Vent’anni di carriera, dieci album in studio, centinaia di concerti in ogni angolo d’Europa e del mondo. I Talco sono una delle realtà più longeve e coerenti della scena indipendente italiana: nati a Marghera ma cresciuti su palchi di ogni dimensione, con Berlino come seconda casa e una filosofia che da sempre intreccia musica e impegno sociale.
In occasione del nuovo tour celebrativo per l’anniversario, abbiamo incontrato Dema, cantante e chitarrista della band, per parlare di memoria e futuro, disillusione e speranza, del significato di suonare ancora canzoni di resistenza in un tempo che sembra aver perso fiducia e orizzonte. Tra aneddoti, autocritiche e nuove consapevolezze, il racconto di una band che non ha mai smesso di credere nella forza della comunità.
Vent’anni di carriera: quali ricordi vi tornano subito alla mente riguardo ai primi anni dei Talco? Qual è stato il momento in cui avete capito: “questa è la nostra strada”?
Credo non ce ne sia stato solo uno, perché cadenzando il percorso con un album quasi ogni due anni, fatta eccezione per gli ultimi, ogni fase ha rappresentato forse un piccolo o grande passo avanti. Sicuramente però ne vedo alcuni di molto importanti. Il primo, in ordine cronologico, il Punkitalia di Berlino del 2005: avevamo già fatto un paio di trasferte in Germania, ma quel concerto ci ha dato una sensazione, che prima non avevamo, di poter avere un seguito di persone e un’opportunità di programmare. Naturalmente poi ci sono voluti molti anni, forse di più di quelli che la gente pensa, tuttora dobbiamo stare attenti all’azzardo di troppo che facciamo, che potrebbe ripercuotersi nell’andamento della vita in tour e a di conseguenza a casa. Si lavora sempre su un asse di equilibrio, ma direi che non c’è nulla di stressante nel fare ciò che si ama, anzi, lo ritengo un privilegio che va coltivato giorno dopo giorno, con rispetto nei confronti di chi ci permette di andare ancora avanti. Con il tour della “Cretina Commedia” abbiamo visto i primi sold-out in Germania e ci siamo affacciati alla Spagna, all’est Europa, quindi non solo a un paio di paesi, ma cercando di aprirci le strade dove potevamo. Siamo riusciti anche a suonare in Russia, in Giappone, in Messico, qualcosa che credevo davvero impossibile per noi. Un altro salto tanto fondamentale, quanto molto faticoso – mentalmente ci ha molto cambiati per la portata di quella stagione – è stato il tour di “Silent Town” del 2016: di lì da tour di buonissimi numeri, si è arrivati a raddoppiare la portata, con sale sold-out, festival importanti per un totale di 110 concerti in un anno…vero siamo arrivati al traguardo molto provati, ma di lì era come se avessimo seminato nuove basi per crescere ancora di più, e i risultati si sono visti nei tour successivi della stagione di “And The Winner isn’t”. La pandemia è stato un evento negativo per molte persone, e naturalmente per i lavoratori dello spettacolo, che non potevano vedere un futuro nel proprio percorso: ma riuscire a concretizzare un progetto come Talco Maskerade, ci ha fatto ancora una volta capire che con passione e sacrifici, avremmo potuto superare qualsiasi cosa. E aver superato appunto indenni quel periodo difficile ci ha aperto le porte a nuove soddisfazioni che quotidianamente stiamo continuando a vivere.
Per celebrare i vostri vent’anni avete pubblicato un live album con estratti da vari concerti del tour precedente, invece di un concerto intero. Come mai questa scelta?
Perché è stato qualcosa di naturale. Portavamo in giro il nostro mixer, con i nostri fonici, e stavamo registrando ogni concerto del tour di “Videogame”, in multitraccia, per capire dove potevamo migliorare gli arrangiamenti live e la set-list. Di lì ci siamo detti “Ma con tutti questi live registrati perché non facciamo un greatest hits del tour in occasione dei 20 anni? Così abbiamo fatto un lavoro ponderato su un sacco di materiale, scegliendo le canzoni che ci sembravano migliori di ogni concerto fatto, cercando di metterne sempre una tratta da date diverse, per omaggiare anche le terre che ci avevano ospitato per 20 anni. Volevamo fosse il più naturale possibile, senza correzioni, in modo che risaltasse l’aspetto live della band.
I temi sociali hanno da sempre una rilevanza maggioritaria nei vostri testi: quanto è importante per voi che la musica sia anche uno strumento di riflessione e cambiamento? Lo è o può esserlo ancora oggi secondo voi?
Mi viene da dire che scrivo senza programmare, di quello che mi appassiona e che mi circonda, e lo faccio con estremo rispetto per il tema trattato, rispetto dato non solo dalla volontà di non essere troppo sloganistico, ridondante o superficiale, ma anche dai limiti che vanno accettati sulla propria conoscenza degli argomenti. Molta gente sopra un palco si crede un po’ troppo “pomposa”, maestrini pronti al monologo ruffiano strappa-applausi, ci si infarcisce di discorsi retorici che logicamente vanno ad attecchire su chi ascolta, perché è esattamente la strada più facile da percorrere. Da quel punto di vista sicuramente, appunto con i nostri limiti, cerchiamo di essere noi stessi, parliamo di quello che vogliamo, indipendentemente da cosa ci chiede qualcuno, e se abbiamo la fortuna di essere seguiti, è logico che siamo grati per questo. Ma ciò non toglie che una band debba avere il coraggio di riflettere su temi spinosi, anche a scapito di un messaggio meno diretto, più criptico, a volte più doloroso perché frutto magari di un’autoanalisi, ma onesto e sincero. Questo a mio parere può essere uno strumento di riflessione e oggi non lo vedo così spesso purtroppo: ci si siede opportunisticamente su una zona di comfort, in cui si prendono gli argomenti del momento, li si infarcisce di banalità retorica e slogan per un applauso facile e si chiama il tutto servizio alla collettività. Per me la collettività è un’altra cosa, che si costruisce con la valorizzazione e l’accettazione del diverso, dell’apporto che può offrire il singolo al servizio della moltitudine, non un ombrellone sloganistico di comfort per dichiarazioni omologate più pavide e furbe che oneste.
Oggi vediamo un ritorno alle piazze e a forme di impegno sociale più visibili. Voi, che avete vissuto i giorni del G8 di Genova e il dissolversi delle speranze di quella generazione, credete che sia davvero l’inizio di un nuovo ciclo o solo una fiammata destinata a spegnersi?
Purtroppo temo che risulterò confuso e incoerente a formulare un pensiero su questo argomento. Ma la coerenza non appartiene a nessuno di noi, anche se rinfacciarlo agli altri ce lo fa credere. Ci vogliono purtroppo le tragedie per risvegliare le persone, e non mi tiro indietro in questa auto-critica: fino a qualche anno fa, mi ero rintanato in un rigetto, una disillusione che continua sì ad accompagnarmi, ma come ti dicevo le tragedie risvegliano le persone. Sicuramente vivere con un genocidio di fronte agli occhi, in cui la terra in cui vivi è governata da una cosiddetta democrazia liberale che non ha il coraggio di esporsi o dichiarare criminale di guerra uno come Netanyahu, rende veramente impossibile e stupido perseverare nella mera disillusione. Credo che chi non abbia provato nulla di fronte a una cosa del genere o metta davanti un benaltrismo, un distacco, una pantomima intellettualoide, per non andare da nessuna parte, sia soltanto una bestia che rispetto all’uomo può solo aver appreso le doti da paraculo. Posso trovarmi d’accordo, da persona che appunto ha visto crollare tutto dopo il G8, che quelle esperienze abbiano dato un’idea forte sull’impotenza delle piazze all’epoca, e che questo debba essere fonte di un’auto-riflessione che, da parte dei movimenti, latita tuttora, rendendo tutti ancorati sulla propria convinzione – talvolta pure prepotente – di essere sempre stati nel giusti, illibati, senza errori…questo si…ma la coscienza mi dice di non trasformare la disillusione in un rinchiudersi nella propria torre d’avorio e fregarsene del presente. Sono anni che in Germania per alcuni, pochi ma influenti, i Talco sono tacciati di antisemitismo (pur avendo scritto brani sull’Olocausto, o album intitolati “Mazel Tov”), per aver sostenuto e sostenere la causa palestinese; ultimamente nel mio piccolo stavo provando a dare un contributo economico alla Flotilla, e sono stato felice di essere sceso in piazza, non convinto di cambiare le cose, ma semplicemente perchè me lo sentivo nel cuore. Per essere dalla parte giusta della storia ci vuole sensibilità, animo, qualcosa che va oltre la ragione che ti dice che tu non puoi cambiare nulla, puoi convivere con questo pensiero ma ascoltando anche cosa ti dice la tua sensibilità, motivo per cui parallelamente sto scrivendo un album intero centrato su un’autoriflessione nei confronti della mia generazione, del perché siamo arrivati ad essere così disillusi e sconfitti, ma comunque scendo in piazza a manifestare. Incoerenza? Io credo nella convivenza di questi lati della nostra identità, che ci arricchiscono. E mentre la testa mi dice che magari ci serve ancora un confronto da anni, per una sincera e doverosa un’autoanalisi, il cuore mi dice ancora di scendere in piazza. Cambierà qualcosa? Se dovessi rincorrere sempre dietro a questo quesito diventerei ciò che non voglio essere e che critico da quando sono nato.
Tra i vostri album, quale pensate abbia avuto l’impatto maggiore sul vostro pubblico e perché?
Sicuramente emergono “Mazel Tov” e “Gran Gala”, direi anche il live dei “10 Years”, perché è come un greatest hits dei primi dieci anni dei Talco. Vero che il tour che ci ha fatto fare il salto di qualità maggiore è stato quello di “Silent Town” e mi verrebbe da dire anche “Combat Circus”, ma secondo me “Mazel Tov” e “Gran Gala” sono stati i due dischi che la gente ha accolto con più calore. Tuttora li sento più completi a livello di tracklist, di canzoni da suonare dal vivo, e potrebbe essere questo il motivo per cui la gente li sente come i più rappresentativi, considerandoci come band da live soprattutto.
Il vostro tour per festeggiare i 20 anni di carriera è partito proprio dalla vostra Marghera per il Mediterranea Fest: cosa significa per voi?
È sempre un piacere suonare dalle nostre parti, anche se sarebbe un errore non chiamare casa anche una città come Berlino, perché da Berlino è proprio partito il progetto Talco come lo stiamo vivendo ora. Marghera è la città che ci ha cresciuti, dove abbiamo cominciato a suonare negli spazi che ci accoglievano, come il Rivolta, la nostra vecchia sala prove comunale Monteverdi, dove ci si trovava, tra amici, a vivere di gruppo la passione per la musica e gli ideali comuni. Si cresceva insomma in un’oasi sana. Perchè dico oasi…perchè anche per la musica la zona veneziana è caratterizzata (ed è il motivo per cui una metà del cuore chiama casa Berlino) da un ambiente molto provinciale, egoista e chiuso. Se non fosse stato per il Rivolta credo che a casa non avremmo praticamente mai suonato. C’è una scena musicale formata da gruppi popolari legati a una cricca che dagli anni 80 imperversa nel territorio veneziano, poco avvezzo già di suo a spazi per concerti, specie dal 2000 in poi. Non ci siamo mai molto riconosciuti in quella scena, anche perchè la maggior parte delle volte snobbati completamente, ma non piangiamo il morto, per carità, semplicemente da parte loro non c’era l’idea che potessimo piacere e a noi andava benissimo così, perché quella mentalità non si confaceva con quello che volevamo da noi stessi. Loro continuano per la loro strada e noi per la nostra anche se adesso dichiarano a cazzo a propria paternità sul nostro percorso. Il Rivolta ci ha dato la possibilità per anni di poter fare qualcosa a casa nostra e gli siamo grati, se la nostra città non ci ha presi in considerazione un motivo l’avranno pure avuto, a noi non è mancato comunque nulla.
La musica indipendente in Italia trova spesso meno spazio, e mi sembra che la cosa valga anche e soprattutto per la scena punk/ska, dalla quale provenite. Negli ultimi anni si assiste ad una sorta di revival – penso anche al ritorno ai concerti per i Derozer, ai tour celebrativi dei Punkreas – ma di novità ce ne sono ben poche, tutto praticamente è ancora sulle spalle di band storiche come voi.. Pensate che un giorno la scena punk/ska italiana possa ritornare ai fasti di un tempo?
Beh, se band come Derozer e Punkreas suonano ancora vuol dire che hanno seminato bene, e che hanno una carriera di tutto rispetto, da questo punto di vista non vedo il problema. Sono band che ascolto pure io da quando sono piccolo, e sono ancora lì perchè la gente le segue. C’è sempre un cambio generazionale, ma ciò non vuol dire che il vecchio vada rottamato, anzi. È una stupidaggine retorica e superficiale quella del vecchio che deve lasciare spazio al nuovo. Se il vecchio vale e attorno non emerge nulla, lunga vita al vecchio. Sono milanista e Modric non lo cambierei certo con il Musah dello scorso anno ahah. Se poi mi dici che ci sono realtà musicali che si auto-glorificano come parte di una scena “vecchia”, ma che vivacchiano dietro la fama di grandi band come Derozer, Punkreas, Shandon, Persiana Jones ecc., ti do pienamente ragione. In ogni scena che si rispetti a volte la parola “noi” è usata per attaccarsi alla fama degli altri senza riscontri nella realtà ed è quello che succede pure nella scena italiana, che rimane secondo me un po’ troppo chiusa rispetto alle novità e forse troppo celebrativa nei confronti dell’amico all’interno del proprio recinto. Ci sono dei gruppi che vengono pubblicizzati come la crema della scena, che magari gonfiano i social o le piattaforme moderne digitali, e dopo li vedi ai concerti e ci sono tre persone….a quel punto ti chiedi…ma dov’è la verità? Quello che mi fa ridere è che di quei gruppi che hai citato siamo amici, e da parte chi si “attacca” alla scia abbiamo avuto bastoni tra le ruote per anni, con narrazioni di fantascienza nei nostri confronti, grazie alle quali però per fortuna abbiamo deciso di programmare il nostro percorso sempre più all’estero, che è stata la nostra fortuna. Detto in parole forti, lunga vita a band storiche come Punkreas, Derozer ed altre già nominate e cominciamo a ripulire la fuffa che si prende meriti solo con narrazioni e basta e giudica come se fossero i punti di riferimento di cosa. A quel punto secondo me una scema potrà rivivere e rinnovarsi, perchè la gente vedrà qualcosa di sano e vero, un’opportunità di far parte di qualcosa dal basso che. Poi possiamo fare anche un discorso sul fatto che ci sia un cesura netta tra mainstream e musica indipendente, che una volta non c’era, ma quello che vedo in Italia per quel che riguarda proprio la scena indipendente, è un problema a mio parere di promoters. Nessuno si è quasi mai azzardato di rischiare sulle bands italiane, tutti vanno sull’usato sicuro, non c’è nessuno che abbia costruito o voglia costruire qualcosa a meno che non sia piazzare il festival o il tour della band americana, usato sicuro appunto. Si sono sciolti i Nofx, non si ha lavorato sul territorio, e adesso ne paghiamo le conseguenze, anche per gli americani eh. Mi dirai, anche voi avete suonato al Punk In Drublic, o all’ultimo tour dei Nofx, ecc. ecc. Sì ma come band estera, o perchè Dave e Fat Mike hanno deciso così (checchenedica qualche isolato somaro che crede che abbiamo pagato o leccato i piedi di qualcuno, ma tanto dare aria alla bocca non cambia né il suo status, né tantomeno il nostro). All’italiano viene relegato un buco nel poster del festival per un rimborso spese a cui non fai fronte nemmeno per pagarti il viaggio di andata e il fonico. Nessuno lavora sul territorio, solo e semplicemente “in entrata”, minimo sforzo massimo risultato….peccato che il risultato per la scena non sia massimo.
C’è in tal senso qualche nuovo nome o realtà che vi piacerebbe segnalare?
Suonando molto all’estero, sono meno in contatto con le realtà italiane, oltretutto mi sono dilungato molto sul rinnovamento dello ska punk, senza dire una cosa evidente: che un cambio generazionale porterà sempre altri ascolti, e se non li rispettiamo noi, ci meritiamo di essere chiamati “boomer”. Non riesco ad “entrare” nelle nuove aspirazioni musicali dei giovani perchè faccio parte di un altro mondo, posso avere i miei pareri, ma se mi aspetto rispetto, devo pure mostrarlo. In ogni caso, ultimamente stanno venendo a registrare nel mio piccolo studio che ho aperto due anni fa, alcuni ragazzi sui 18 ani che suonano punk-rock, mi sembra che gente che ha voglia di suonare questa musica ci sia eccome.
Cosa vi aspetta nei prossimi anni? Avete progetti o nuove direzioni musicali in mente?
Abbiamo un disco nuovo già registrato e mixato, stiamo aspettando a breve il master e siamo davvero molto orgogliosi del risultato. Sarà un disco che parlerà in maniera più o meno autobiografica, di un percorso, sociale, politico, o come lo si voglia definire, in cui l’autoanalisi la fa da padrona. Sarà una riflessione sul concetto di collettività della nostra generazione, sempre nei limiti di quello che possiamo permetterci di fare con le nostre conoscenze che non sono certo quelle di un professore della Sorbona. Ma comunque criticare se stessi, è spesso un aiuto per capire come contribuire individualmente a curare le ferite di una collettività che, ai miei tempi, si è ritirata convinta di aver perso.
Nel corso della vostra carriera avete girato tantissimo anche all’estero: ci sono differenze tra il pubblico italiano e quello straniero?
Sicuramente siamo più conosciuti all’estero che in Italia perchè c’è più spazio per band che vogliono partire da zero, come è successo per noi nel 2005: abbiamo cominciato a suonare con un biglietto nelle sale, e prendendo una percentuale su quel biglietto, abbiamo perso soldi, ma mai tempo né tantomeno passione. Dopo vent’anni siamo ancora a fare il tour delle sale, con biglietto, prendendo la percentuale su quel biglietto. Per fortuna la gente ha cominciato a seguirci sempre di più e questo ci ha permesso di andare avanti così tanto. Quello che mi sento di dire però è che quanto suoniamo in Italia non vedo alcuna differenza per quel che riguarda la risposta del pubblico, al Legend a Milano è stata una bolgia. La gente c’è, e ha voglia di accorrere ai concerti, bisogna solo risvegliarla, e sperare di piacere. Noi continuiamo su questa strada sperando di piacere.