, per non bagnarlo, il prezioso disco.

Il mio “Atom Heart Mother” doveva essere protetto, Lullubelle III non poteva bagnarsi e prendersi un malanno, così, mentre la pioggia scendeva giù a secchiate, a passo veloce, tra pozzanghere e schizzi dalle auto tornavo a casa. Avendo ascoltato diverse versioni su “registrazioni pirata” di dubbia provenienza, finalmente, potevo godermi la versione ufficiale.

Sembra assurdo immaginarlo adesso, ma anni fa, un disco, per sapere se ti potesse piacere o meno, bisognava comprarlo o al massimo farselo prestare. Avevo da poco finito di leggere “Pink Floyd Story” di Stefano Magnani, edito dalla Blues Brothers, e la sete di ascolto era arrivata a livelli di crisi di astinenza e quel giorno, racimolati un po’ di soldi, mi fiondai da Medley, l’unico negozio di dischi di Giugliano e quella mucca mi stregò..

“Come si fa a mettere una mucca su un disco? Chi può avere un’idea così…geniale?” Solo i Pink Floyd potevano farlo con la complicità di quel visionario di Storm Thorgerson

Superato il solito cazziatone di mia madre per aver comprato l’ennesimo disco, mi fiondavo in camera mia dove il compattone della Sony mi aspettava. Il rumore della pellicola che si rompe, l’odore della carta stampata, la copertina apribile con una splendida foto in bianco e nero della campagna inglese, che ben si abbinava con il cielo grigio che si vedeva dalla mia finestra. La pioggia continuava a battere anche se era diminuita e lentamente la sezione di fiati di “Atom Heart Mother” si faceva spazio mentre mi sdraiavo sul letto e mi lasciavo trascinare dal riff sinfonico che, impetuoso, dettava il tema della suite. Father’s Shout, Breast Milky, Mother Fore, si susseguono in viaggio cosmico seguite da Funky Dung, Mind Your Throats Please e Remergence a decretare la fine di quella che è senza dubbio una delle opere progressive più imponenti. La genialità di questo brano mi lascia sgomento e ad ogni ascolto sembra scorgere particolari nuovi e coinvolgenti.

Si procede con la seconda facciata e l’arpeggio di “If” mi parla come ad un amico e la genialità nei testi di Waters comincia a diventare un karma da ascoltare e riascoltare. Con questo brano cominciano a trapelare i temi che poi porteranno ai capolavori successivi che tutti conosciamo. La voce delicata e confortante di Wright in Summer ’68 e il solo di Gilmour in Fat Old Sun danno a questo disco, spesso ricordato solo per la suite omonima, un valore aggiunto. Non c’è da stupirsi se molti fan della prima ora si fermano a questo e al successivo “Meddle” come miglior periodo dei Pink Floyd. Chiude il disco Alan’s Psychedelic Breakfast, brano strumentale con rumori “casalinghi” (pentole, posate e utensili da cucina) registrati nella cucina di Mason ed eseguiti da Alan Styles, rodie dei Pink Floyd (quello di sinistra nel retro della copertina di Ummagumma).

Photo: Michael Ochs

In questo album, Waters, Gilmour, Wright e Mason non sono da soli, ma è stata necessaria la collaborazione con Ron Geesin per l’orchestrazione, l’Abbey Road Session Pops Orchestra e il John Alldis Choir.

Quest’anno “Atom Heart Mother” compie 55 anni, e non sono uno scherzo. E, a pensarci bene, se dopo 55 anni stiamo ancora ascoltando e parlando di questo lavoro vuol dire che ci troviamo di fronte ad un capolavoro della musica rock. 

I Pink Floyd si lasciano alle spalle la psichedelìa e si affacciano ad una nuova tendenza, quella di brani lunghi e complessi tipici di quel genere che verrà etichettato come Progressive Rock. Ne hanno fatto parte senza mai rendersene conto, sempre su un “sentiero stretto” che gira attorno al grande marasma di musica che gli anni ’70 hanno sfornato. 

Lullubelle III, quella mucca di razza frisona, ci ha lasciato diversi anni fa e chissà se le è mai passato per la testa di essere diventata la mucca più famosa del mondo; di certo, sfido chiunque nel girovagare in qualche campagna per una gita, a non pensare a lei quando si ritrova davanti ad un bovino che ti guarda mentre mastica l’erba.

Piaciuto l'articolo? Diffondi il verbo!

Articoli correlati