Cominciamo dalle ovvietà, benché per me necessarie.
Da che mondo è mondo, o meglio, da che esiste il cinema, Settima Arte e Letteratura si sono guardate negli occhi. Spesso in cagnesco. Spesso inconcepibilmente. Difficilmente con amore corrisposto. Quasi mai facendo uscire lo spettatore dal cinema con l’idea di aver assimilato una trasposizione su pellicola di un libro amato, specialmente se amato alla follia. Quando accade, per il sottoscritto, si può parlare di qualcosa di simile al miracolo.
Tim Mielants fa quel miracolo. Il regista belga sceglie un terreno non spinoso, di più, ossia di portare sullo schermo, in questo caso piccolo, trattandosi di una produzione Netflix, di un libro che da tradurre in immagini poteva risultare arduo, se non di più. Quando ad aprile leggo “Shy” di Max Porter (per poi parlarvene qua), so già che arriverà il film e, pagina dopo pagina, mi chiedo come? E perché proprio “Steve”? Sono curioso e spaventato. Ma soprattutto la prima. Il disclaimer, a mio modesto avviso, è che non potrete guardare “Steve” senza aver letto “Shy”. Siete avvisati.
Porter è della partita, produce ma, soprattutto, scrive lo screenplay, fa la differenza. Cillian Murphy, ormai legato al doppio filo allo scrittore inglese, dona volto e voce a Steve, l’headteacher di Ultima Chance, l’istituto che fa da sfondo, anzi, da contenitore, a quanto narrato in “Shy”. Un collegio in cui un gruppo di ragazzi “complicati, bellissimi”, parafrasando Tracey Ullman/Amanda in una scena del film, convivono cercando di esistere e coesistere con la complessità del proprio essere, delle tragedie e delle neurodivergenze. Shy e Steve sono due facce della stessa medaglia. Shy e Steve, che già su carta erano in pratica co-protagonisti, si completano. “Steve” è, infatti, un modo per dare una visione completa di “Shy”. Steve non è un personaggio: è un punto di vista su un mondo di assoluta crudeltà. Il nostro.
Mielants impone alla visione, a sua volta, una marea di questi punti di vista, guardati attraverso ogni volta con una lente diversa. Il tempo della narrazione è un giorno. Il giorno in cui una troupe televisiva si interessa a Ultima Chance e porta le telecamere tra le sue mura. Murphy/Steve è un uomo che patisce ma che lotta. Lotta con e contro tutto ciò che può. I riflettori non sono solo su di lui. Non potrebbero. Il punto sono i ragazzi di Ultima Chance, i loro conflitti e la distruttività che fa capolino in ogni istante, la voglia di vivere, con le proprie regole e ai propri tempi. Sono loro a prendersi la scena. Sono Shy/Jay Lycurgo e la sua amarezza che tutto descrive, accompagnata da drum’n’base, techno, big beat, Benny/Araloyin Oshunremi, suo sodale più vicino e potenziale futuro socio di un’etichetta dedicata a quella musica che entrambi amano, Jamie/Luke Ayres, esperto di hip hop (che ancora ama 2Pac, anche nel 1996, anno in cui tutto si svolge), violento verbalmente e non, Tarone/Tut Nyuot, che arriva al bandolo della matassa del suo essere abusivo e inferocito e tutti gli altri, ognuno differente, ognuno unito in un amore che non sembrano voler vedere.
Steve osserva, loro e se stesso, dipinto con fosse un pittore da Murphy (la cui voce nella versione italiana è, ancora una volta, dell’infinito Simone D’Andrea). E il mondo che si infiltra a Ultima Chance. Un mondo che cerca di guardarla come si guardano le gabbie dello zoo, senza alcuna remora, un mondo che cerca di disintegrarla, venderla. Perché Ultima Chance non conviene, alla Gran Bretagna degli anni ’90, e viene svenduta. Svenduta da una società che di queste Persone non ha minimo interesse, e ipocrita. Ipocrisia incarnata dal politico Sir Hugh Montague-Powell/Roger Allam, infilzato a parole da Shy, come riappropriazione di un posto nel mondo, unica occasione per fronteggiare quel potere che non si vede mai “dal vero”.
Gli stili con cui viene narrato “Steve” cambiano in modo organico. Docu-film, realismo estremo, veloce, lento, a volte quasi immobile, spesso cinetico oltremisura e, infine, onirico, con almeno un piano sequenza tanto devastante quanto effimero. Tutto in linea con la storia, con il suo srotolamento in un’ora e mezza o poco più intrisa d’intensità emotiva senza pari. La musica, che nel libro è cuneo, qui cammina negli interstizi. Ben Salisbury e il Portishead Geoff Barrow stanno in silenzio quasi sempre, non si intromettono, quando appaiono stritolano il cuore, ambienti e crescendo, intensità silenziosa. Quella che i saputi definiscono “diegetica” è dosata col contagocce: Shy con Slipmatt e DJ SS, e poi quei Meshuggah di Suffer in Truth che innescano un’altra scena senza voci, ma con tutto il male che affligge Steve, un male che viene da una ferita fisica e mentale che non si rimargina mai e si incarna in pillole, alcol e ossicodone.
Ho l’impressione di conoscere Shy da sempre…da dove inizio? Mamma mia…
“Steve” e “Shy”, due entità che si specchiano a filo d’acqua. Inestricabili. Indivisibili. Dipinte sulla tela di un film che dà i brividi e fa sciogliere gli occhi in lacrime inarrestabili. Lacrime di bellezza. Come il lavoro corale che ha portato “Steve” a essere la stupefacente pellicola che è. È musica che risuona e scuote. A fondo.